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Verona: Delitto Tommasoli, la Cassazione conferma la pena

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Verona, 23 maggio 2012. - di Matteo Tedeschi

10 anni e 8 mesi di reclusione. La Cassazione ha confermato la sentenza della Corte d'Appello di Venezia per Nicolò Veneri e Federico Perini colpevoli di aver picchiato a morte Nicola Tommasoli. Pena che segnerà in modo indelebile il resto della loro esistenza. Nessuno si permetta di mettere in dubbio che il responsabile della morte di un altro uomo debba avere una punizione che sia di monito alla collettività e finalizzata a dare un segnale forte di giustizia e repressione di criminalità.

La morte di Nicola Tommasoli è il tragico epilogo di un episodio di violenza gratuita, perpetrato dal branco ai danni di un innocente. Egli muore lasciando una madre inconsolabile, una padre a pezzi ed una famiglia distrutta...nessuno può cambiare questo drammatico bilancio.

Veneri e Perini devono pagare e la pena deve essere pesante. Ma dev'essere pur sempre una punizione e non una ritorsione. Deve essere principalmente finalizzata alla comprensione della scelleratezza delle loro azioni e quindi la reclusione potrebbe non essere la soluzione idonea allo scopo!

Dietro il loro gesto non ci sono risvolti politici, ma solo un'individuale desolazione sociale e culturale e forse la mancanza di riferimenti familiari e scolastici forti. La loro vera colpa è l'ignoranza che spesso si associa ad un carattere fragile e all'insicurezza adolescenziale e che trova spazio in una logica distorta di branco: "da soli si è deboli, ma insieme si è in grado di fare qualsiasi cosa".

La vicenda che si è consumata quella sera si configura come una grande sconfitta sociale. E' il riflesso della sconfitta di cinque nuclei famigliari che hanno fallito il loro compito educativo. Nel gesto degli aggressori non c'era premeditazione ma ignoranza: non sono assassini nati, bensì vittime del loro status culturale, prodotto di un modello ingannevole di affermazione sociale e autoproclamazione di forza.

Sono mancati modelli e riferimenti autentici. La galera non è la "punizione" adeguata!

L'esperienza carceraria non può essere la soluzione ad una ragazzata finita male. Il rischio è quello di perpetuare il fallimento sociale trasformando, con ogni probabilità, due ragazzi pericolosi forse solo in potenza, in due individui molto diversi da quelli che oggi sono sul banco degli imputati, con la beffa di creare in loro un rancore profondo verso la collettività anzichè la comprensione e la mortificazione per il gesto compiuto. Il carcere li corromperà irrimediabilmente trasformando l'ignoranza violenta in consapevole delinquenza.

Se da una parte è stata spezzata una vita e distrutta una famiglia, dall'altra ci sono comunque cinque famiglie distrutte e dei ragazzi segnati per tutta la vita, persone che ricorderanno con profondo rammarico e contrizione gli eventi di quella sera e vivranno il resto dei loro giorni con un quotidiano pungente senso di rimorso per quella vita portata via.

Ogni anno diverse associazioni di volontariato si adoperano nei paesi del terzo mondo per migliorare i livelli le condizioni di vita delle popolazioni autoctone, popolazioni che sopravvivono spesso in frangenti disperati caratterizzati da guerre, carestie, malattie e lo spettro costante della fame. Il volontariato forzato, senza possibilità di ritorno per un periodo di durata pari o superiore alla reclusione, potrebbe essere la soluzione vera al disagio sociale di questi ragazzi e il mezzo concreto per una autentica riqualificazione sociale e morale nonchè lo strumento più adeguato a proporre un modello di umanità e di auto-affermazione profondamente diverso da quello attualmente radicato nelle loro menti così ancora malleabili.

In nessun modo si vuole far passare i carnefici per vittime o confondere responsabilità individuali con responsabilità sociali e famigliari, nè c'è l'intenzione di gettare dubbio sulla colpevolezza degli aggressori e sulla necessità della "punizione". Tutti condividiamo il cordoglio e la rabbia disperata della famiglia Tommasoli . Si pone soltanto una riflessione sulla natura e la finalità che dovrebbe avere la pena al fine di individuare una ragionevole risoluzione ad un episodio mortificante che coinvolge di fatto un intero sistema sociale e non solo poche famiglie, una risoluzione che possa configurarsi come il perseguimento di una giustizia morale più che giuridica, e quindi finalizzata a creare consapevolezza vera e sentito rammarico ed una concreta espiazione di colpa attraverso l'aiuto del prossimo.

Matteo Tedeschi
Lettera Politica-Verona 62

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