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"Emiliano: storia di una morte annunciata"

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Michele EmilianoBari, 20 marzo 2012. - Michele Emiliano è un genio della comunicazione, abilissimo nel trasfigurare in meriti gli errori e perfino i misfatti (ma sui Degennaro è dura anche per lui), ma se fosse altrettanto dotato di sensibilità istituzionale, non avrebbe distribuito ai giornalisti i regalini ricevuti come Sindaco, che appartenevano non a lui ma alla Città, così come i doni scambiati in occasione di incontri internazionali restano allo Stato e non a chi per suo conto materialmente li riceve. Nell'Italietta umbertina un ex-Ministro si suicidò perché accusato di essersi appropriato di un calamaio del Ministero, ma erano altri tempi.

La verità è che questa guasconata rappresenta perfettamente la concezione padronale che ha Emiliano del suo ruolo rispetto alla Città, che abbiamo visto all'opera, senza alcun riguardo per le conseguenze, in un'infinità di vicende, dalla cancellazione "motu proprio" di decisioni già formalmente operanti come per la Cittadella della Giustizia, alla gestione di tutta la vicenda-Petruzzelli fino agli ultimi imbarazzanti sviluppi, ed a quella della coalizione che lo ha espresso, umiliata al punto da farle assorbire financo lo sdoganamento della "marcia su Roma", addirittura andando "ultra petitum" rispetto all'ultima riesumazione locale del post-fascismo, che si accontentava di una poltroncina fine a sé stessa.

Potrebbe sembrare un'involuzione rispetto ai tempi in cui si fregiava della strategia dell'ascolto e mobilitava le masse promettendo loro il Palazzo da espugnare, ma al contrario è la quasi automatica evoluzione di tutti i fenomeni analoghi al suo, di capi-popolo che, assurti al potere su un' "onda" rivoluzionaria, finiscono quasi immancabilmente, dopo una prima fase all'insegna della furia iconoclasta e delle decapitazioni di massa, per sprofondare –nell'instaurazione di un sempre più stucchevole ed intollerante "culto della personalità"- in regimi molto più opachi ed oppressivi di quello che avevano abbattuto, prevìi accumuli di corti sempre più sterminate e voraci e financo tentazioni dinastiche.

E' tipica di questa sindrome la fase imperialistica, ossia l'accentuazione parossistica di un'auto-stima portata fino ad autentici delìri di onnipotenza (l'ANCI, liste "civiche" mondiali, perfino la guida del Governo nazionale, sia pur passando per la Regione). E, nella gestione degli affari interni, la trasfigurazione propagandistica (i 30 mila posti di lavoro) e la tecnica del capro espiatorio, spesso anche collettivo (i netturbini, i vigili urbani), esposto al pubblico ludibrio- per esempio- su "facebook".

Normalmente questi despotismi crollano di botto ed in modo cruento. Con le schiene dei cortigiani che brillano di pugnali. Mentre si stringe l'assedio intorno al Palazzo, in attesa della testa di un tiranno sempre più solo.

Tommaso Francavilla (pubblicato da Azenda Bari)

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