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Covid e Segreto di Stato – Enzo Palumbo racconta la battaglia per la trasparenza

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Trento, 18 agosto 2020. - Redazione*

L'avvocato Vincenzo (detto Enzo) Palumbo (nella foto) rievoca in questa lunga e puntuale intervista (rilasciata in esclusiva al nostro giornale, n.d.r.) la vicenda dei famosi (mediaticamente) Verbali del Comitato Tecnico Scientifico (CTS) che sono stati determinanti per far decidere al Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, il lockdown di tutto il Paese. Un lungo ed estenuante braccio di ferro tra ricorsi e controricorsi che ha visto la Presidenza del Consiglio decisa fin dall'inizio a negare l'accesso agli atti richiesto il 15 aprile dai tre avvocati della Fondazione Einaudi: Vincenzo Palumbo, Andrea Pruiti Ciarello e Rocco Mauro Todaro.

Gli atti, denegati in maggio dalla Presidenza del Consiglio, sono stati poi oggetto di un ricorso al Tar del Lazio da parte dei tre avvocati che, il 22 luglio, hanno ottenuto la possibilità di visionarli. Decisione contestata dalla Presidenza del Consiglio che ha fatto subito ricorso al Consiglio di Stato che, il 31 luglio, ha rimandato la questione alla camera di consiglio del 10 settembre. Poi, improvvisamente, la svolta: inaspettata.
Il 5 agosto, anche il COPASIR (Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica) richiede quegli atti. Quella sera stessa, alle 21.19 la Presidenza del Consiglio- Dipartimento Protezione Civile invia una pec con i documenti richiesti. Alle 22.47 mi arriva un sms da parte dell'avvocato Palumbo: Habemus actas! Ma la storia non finisce qui...Perché questa intervista è una vera e propria lezione di Diritto Civile in cui l'avv. Palumbo entra generosamente nei dettagli, offrendo così ai cittadini gli strumenti giuridici per vedersi riconosciuto il diritto, legittimo, dell'accesso agli atti. Ed è anche una lezione di Filosofia della vita perché l'Italia, spiega con sottile ironia l'avv. Palumbo, è un Paese in cui, al contrario delle democrazie liberali, vige la regola non scritta secondo cui "è vietato tutto ciò che non è espressamente consentito". Ed è dura. Per tutti.

L'intervista

D. Qual è stato il motivo principale che, il 15 aprile scorso, ha spinto lei ed i suoi due colleghi (della Fondazione Einaudi?), avv. Andrea Pruiti Ciarello e avv. Rocco Mauro Todaro, a fare richiesta di accesso civico generalizzato alla Presidenza del Consiglio per visionare i verbali delle sedute del CTS dal 28 febbraio al 9 aprile 2020?

R. Sappiamo tutti che il 31 gennaio il Consiglio dei Ministri, su sollecitazione del Ministro della Salute e su proposta del Presidente del Consiglio, ha deliberato lo Stato di emergenza sanitaria nazionale, ai sensi degli art. li 7, 24 e 25 del D. Lgs. n. 1-2018, disponendo in particolare che per gli interventi da effettuarsi nella vigenza dello stato di emergenza si sarebbe provveduto "con ordinanze del Capo della Protezione Civile, in deroga a ogni disposizione vigente, ma nel rispetto dei principi generali dell'ordinamento giuridico". Sappiamo un po' meno di ciò che è accaduto dopo. Con ordinanza n. 630 del 3 febbraio il Capo della Protezione Civile ha provveduto alla nomina del c. d. Comitato Tecnico Scientifico (CTS), organismo del quale scriveva di volersi avvalere per realizzare gli interventi necessari per fronteggiare l'emergenza sanitaria. Subito dopo il Governo ha approvato il D. L. n. 6 del 23 febbraio col quale il Presidente del Consiglio dei Ministri è stato autorizzato ad adottare, tramite DPCM, "ogni misura di contenimento e gestione adeguata e proporzionata all'evolversi della situazione epidemiologica". Per tutto il mese di febbraio, del CTS non si sa più nulla, non risultando citato nei DPCM del 23 e 25 febbraio che nel frattempo il presidente Conte ha cominciato a emettere per il contenimento del contagio. Il CTS fa invece la sua prima comparsa ufficiale nel DPCM del 1° marzo, a partire dal quale sembra cessare la sua originaria funzione di consulente tecnico-scientifico della Protezione Civile per diventare il principale suggeritore del Presidente del Consiglio, il quale, in ragione dell'eccezionalità della situazione e di fatto sostituendosi alla competenza spettante alla Protezione Civile, ai sensi dell'art. 16 e 25 del D. Lgs. n. 1-2018, pure originariamente prevista nella deliberazione sullo stato di emergenza del 31 gennaio, prosegue la sua attività normativa emettendo anche i successivi Decreti del 4, 8 e 22 marzo e dell'1 e 10 aprile. In tutti i DDPCM ogni volta compare, tra le altre, la formula "tenuto conto delle indicazioni formulate dal Comitato Tecnico Scientifico di cui all'art. 2 dell'ordinanza del Capo del dipartimento della Protezione Civile del 3 febbraio 2020 n. 630"; una formula che, stranamente, non compare invece nei DDPCM del 9 e 11 marzo, tanto per intenderci. quelli che hanno esteso e normato il lockdown all'intero territorio nazionale e che avrebbero dovuto tenere conto del parere reso dal CTS il 3 marzo, rimasto al momento ignoto e poi svelato nel corso dell'indagine penale per i focolai di Alzano e Nembro. Nel corso di una delle frequenti conference-call coi colleghi e amici Andrea Pruiti Ciarello e Rocco Mauro Todero, ci è venuta la curiosità intellettuale, più da cittadini che da avvocati, di conoscere in concreto quali fossero queste indicazioni del CTS, anche per potere valutare se fossero in qualche modo scientificamente giustificate le restrizioni che nel frattempo il Presidente del Consiglio andava introducendo rispetto a quelle che sono le libertà fondamentali garantite dalla nostra Costituzione. E così, il 15 aprile abbiamo pensato di chiedere al Dipartimento della Protezione Civile di potere visionare e avere copia di quei cinque verbali citati nei DDPCM sino a quel momento emessi, a tal fine utilizzando l'istituto giuridico dell'accesso civico generalizzato di cui all'art. 5, comma 2, del D. Lgs. 33-2013.

D. Che cosa prevede la legge italiana rispetto all'accesso civico generalizzato? Chi può utilizzare tale strumento?

R. Già con l'art. 22 della legge 241-1990 era stato previsto il c. d. accesso documentale rispetto a un atto amministrativo che riguardasse il richiedente in modo diretto, concreto e attuale, in relazione a una situazione personale giuridicamente tutelata e collegata all'oggetto dell'accesso. Il D. Lgs. 33-2013, come emendato dalla Legge 97-2016, sul modello del Freedom of Information Act (FOIA) vigente negli USA sin dal 1966, ha fatto un grande passo in avanti, riconoscendo a tutti il diritto soggettivo di accedere a dati, documenti e informazioni in possesso delle PP. AA. ma non siano soggetti a pubblicazione obbligatoria, in conformità all'art. 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo (CEDU). Si tratta quindi di un diritto riconosciuto a chiunque a prescindere dall'esistenza di un interesse qualificato personale e diretto, e mira a garantire l'assoluta trasparenza della P. A. in relazione all'obbligo costituzionale (art. 97 Cost.) di buon andamento e imparzialità dell'Amministrazione e proprio per poterne controllare l'attività. L'accesso è definito "semplice" nel caso in cui si riferisca ad atti la cui pubblicazione, ancorché dovuta, sia stata omessa, o generalizzato nel caso in cui si riferisca ad atti la cui pubblicazione non è invece obbligatoria.

D. La legge in Italia prevede che alcuni atti siano coperti da segreto di Stato? Se sì, di quali documenti si tratta?

R. In via generale, l'accesso non è possibile nei confronti di atti c. d. "classificati", ai quali cioè sia stata impressa, con apposita stampigliatura, alternativamente, una delle qualifiche di "riservato, riservatissimo, segreto, segretissimo", la cui ostensione possa cioè comportare un concreto pregiudizio alla sicurezza pubblica, all'ordine pubblico, alla difesa e alla sicurezza nazionale, alle relazioni internazionali. L'art. 5-bis del D. Lgs 33-2013 prevede in particolare che l'accesso è negato anche per evitare un pregiudizio alla tutela di una serie d'interessi pubblici, in parte coincidenti con la predetta classificazione, ma anche ulteriori (indagini su reati, attività ispettive, dati statistici), come anche per evitare un concreto pregiudizio a taluni interessi privati (dati personali, corrispondenza, proprietà intellettuale, segreti commerciali); l'art. 5-ter dispone poi che l'accesso ai dati raccolti per finalità statistiche è subordinato ad alcuni specifici requisiti soggettivi (ricercatori, università) e oggettivi (progetti e metodi di ricerca). Visto che siamo in tema, aggiungo che l'accesso agli atti ci ha poi permesso di constatare che sui verbali del 28 febbraio e del 1° marzo non è apposto alcun timbro di classificazione, su quello del 7 marzo risulta inserita in testa e in piè di pagina la parola "RISERVATO", poi comunque cancellata con un tratto di penna, su quello del 30 marzo risultano aggiunte in testa e in piè di pagina le parole "INFORMAZIONI NON CLASSIFICATE CONTROLLATE", che compaiono anche su quello del 9 aprile, ma solo sul piè di pagina; una formula, questa, che, secondo la definizione che ne dà l'art. 1, lettera s), del DPCM n. 5 del 06.11.2015, richiedono "misure di protezione minime e il cui accesso è consentito alle sole persone che hanno necessità di trattarle per motivi attinenti al loro impiego, incarico o professione". E tuttavia, nessuna di queste annotazioni reca la formula di prammatica prevista dall'art. 76 del DPCM n. 5 del 06.11.2015, e/o la firma di un ufficio che se ne sia assunta la responsabilità; avrebbe potuto metterla anche l'amanuense che ha steso i verbali, per cui è come se non ci fosse.

D. In maggio la Presidenza del Consiglio vi ha denegato l'accesso agli atti. Con quali motivazioni?

R. Confesso la nostra iniziale ingenuità: non sembrando esserci alcuna ragione di particolare riservatezza, pensavamo che la Protezione Civile, pur coi consueti ritardi burocratici a cui gli italiani sono abituati, ci invitasse presso l'Ufficio competente per estrarre copia dei verbali richiesti, magari addebitandoci spese e bolli, come può capitare in qualsiasi pubblico ufficio in casi del genere. E invece il 4 maggio ci perviene una lettera a firma del Capo Dipartimento dott. Angelo Borrelli, controfirmata dal Direttore dell'Ufficio Operativo per il Coordinamento delle Emergenze, con la quale ci veniva negato l'accesso "dovendosi escludere ex lege la possibilità di ostensione degli stessi", accampando una serie di ragioni basate sul combinato disposto dell'art. 5-bis comma 3 D. Lgs. 33-2013 e dell'art.24, comma 1, L. 241-1990, secondo cui l'accesso è negato quando si tratti di "attività della P. A. diretta all'emanazione di atti normativi generali di pianificazione e di programmazione", richiamando a tal fine il DPCM n. 143-2011 per il quale restano esclusi dall'accesso gli atti della Presidenza del Consiglio dei Ministri e in particolare "i documenti e gli atti amministrativi, diversi da quelli ufficialmente pubblicati, concernenti il lavoro di commissioni, organi collegiali, gruppi di studio e di lavoro, qualora finalizzati all'adozione di atti normativi, di atti amministrativi generali e di atti di pianificazione e di programmazione". E ciò sul presupposto che i verbali del CTS "esprimono pareri prodromici all'adozione di atti normativi generali, di pianificazione e programmazione, e considerato che si ritiene il medesimo Comitato rientrante nell'elencazione degli organi di cui al citato articolo 1, comma 1, sub b)". La lettera si concludeva tuttavia con una frase finale in cui si faceva "salva la facoltà per questa Amministrazione di valutare l'ostensibilità, qualora ritenuto opportuno, di tali verbali al termine dello stato di emergenza". Insomma, passata la festa, gabbato lo Santo! Qualche giorno dopo, il 13 maggio, ci perviene una seconda lettera, sempre a firma del dott. Borrelli, ma con la controfirma del Direttore di un diverso Ufficio della Protezione Civile (Risorse Umane e Strumentali, Servizio Trasparenza e Integrità), con cui si reitera il diniego sulla base delle medesime motivazioni, e tuttavia senza la riserva finale di ostensibilità successiva alla fine dell'emergenza. Misteri della burocrazia italiana, in cui un ufficio non sa cosa fa l'altro, che magari sta in un'altra stanza dello stesso corridoio!

D. In risposta a tale diniego voi avete fatto ricorso al Tar del Lazio che il 13 luglio ha emesso la sentenza, pubblicata il 22. Vuole spiegare ai nostri lettori quali sono stati i punti cardine su cui ha fatto leva il Tribunale Amministrativo del Lazio per accogliere la vostra richiesta di accesso agli atti?

R. Andiamo con ordine. Una volta ricevuto il diniego e ritenendo infondate le motivazioni, il 28 maggio, nella nostra veste di semplici cittadini che si autorappresentavano essendo anche avvocati e coinvolgendo nella difesa anche altri colleghi coi quali spesso ci consultiamo (gli avvocati Paolo Ezechia Reale e Nicola Galati, e il prof. avv. Federico Tedeschini di Roma, che oltretutto ci ha messo cortesemente a disposizione il suo Studio), abbiamo proposto ricorso al TAR Lazio sulla base di cinque motivi, di cui riporto per brevità solo la parte essenziale delle relative rubriche:

I. eccesso di potere per sviamento, in violazione degli art. li 1 e 2 Cost. e 22, 24 e segg. della L. 241-1990, 5 e 5-bis D. Lgs. 33-2013;

II. eccesso di potere per irragionevolezza manifesta e violazione delle linee guida operative dell'ANAC formulate nella delibera n. 1309 del 28.12.2016:

III. violazione degli art. li 1, 2, 3, 4, 13, 16,17, 19, 24, 41 Cost, e dell'art. 24. c. 7, della L. 241-1990 e 5 e 5-bis del D. Lgs 33-2013;

IV. eccesso di potere per contraddittorietà in violazione della Circolare n. 1-2019 della stessa Presidenza del Consiglio;

V. violazione dell'art. 117, c. 1, Cost., in relazione all'art. 10 della CEDU.

E il TAR Lazio, con sentenza 8615 del 13 luglio, pubblicata e comunicataci il 22, ha accolto il primo motivo di ricorso e, dichiarando assorbiti gli altri quattro (che quindi non sono stati esaminati), ha ordinato alla Presidenza del Consiglio-Protezione Civile di consentici di prendere visione ed estrarre copia della documentazione richiesta entro i successivi trenta giorni. La motivazione è complessa, e mi limito a riportare la parte conclusiva in cui il TAR afferma che "la ratio dell'intera disciplina normativa dell'accesso impone di ritenere che se l'ordinamento giuridico riconosce, ormai, la più ampia trasparenza alla conoscibilità anche di tutti gli atti presupposti all'adozione di provvedimenti individuali o atti caratterizzati da un ben minore impatto sociale, a maggior ragione deve essere consentito l'accesso ad atti, come i verbali in esame, che, indicando i presupposti fattuali per l'adozione dei descritti DDPCM, si connotano per un particolare impatto sociale, sui territori e sulla collettività"; per cui il ricorso va accolto "in considerazione della natura degli atti chiesti in visione nonché delle finalità dello strumento dell'accesso civico generalizzato di cui all'art. 5 del D. Lgs. n. 33/2013, che oltre a favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull'utilizzo delle risorse pubbliche, ha anche la finalità di promuovere, come nel caso in esame, la partecipazione al dibattito pubblico".

D. A ruota la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha fatto ricorso al Consiglio di Stato chiedendo la sospensione cautelare della sentenza del Tar. Vi sareste aspettati una tale reazione?

R. Dopo la sentenza del TAR, la questione sembrava definita, e, pensando di prevenire la conseguente e doverosa comunicazione della Protezione Civile di disponibilità all'accesso, il 24 luglio, e questa volta avvalendoci della sentenza, abbiamo nuovamente chiesto di accedere agli atti mediante estrazione di copia da inviare ai nostri rispettivi indirizzi PEC. L'ultima delle cose che ci saremmo aspettati era che appena cinque giorni dopo, il 29 luglio, ci venisse notificato l'appello della Presidenza del Consiglio e del Dipartimento della Protezione Civile, con motivazioni sostanzialmente identiche a quelle sostenute in primo grado e rigettate dal TAR, e con la richiesta al Presidente del Consiglio di Stato di emettere, "inaudita altera parte", un provvedimento cautelare di sospensione dell'esecutività della sentenza.

D. E il Consiglio di Stato, per meglio dire, soltanto il Presidente della Terza Sezione, Franco Frattini, si è espresso con una velocità senza precedenti il 31 luglio. Ci vuole esporre l'analisi e le valutazioni fatte dal CdS e i motivi finali che hanno indotto il presidente Frattini a sospendere la sentenza del Tar fino alla discussione in camera di consiglio fissata per il 10 settembre? E' prassi comune che sia solo il Presidente di una delle Sezioni del Consiglio di Stato ad analizzare e valutare il tema del contendere senza riunire la Sezione completa a cui è stato affidato il giudizio?

R. Normalmente, i provvedimenti cautelari del CdS vengono emessi dalla Sezione che dovrà giudicare il merito, ma non è infrequente che, nei casi di assoluta urgenza, il provvedimento venga emesso dal Presidente della Sezione competente per il giudizio, o addirittura dallo stesso Presidente del Consiglio di Stato, con un provvedimento monocratico che poi ovviamente subirà la valutazione del Collegio. Nel caso di specie, però, devo riconoscere che la decisione del Presidente Frattini era assolutamente attesa e corretta, essendo l'urgenza della decisione "in re ipsa", sull'ovvia considerazione che l'accesso agli atti e la loro conseguente pubblicazione avrebbero reso inutile lo stesso giudizio dinanzi al CdS. E tuttavia, il Presidente Frattini, nella motivazione del suo decreto cautelare, pur facendo doverosamente salva la valutazione collegiale della Sezione, ha tenuto a evidenziare le sue perplessità in ordine ai motivi dell'impugnazione dell'Avvocatura, facendo solo salva la possibilità di valutare più approfonditamente nel merito un solo specifico punto, e fissando l'udienza del 10 settembre per la decisione collegiale sia sul cautelare, sia sul merito.

D. Come giudica l'opposizione a rendere pubblici gli atti del Comitato Tecnico Scientifico che hanno determinato la scelta finale del lockdown che ha stravolto la vita degli italiani e ne ha lesi i diritti costituzionali previsti nella Magna Carta della nostra Repubblica democratica? E poi, la sera del 5 agosto, la svolta: la Presidenza del Consiglio, tramite il Capo della Protezione Civile, vi ha inviato le copie di 5 verbali del CTS.

R. Devo dire che il diniego della Protezione Civile e, al limite, anche l'iniziale opposizione dell'Avvocatura dinanzi al TAR ci potevano pure stare. Anche se per ragioni di trasparenza non dovrebbe accadere, capita spesso che gli uffici pubblici, anche apicali, spesso per superficialità, talvolta anche per indolenza, provino a ostacolare l'accesso agli atti dei cittadini, e poi, in caso di ricorso, passino la pratica all'Avvocatura dello Stato per imbastire una qualche difesa d'ufficio, tanto per non perdere la faccia; sono pratiche di ordinaria burocrazia, purtroppo normali in un Paese come il nostro, in cui vige la regola non scritta secondo cui "è vietato tutto ciò che non è espressamente consentito", piuttosto che l'opposta regola, tipica di ogni democrazia liberale, secondo cui "ciò che non è espressamente vietato deve ritenersi assolutamente consentito". Ma l'appello, no! Proprio non ci stava, perché a quel punto, dopo il clamore che nel frattempo la vicenda aveva assunto – e, devo dire, anche grazie al sostegno della Fondazione Einaudi e del suo Presidente avv. Giuseppe Benedetto, che ringrazio per avere voluto sostenere una battaglia inizialmente solitaria – ecco, a quel punto l'ostinazione della Presidenza del Consiglio e della Protezione Civile ha cessato di essere un fatto burocratico ed è divenuta un fatto politico, attirando inevitabilmente l'attenzione di alcuni giornali e, a cascata, e anche di qualche parlamentare, e infine una richiesta del COPASIR; tutti eventi che si sono sviluppati nel pomeriggio del 5 agosto, purtroppo con colpevole ritardo rispetto al sorgere della vicenda, che inizialmente è rimasta coperta dal silenzio tombale decretato dai grandi giornali a dalle principali rete televisive. Sino a quel momento, nessuno si era fatta venire la curiosità di verificare sugli atti, piuttosto che sulle chiacchiere, quali fossero effettivamente stati i suggerimenti che il CTS aveva formulato e che avevano indotto il Presidente del Consiglio a emettere provvedimenti destinati a incidere pesantemente sulle libertà fondamentali sancite nelle nostra Costituzione, che ne consente la temporanea limitazione solo con legge dello Stato o con provvedimento motivato dell'Autorità Giudiziaria: il diritto al lavoro (art. 4) e alla libertà personale (art. 13), la libertà di circolazione e di soggiorno (art. 16), di riunione (art. 17), di esercizio del culto (art. 19), di prestazione personale o patrimoniale (art. 23), d'insegnamento (art. 33), di studio (art. 34), d'iniziativa economica (art. 41). E, attenzione, tutto ciò in forza di atti amministrativi generali monocratici, come tali non passati al vaglio preventivo del Presidente della Repubblica e non sottoposti all verifica successiva del Parlamento, come i vari DDPCM, che nel sistema delle fonti di diritto sono norme di rango secondario, piuttosto che con uno strumento normativo di rango primario come la legge, il decreto legge o il decreto legislativo.

D. Erano tutti quelli che avevate chiesto? E' vero che mancavano degli allegati?

R. Noi abbiamo richiesto soltanto 5 verbali, e precisamente tutti quelli del 28 febbraio, 1, 7 e 30 marzo e 9 aprile, che risultavano citati espressamente nei DDPCM emessi dal 1° marzo al 10 aprile, e che costituivano la base giuridica sulla quale la nostra richiesta si fondava; il contenzioso si è quindi sviluppato solo in tali ambiti. Non sapevamo allora dell'esistenza di altri verbali, perché nei DDPCM venivano indicate solo le date e non i numeri d'ordine, mentre ora sappiamo che già alla data del 9 aprile erano stati redatti 49 verbali, e ora, dall'ultimo DPCM del 7 agosto, emerge che i verbali sono arrivati a quota 98; non male come lavoro del CTS! Quanto agli allegati, non ho motivo di ritenere che ne siano stati omessi; i verbali del 28 febbraio e del 1° marzo sono di poche pagine e non hanno allegati; ben più corposi sono quelli del 7 (8 pagine di verbale e 44 di allegati) e 30 marzo (12 di verbale e 47 di allegati) e del 9 aprile (12 di verbale e 103 di allegati).

D. In questi primi verbali avete trovato delle incongruenze rispetto alle decisioni prese dal presidente del Consiglio Conte nei DPCM che ne sono scaturiti? Pochi giorni fa il presidente Conte ha dichiarato che tutti i verbali saranno resi pubblici e che non sono mai stati secretati ma solo considerati riservati e da rendere pubblici al momento opportuno. Come giudica la spiegazione di Conte? E quali saranno i vostri prossimi passi?

R. La nostra iniziativa si è basata su una questione di metodo, prescindeva cioè dal merito dei verbali e quindi del loro contenuto; abbiamo voluto farne essenzialmente un problema di trasparenza nell'attività della Pubblica Amministrazione e, nella specie, della Presidenza del Consiglio e del suo Dipartimento per la Protezione Civile. Siccome sia io, sia i colleghi impegnati in questa vicenda, ci riteniamo portatori di una visione liberale della società, abbiamo pensato che la trasparenza negli atti della P. A., oltretutto costituzionalmente dovuta, è la premessa necessaria perché i cittadini possano conoscere per poi liberamente giudicare con cognizione di causa, secondo la nota regola einaudiana del "conoscere per deliberare", tanto più valida nel momento in cui le libertà fondamentali degli italiani sono stati profondamente incise, magari con qualche buona intenzione, ma con provvedimenti autoritativi la cui costituzionalità è stata per altro messa in dubbio da frotte di studiosi della materia. Ormai questi verbali sono pubblici e si possono leggere sul sito web della Fondazione Einaudi, che sin dall'inizio ha seguito e affiancato l'iniziativa.Per altro, il Presidente del Consiglio ha anche giustamente dichiarato che renderà pubblici anche gli altri verbali, e quindi il giudizio sul merito della congruità tra i pericoli dovuti all'emergenza sanitaria, i suggerimenti del CTS e i provvedimenti poi adottati dal presidente del Consiglio appartiene ormai al dibattito pubblico. E, se la pubblicazione degli altri verbali non dovesse malauguratamente seguire, la strada è ormai aperta e chi vuole può imboccarla; riteniamo così di avere reso un servizio al Paese, e tutti i nostri concittadini, anche a quelli che magari all'inizio erano perplessi sull'iniziativa. Il che, ovviamente, non vuol dire che io non mi sia fatta una personale opinione su quel che emerge dai verbali.

D. E ci può dire qual è?

R. Certo, per dirla in pillole: penso che nella gestione dell'emergenza sanitaria il Governo abbia per un verso ritardato in quel che doveva fare, e per altro verso esagerato in quel che ha fatto! Ma questo ci può anche stare, sono stati tempi eccezionali e nessuno è perfetto, purché non pretenda di esserlo sempre e comunque! Resta poi il problema dello strumento giuridico attraverso cui sono state imposte le limitazioni alle libertà dei cittadini, su cui ho già detto: in sostanza, è accaduto che il Presidente del Consiglio si sia inventato una nuova presunta fonte primaria di diritto, il decreto legge di delega a un organo di governo monocratico, oltretutto senza i limiti sostanziali e temporali che l'art. 76 Cost. impone per le leggi formali di delega. E poi, da liberale quale sono, mi consenta di dire che ho trovato inquietante che in questo Parlamento, la cui maggioranza ha approvato senza fiatare tutto ciò che le è stato proposto dal Governo, sia stata lasciata agli epigoni del fascismo la difesa dello Stato di Diritto e delle Libertà fondamentali che i loro progenitori avevano stracciato. La Storia, talvolta, ha sviluppi paradossali!

D. Cosa vi aspettate dalla Camera di consiglio del 10 settembre?

Sulla base di quanto precede, ed essendo ormai quei verbali assolutamente pubblici, ci aspettiamo che il Consiglio di Stato dichiari cessata la materia del contendere.

da il parlamento

 

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