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Perché amiamo Elisabetta d’Austria?

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Trento, 2 dicembre 2013. – di Massimo Sannelli

Già: perché l'amiamo? Prima di tutto, perché è vera, non come la Sissi dei film. In realtà – e nella Realtà – si ama solo la Realtà, altrimenti non è amore, ma evasione. E non si evade mai: al limite ci si allontana da qualche costrizione, e questo riguarda anche Elisabetta.

In realtà – e nella Realtà – la vera Elisabetta non porta acqua al mulino del legittimismo absburgico, quindi non è un'icona politica. Ovviamente non garantisce per l'irrendentismo di ieri e per l'antieuropeismo di oggi. Non è neanche un simbolo romantico: il suo amore deve essere sempre o sovrumano o postumano, di volta in volta. Infine non è femminista, se non per aiutare se stessa: il punto non è liberarsi come donna – e lavorando per tutte le donne –, ma difendersi bene come Imperatrice. Se il ruolo imperiale è legittimo, perché non approfittarne un po'? L'ha fatto, per non essere più patrona di niente: né del legittimismo, né dell'irredentismo, né della società. Né di noi, oggi. Non può identificarsi con vite più o meno regolari, e allora che cosa c'entriamo con lei?

Prima di tutto era bella, e l'abbiamo adorata subito, come chi la vide davvero. I testimoni non mentono neanche alla fine: «La sua persona sottile e slanciata, destava l'ammirazione dei passanti, i quali pur non conoscendola, la giudicavano senza errore, per una persona d'alto grado» («Il Secolo XIX». 28-29 marzo 1893); «...è slanciata di vita, e i lineamenti ben conservati dimostrano ancora come un tempo, e a ragione, fosse considerata fra le più belle donne d'Europa» («Il Secolo XIX», 9-10 gennaio 1898); «Chi la vide in quei giorni rilevava come il suo profilo si fosse conservato bello malgrado le ingiurie del tempo e del destino, e il portamento si mantenesse sempre altero, mentre il suo sguardo era benigno» («Gazzetta genovese», 12 settembre 1898).

Non c'è solo la bellezza. Meno si appartiene a qualcosa – anche se sopportiamo o scegliamo qualche appartenenza – e più si ama Elisabetta, che non fu normale e non fu serena. Oggi molte madri, normalissime e serene, chiamano le figlie come l'Imperatrice, in suo onore. E perché? Queste madri sono realistiche di fronte al Sogno: qualcosa affascina ed è bello, qualcosa si imita e va bene, qualcosa non si può imitare ed è meglio, per quasi tutti. Ora, il nome delle bambine porta normalità e luce sana, dove l'Imperatrice si è riconosciuta come un buco nero: «Io sono come uno scoglio. E la luce non osa avvicinarsi a me. E se pure venisse – vi sono tenebre davanti alle quali ogni raggio di luce si dissolve, poiché esse succhiano tutta la luce». È il linguaggio sacro di Persefone, né più né meno, ma nel 1892, davanti al ragazzo Christomanos. Sulla terra, i giornali della pólis «la pretendono pazza», «la dipingono come una eccentrica», «la dicono malata, morbosamente impressionabile» («Il Secolo XIX», 30-31 marzo 1893), ma la Dea senza luce non incita al male, non pratica il male, non rappresenta – e non fa rappresentare, direttamente o indirettamente – il male. Il disagio sì, l'insoddisfazione anche («senza requie, senza riposo, senza speranza», come dice Ceccardo Ceccardi sulla «Gazzetta genovese», 13 settembre 1898), il male no. Probabilmente ha visto gli altri – gli umani, non le vite della natura – come puri esecutori di volontà pratiche: essere pettinata, bere latte di capra, imparare il greco, tradurre Shakespeare, farsi accompagnare mentre «percorre, in una sola giornata, quasi quindici chilometri» («Il Secolo XIX», 9-10 gennaio 1898). Forse qualche strumento umano era anche incantato, come Christomanos (o come François nell'Aimée di Rivière: e la stessa Aimée ha qualche tratto di Elisabetta, che nel 1915 era una storia recente). Essere asserviti e incantati fa parte del gioco dei ruoli, mai tradito: l'Imperatrice è sempre l'Imperatrice, anche quando fugge.

A noi va bene così. Elisabetta deve essere più custodita che imitata, e c'è un modo: capire che è una Signora impraticabile, per quasi tutti, ma è una Signora adorabile. È proprio adorabile, letteralmente, cioè appartiene al mondo libero del Sacro, senza le regole della Religione. Onestamente, una madre può decidere di attuare un po' del lascito virtuale: allora è bello che nasca un'Elisabetta della luce chiara, oggi. Lo stupore sacro si incarna nella normalità più sana, ed è una cosa buona, perché la luce può avvicinarsi alle figlie dell'uomo. È la vita che continua, serenamente e senza martirio. Ma la Basilissa e la Dea rimangono intoccabili e indiscutibili, sempre e comunque: il Sacro ha limiti netti, oltraggiarli è ancora «nefas».

Perché amiamo Elisabetta d’Austria?
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