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La gabbia satirica, la santa semplicità

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TrinitàTrento, 11 gennaio 2015. – di Massimo Sannelli

Bisogna vedere la copertina di "Charlie Hebdo" del 6 novembre 2012. Non è il caso di descriverla troppo, perché si può trovare facilmente. Comunque è fatta così: si vedono il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo che fanno sesso, precisamente un trenino. Adesso bisogna capirsi, però. C'è il diritto alla satira? Diciamo che c'è il diritto alla satira. Ma perché la dissacrazione di Charlie Hebdo è satira – e va bene, perché è libertà di stampa – e le frasi del calciatore marocchino non vanno bene? Maometto deriso va bene, Dio gay va bene, la frase "non mi piace perché è durato poco" non va bene.

Prima non capivo, ma ora ho capito: in Occidente non importa il testo, mai, ma il contenitore del testo. Se una rivista è satirica può dire tutto, ma un uomo che parla (malissimo) a titolo personale deve limitarsi. Quindi la satira ha un salvacondotto perenne? Pare di sì, purché indossi un abito da clown con la scritta SATIRA. Anche se non fa ridere? Certo. Basta che sia fedele al contenitore SATIRA, cioè all'industria che la fa esistere e che la vuole come un prodotto riconoscibile (se non è riconoscibile non è satira, e se non è riconosciuta non si vende: it's the press, baby).

La satira esiste perché si ghettizza in una gabbia, dove può dire tutto e il contrario di tutto. Naturalmente non è libera, e comunque è questa la condizione per farsi comprare. E allora tanto peggio per il calciatore marocchino, che ha parlato dalla piccola gabbia della sua riservatezza e non ha aperto un profilo Facebook di satira. Zitto e mosca, e così imparerà dai suoi errori: la prossima volta aprirà un giornale e avrà libertà di stampa. Purché ghettizzi la sua aggressività, in un contesto accettabile. Lì potrà dire tutte le boiate che vuole.

Chi vuole, passerà all'articolo di un duro & puro, Antonio Margheriti Mastino su "Papalepapale", un sito di buona apologetica: "Io non sono Charlie". Per esempio, c'è scritto: "No, scusate, non ci sto: qua non c'entra niente né il giornalismo né la libertà di espressione, tanto meno la satira: l'altro giorno sono stati giustiziati dei pornocrati, dei sacrileghi, dei profanatori. Dei servi del demonio". Chi l'avrebbe detto? Nel 2015 si parla ancora di "servi del demonio", e non è poco. D'altra parte, le categorie dell'"Occidente giudaico-cristiano" – di cui il "Foglio" e Ferrara si riempiono la bocca – includono anche il demonio, e i "servi del demonio". E questo è ancora Mastino, sempre chiaro: "Io la differenza tra terroristi islamici e laicisti europei, sinceramente, almeno in questo, non ce la vedo: per me sono uguali. Vignettisti compresi. Nell'uno e nell'altro caso sempre al servizio dello stesso Padrone stanno: quello che ha sfidato la croce".

"Io non sono Charlie" non l'ha detto solo il Mastino: l'ha detto anche Le Pen, quello vecchio, il padre. È vero, per molti. Io aggiungerò – e preferisco – le parole di una signora che vive a Parigi, e che parla sulla prima pagina del "Secolo XIX" del 9 gennaio: "Orribile, indegno, incivile. Però non si scherza sulla nostra religione, tra di noi c'è chi ha solo quello". Santa semplicità e santa donna, come sempre. Perché la questione è tutta qui, per quelli che non hanno né politica né teologia. La questione è in una frase, la più umana di tutte: "Tra di noi c'è chi ha solo quello".

La gabbia satirica, la santa semplicità
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