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Si possono migliorare le condizioni di degenza nell’ospedale di borgo Trento a Verona

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Verona, 23 settembre 2018. - di Sergio Stancanelli

Sono rientrato chez moi da un ricovero ospedaliero (il secondo) in geriatria di borgo Trento (nella foto) volto al fine di individuare la causa di un mio male, e quindi di adottare le terapie necessarie: ma dopo nove giorni si è riusciti solo ad accertare quali eventuali disturbi non ne sono la causa. Mi trovo dunque nelle condizioni in cui mi trovavo prima del ricovero, ed è facile prevedere che fra qualche giorno finirò per dovervi ricorrere una terza volta.

Dopo qualche mio scontro non so se con un'infermiera od inserviente, poi che indossano tutte una camice bianco senza sulla schiena la specificazione in grandi caratteri rossi come invece in altri reparti, il primario mi aveva raccomandato di rivolgermi direttamente a lui per ogni eventuale ulteriore dissenso: ma ogni tentativo di contattarlo tramite il personale all'infuori delle sue visite mattinali, è fallito.

A mantenere l'impegno assunto con alcuni dipendenti, soprattutto nei piani inferiori del fabbricato dove fui più volte portato per esami, che mi chiesero di denunciare in un articolo i disservizi da me riscontrati o da loro segnalatimi, il buon senso mi suggerisce di soprassedere. Penso però che costituisca un gesto collaborativo prima che una critica, segnalare al primario - in un reparto come quello di cui si tratta, relativo a disturbi poco romantici, simili a quello del protagonista di "Il vento non sa leggere" di Richard Mason, - qualche disservizio, quale quello non irrilevante che le camere dove sono ricoverati i malati sono sprovviste non solo di servizi igienici, ma financo di bidé, sicché per lavarsi il paziente – che oltre tutto viene rimproverato dal personale – deve arrampicarsi sul lavandino come una scimmia. Tale carenza mi è stato chiesto di segnalare anche da parte di alcuni dello stesso personale.

Segnalo sommariamente, riservandomi di fornire ogni dettaglio a richiesta, qualcuno dei ritardi molto rilevanti riscontrati di sèguito alla richiesta di analgesici o tranquillanti, non dissimili da quelli per l'approntamento di strutture intime urgenti e indifferibili. Il giorno 10 settembre alle ore 14.35 suonai per chiedere la somministrazione di cinque gocce di XanaX o altro tranquillante. Alle 15.05 richiamai per fare presente di averne bisogno ora, non fra un'ora e mezza; mi si rispose che i medici – dei quali occorre l'autorizzazione – erano in riunione, e quindi bisognava aspettare. Alle 15,15 mi si presentò un giovane medico che mi chiese: - Come va? - . Gli riferii che ero in attesa d'un tranquillante, me ne chiese la ragione, gliela esposi, ne convenne, e se ne andò dicendomi che avrebbe sùbito disposto. Le gocce mi furono portate da due ragazze alle 15.30, quasi un'ora dopo la richiesta.

Il giorno appresso, martedì 11, svegliatomi per i dolori atroci che provavo, alle ore 6.03 suonai e chiesi alla fanciulla presentatasi una tachipirina. Alle 6,23 suonai per sollecitare, e si presentò un'altra infermiera (o inserviente che fosse) la quale nulla sapeva della mia richiesta. Alle 6,57 ritornò la prima e mi chiese se i dolori erano passati: alla mia risposta negativa e alquanto spazientita, mi dichiarò che avrebbe provveduto. Alle 7.14 passa un ammalato che sente i miei lamenti per i dolori: gli spiego, se ne va e torna con una compressa di tachipirina, dice che se ne è fatto portare una confezione da casa, e commenta «se aspetta quelle». Alle 7,30 viene una dottoressa e mi chiede se ho avuto l'analgesico: le rispondo di no, ovviamente, e mi visita. Alle 8.25 un'altra infermiera mi porta una compressa di tachipirina (che ovviamente non assumo). Sono trascorse poco meno che due ore e mezza – due ore e mezza – dalla mia richiesta.

Ancora, il giorno 12. Riassumo: alle ore 3 chiamo e chiedo un analgesico. Si succedono le visite di varie ragazze che mi chiedono dove è che ho male, poi mi annunciano la venuta di una dottoressa. Attendo, richiamo per sollecitare, dice che sta arrivando. Arriva alle 3.28 con un assistente : mi visita, dice mi darà qualcosa contro il dolore. E' quello che ho chiesto da mezz'ora, vediamo quanto tempo passerà ancora. Non si vede più nessuno. Alle 3.50 sto per richiamare quando arrivano in tre: una mi applica una flebo con tachipirina disciolta. Questi tempi sono inaccettabili, e una valutazione obiettiva da parte del primario dovrebbe onestamente ammetterlo. Quando poi ci si giustifichi col fatto che le addette erano impegnate altrove, se ne deve concludere che il personale sia insufficiente. Laddove queste segnalazioni possano (benché non vogliano) costituire un'imputazione, mi piace rilevare per contro la disponibilità, la gentilezza e la premura di personale (non so, ripeto, se inserviente o infermieristico) recante i nomi Anna - già segnalata direttamente - , Luca, Paola, Rosario, Giuseppe, Adriana, Sanel: e mi dispiace non averne rilevato qualche altro che lo meritava.

Un'altra considerazione riguarda l'ammobiliamento dei locali. Lungo il corridoio sono disposte sedie, altre due sono presenti in ogni stanza: esse dovrebbero servire per sedervisi, ma sono invece permanentemente occupate da lenzuola, asciugatoi, bavaglini, o apparecchiature medicali, poi che né nel corridoio né nelle camere esistono tavolini. Lo stetoscopio dei medici viene tenuto sulla mensolina del lavandino, in equilibrio instabile, e il misuratore della pressione, stabilmente, sulla lampada dell'illuminazione. «Le scriva, le scriva, queste cose»: va bene, io le segnalo, e spero che me ne si sia grati, non che si finisca per prendersela con me. Panni, asciugatoi, tacconi, lenzuola ripiegate, stanno regolarmente posate sul letto, dalla parte dei piedi: e finiscono regolarmente, prima sotto i piedi dei pazienti, quando questi si distendono, e poi sul pavimento.

I pazienti vengono lavati, e si danno loro panni per lavarsi viso e ascelle: ma sono esclusi i piedi. Basterebbero un bidé con acqua corrente ed uno sgabello su cui sedersi. Altra carenza riguarda il cibo, che non di rado è letteralmente immangiabile: pasta cruda e bistecca suola di scarpa il giorno 11, certe volte il carrello ritorna indietro pieno così come era venuto. I miei appunti sono molto più ampi e ricchi di quanto io abbia qui segnalato, ma voglio limitarmi a ciò che ho detto per non farla troppo lunga. Aggiungo solo l'inettitudine al mattinale prelievo del sangue da parte di una ragazza contrassegnata dal cartellino «allieva», di un'altra col cartellino «studentessa», e soprattutto di un giovane che, prima ch'io mi rifiutassi a ulteriori buchi, mi inondò di sangue il braccio facendolo anche schizzare sul pavimento. Non siamo cavie.

Si possono migliorare le condizioni di degenza nell’ospedale di borgo Trento a Verona