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Mancia competente a chi le ritrovi

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Smarrite le regole della grammatica italiana

Verona, 20 aprile 2017. - di Sergio Stancanelli

Quando, visionando su TeleArena "La regina del mare", documentario sull'orca assassina della serie "La frontiera blu", ci si imbatte in «Quella che era la potente balenottera azzurra avanzava faticosamente, e ad un tratto scomparse alla nostra vista», non v'ha dubbio che ci si trovi di fronte ad un refuso.

Ma è altrettanto indubbio come le offese alla nostra lingua le quali occorrono con tanta frequenza nei dialoghi dei film che la televisione ci ripropone ora che la frequentazione dei cinematografi è caduta in disuso, siano vere e proprie sgrammaticature, che non sarebbe appropriato giustificare con la distrazione degli sceneggiatori – che quasi sempre sono gli stessi autori dei dialoghi, – o con quella degli attori - i quali in ogni caso dovrebbero recitare sotto la sorveglianza dei registi - . Sembra incredibile come gli strafalcioni che lo spettatore è costretto a subire, si verifichino tanto spesso da doverne dedurre una sconoscenza della nostra lingua che ormai appare diffusa a livello generale fra i registi, gli sceneggiatori e gli interpreti, e soprattutto fra gli autori delle traduzioni dalla lingua originale a quella italiana. Ma anche scrittori rinomati appaiono dimentichi di regole che ai tempi miei s'insegnavano nelle scuole elementari. Ecco di seguito, disposti in ordine cronologico, gli ultimi casi che ho raccolto.

"Idolo infranto", di Carol Reed, 1948.
- Ho fatto il possibile per resistere. E così te - .
- Chi gliel'ha detto? - . - Te !- .

"L'avventuriero di Hong Kong", di Edward Dmytryk, 1955.
- Non dire chi gliela manda, non ci voglio parlare - (con quella signora).
- Come ti chiami, straniero? - . – Billy Lee, e te ? - .

"Tempo di furore", di Jack Webb, 1955.
- Sarà meglio che ci parli – (con lui).

"Al di là dell'orrore", di Victor Trivas, 1959.
- Date qui, ci parlo io – (con lui).

"Il boom", di Vittorio De Sica, sceneggiatura di Cesare Zavattini, 1963.
- Io mi preoccupo? Preoccupatene te ! -

"Il servo", di Joseph Losey, 1963.
- Lasciala! ci parlerò – (con lei) .

"Una gita scolastica", di Pupi Avati, 1963.
- Sì, falli entrare te : sono scappati a Porretta - .

"Made in Italy", di Nanni Loy, 1965.
- Il primo straniero che incontriamo, ce lo chiediamo - .
- Io alla ragazza ci voglio bene - .

"Amore mio aiutami", di Alberto Sordi, 1969.
- Così, tu lo conosci, ci parli – (con lui).
- Se ci parli, capisci subito che uomo è - .
- Che l'hai fatto venire te ? - .
- Che festa stasera, io, te, papà... - .
- Piano piano, eh... rilàsciati - .
- Io non voglio parlarci - . – Ma perché non vuoi parlarci ? - .

"L'infermiera", di Nello Rossati, 1975.
- Dai, ciccetta, se non mi dai una mano te... - .
- Se aspettiamo che lo porti te... - .

"Bilitis", di David Hamilton, 1976.
- Sono spiacente, sono comandato – (il ragazzo fotografo).
- Se una persona s'arrabbia con una certa persona per una certa ragione, potrebbe ugualmente parlarci per una tutt'altra ragione ? - .

"Cristo si è fermato ad Eboli", di Francesco Rosi, 1979.
- Io ci sono venuto perché mi ci hanno mandato, non te, te ci sei voluto venire - .

"Abissinia", di Francesco Ranieri Martinotti, sceneggiatura Fulvio Ottaviano e F. R. Martinotti, 1992.
- Con quello ci parli dopo - .
- Vieni un po' qua, te - .
- Dormi qui anche te? - . (e i «te» in luogo di tu proseguono).

"Per legittima accusa", di Sidney Lumet, 1993.
- Forse è il caso che ci parli con quest'uomo - .

"Specie mortale", di Roger Donaldson, 1995.
- Tu ti avvicini e ci parli – (con una donna).

"Il nostro piccolo angelo", di Andrea Frazzi, 1996.
- E lasciami pure te - .
- Non ti ci mettere anche te - .

"Io ballo da sola", di Bernardo Bertolucci, 1996.
- Ah, te non stavi guardando - .

Attenzione, talora c'è ritenere che l'errore sia intenzionale, per sottolineare l'ignoranza del personaggio.

"Un giorno in pretura", di Steno, 1963.
- Signor pretore, ora ci spiego - .
- Io non ci posso dire altro, a onor del vero ci posso dire questo... - .

Alle sgrammaticature s'aggiunge l'uso di parole cui viene attribuito un significato diverso da quello loro proprio.

"La donna del destino", di Vincente Minnelli, 1957.
- Sono spiacente, vedo che ha poca voglia di parlare – («spiacente» significa che non piace).
- Io ti dissi che ero spiacente e che non potevo far niente per te - .

"Il delitto della signora Allerson", di Robert Stevens, 1962.
- Ha per caso qualche esperienza in un altro ramo? No? Sono spiacente - .
- Sono spiacente ma siamo piuttosto esigenti per il personale - .

"La decima vittima", di Elio Petri, 1965.
- Sono spiacente, il signor Poletti non è qui – (la non piacente è Ursula Andress!).

"Operazione Crossbow", di Michael Anderson, 1965.
- No, sono spiacente : scusi ma è guasto – (il telefono).

"La biscia", di Gerry O'Hara ("The bitch", che significa La sgualdrina, propriamente La cagna), 1979.
- E il viaggio com'è andato? - . – Il viaggio bene, all'aeroporto un po' meno – . – Sono spiacente – .
- Sono spiacente, il numero richiesto è cambiato - .

"Prova d'accusa" ("Music box"), di Costa-Gavras, 1989.
- Sono spiacente di doverle fare queste domande - .

"La vasca", di Bob Rafelson ("Wet", che significa Pioggia), 1999, dialoghi italiani di Giorgio Tausani.
- Spiacente, siamo chiusi - .

"La casa delle ombre", di Michael Switzer, anno non indicato.
- Spiacente, sono quella vecchia - .

"?", di Vicente Aranda.
- Sono spiacente ma non ci credo - .

"Morire non serve a niente", telefilm della serie "Spenser".
- Sono spiacente ma i signori sono a Boston – (la cameriera).

Per finire, dal cinema agli spettacoli televisivi.

"Mi ritorni in mente", Rai 2, programma in bianconero riproposto in registrazione.
- Allora te chiedimi a me: quanto te ne interessa che sta male? – (il fine dicitore Roberto Benigni a Lucio Dalla).

"Roma 4", passeggiate per la città di Bernardino Zapponi e Stefano De Stefani.
- Signore, scusi, cosa ne pensa di via Veneto? - .

"Il giornalino di Gian Burrasca", VII episodio.
- Sono io la nipote, non te - .

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