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Privilegi ingiustificati

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Monselice, 24 marzo 2019. - di Adalberto de' Bartolomeis

Esiste una categoria di medici professionisti che, dopo un percorso di formazione triennale di medicina generale, successivamente alla laurea in medicina e chirurgia, possono iscriversi alle ASL di appartenenza della Regione dove risiedono e, mediante apposita richiesta alla propria Unità Sanitaria Locale, attendono di svolgere la funzione di medico di base, per cui vengono iscritti in apposite graduatorie di "merito".

Sono tanti i medici che intendono svolgere questa attività perché è, solitamente, altamente remunerativa e quindi vanno a sostituire chi per vecchiaia, va in pensione. Senza che entri nel novero di un ginepraio di norme e circolari che regolano questa attività, so che per acquisire tale titolo e funzione il medico di base o di famiglia deve avere un minimo di assistiti, cioè un minimo di pazienti che richiedano la sua fiducia, unita all'assistenza.

Non volendo dare i cosiddetti "numeri all'otto" so che esiste un minimo ed un massimo e si parla anche di migliaia di assistiti. Aggiudicato, pertanto il numero che può raggiungere un tetto massimo, l'Asl remunera per ogni paziente o assistito, mediante uno specifico compenso che, al netto delle ritenute, sommato per il numero che possiede il medico di fiducia, viene fuori un interessante stipendio, più che dignitoso ed io ci aggiungerei pure di privilegio.

Il privilegio sta nel fatto che se, supponiamo, su 1.000 assistiti 300 godano di ottima salute e questa figura professionale non li veda mai, la stessa viene ugualmente retribuita anche per chi dovesse, per sua fortuna, risultare assente. Molti sono poi questi medici che io li definirei "da un timbro e via", ovvero, da ricette veloci, sbrigative, senza alcuna visita, con sale d'attesa stipate di gente, specialmente il lunedì mattina.

Della serie "avanti uno, esce un altro", ma con velocità impressionanti! Se poi si ricorre alla telefonata spesso i telefoni o i cellulari "di servizio" squillano e basta, oppure capita che i segnali risultino puntualmente sulla posizione "occupato". Il medico "sta lavorando, sta visitando..." Se si ha la "fortuna" di riuscirgli a parlare, facilmente ci si sente dire con toni burocratesi-sbrigativi..."mi dica...veloce che sto visitando" e tu intanto vai in ansia fantozziana, immediata, perché non sempre sei in grado di esporre il caso, per tanti motivi: per la concitazione e concentrazione del problema che si vuole esporre, per soggezione nei riguardi del medico, per timore riverenziale e poi per uno stato di pressione psicologica, di forte tensione, causata dal ..."veloce, faccia presto, mi dica..." Tutto ciò non va affatto bene!

Primo: il medico dovrebbe essere pagato per le effettive presenze che si presentano da lui secondo il calendario degli orari, nei giorni previsti di ambulatorio. Insomma, al paziente che entra e, quasi sempre, il medico non si scompone, peraltro, dalla propria sedia, non appena lo vede, lo riceve, lo riconosce, mediante gli automatismi informatici che impongono sempre più comunicazioni in rete con strutture istituzionali, farmacie, eccetera, dovrebbe comunicare l'effettiva presenza del proprio assistito all' Agenzia delle Entrate, affinché la paga, il salario per questo servizio corrisponda alle effettive presenze dei soggetti che si presentano da lui, perché sono a suo carico, come altrettanto gli assenti, i quali quest'ultimi, uniti a chi si presenta realmente gli conferiscono un lauto ed ingiusto stipendio.

Secondo: poiché questa figura professionale di medico risulta il più vicino al proprio assistito, poiché è la legge che lo impone, dovrebbe essere più sensibile e quindi comprendere col tratto ed un minimo di banale senso psicologico che chi lo chiama sicuramente ha necessità di parlargli, di ricevere un conforto, di chiedergli di prescrivergli delle ricette o, come spesso avviene, "supplicargli" di recarsi a domicilio per un'ipotetica gravità di stato di salute.

A quest'ultima ipotesi, escludendo le evanescenti ed inutili comunicazioni per e-mail, che non semplificano affatto nulla, non velocizzano i rapporti, ma li rendono solo sterili, privi di umanità, sono solo "mosche bianche" quelle che risultano avere un corretto senso di responsabilità e si recano anche a casa dell'ammalato. Insomma: sono molti e forse troppi i medici di questa categoria che, anziani ed ormai avvizziti in questo ruolo che hanno scelto, non vedono l'ora di andarsene in pensione, per cui si comportano come se fossero sempre in cattedra o più in su della stessa, quasi si sentissero dei "padri eterni", sapendo di avere nel loro "feudo" dei veri e propri "sudditi" che altro non sono che gli assistiti.

Tutto ciò, ripeto, non va affatto bene ed il legislatore dovrebbe intervenire per porvi il rimedio che ho sopra evidenziato. Allora sì che cambierebbero tante cose! Tanto per incominciare i rapporti, per esempio. Qualora intervenisse un provvedimento legislativo ad "aggiustare" questa anomalia, una stortura, perché di questo si tratta o non ci sarebbero più medici di base, ma lo dubito, perché i giovani hanno bisogno di lavorare e sono preparati, entusiasti e sicuramente più scrupolosi.

Inoltre allo squillo del telefono il medico di famiglia, potendo rispondere, sarebbe sicuramente più delicato, educato e comprensivo, suggerendo al richiedente di telefonargli in un momento diverso perché sta visitando, oppure, appunto, a disposizioni mutate, perché nel frattempo il governo è intervenuto, sicuramente costui farebbe anche l'impossibile per raggiungerlo in abitazione. Semplicemente corre! Sarebbe opportuno che chi ha autorità e condivida ciò che ho esposto rifletta, anche il più velocemente possibile, per porre un semplice rimedio ad un distorsismo sociale.

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