33 anni fa, strage alla stazione di Bologna

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Trento, 2 agosto 2013. – di Claudio Taverna

Ricorre, oggi, il 33° anniversario della Strage di Bologna. L'unica verità processuale emersa è che ci sono stati dei depistaggi ad opera degli apparati dello Stato per portare le indagini verso la destra. Oggi, come allora, valgono le parole dell'on. Cipriani, deputato di Democrazia Proletaria, che nel 1990, in occasione del decimo anniversario della Strage di Bologna disse con forza che "dalla lapide che ricorda la strage dobbiamo togliere le parole "strage fascista", perché ciò è riduttivo e fa parte del depistaggio operato sulla strage di Bologna, diversa dalle altre stragi, e che ha molto più a che fare con Ustica e con i rapporti tra Italia, Francia, Stati Uniti, i servizi occidentali e le strutture segrete. Dire che sono stati Fioravanti e compagni è stato un depistaggio: su quella lapide bisogna scrivere "strage di Stato"! 

E se la strage fu di Stato, è lo Stato a dover dire la Verità, prima di tutto, per chi ha perso la vita.

Anche Francesco Cossiga, presidente della repubblica, dimostrò onestà intellettuale quando chiamò al Quirinale Pinuccio Tatarella parlamentare missino e si scusò con il MSI (del cui gruppo parlamentare anch'io feci parte nel 1991) per le infami e ingiuste accuse rivolte ai nostri ambienti per la strage alla stazione di Bologna, di cui anche Cossiga si rese colpevole nella falsa ricostruzione in parlamento di quel sanguinoso evento.

A 33 anni dal massacro, non si può ignorare quanto accaduto. Sia per onorare i morti che per rendere giustizia a chi è stato ingiustamente condannato più moralmente che materialmente.

Ricordo un episodio che ho raccontato più volte e che ripete anche in questa occasione.

Proprio nei giorni immediatamente successivi all'orrenda strage di Bologna, dopo che in parlamento l'on. Francesco Cossiga aveva dichiarato che "la strage era di marca fascista", l'efficiente macchina organizzativa del PCI e dell'antifascismo militante (allora in servizio permanente effettivo), costrinsero le istituzioni, tutte le istituzioni italiane a celebrare il più gigantesco processo politico che si possa ricordare, con una sentenza già scritta: fascisti i colpevoli. Ciò accadde anche in Trentino. Ricordo perfettamente quando entrai nella gremitissima e rumorosissima sala di rappresentanza del consiglio regionale in piazza Dante, dove dominante risultava un solo colore: il rosso delle bandiere dei comunisti e dei sindacati. Ero da solo, l'unico rappresentante del MSI (allora giovane consigliere comunale di Trento) a presenziare a quell' adunata. Quando venni scorto, un improvviso, glaciale silenzio piombò nella sala. Mille occhi accusatori mi frugarono da cima a fondo. Era una torrida mattinata di agosto, in sala non c'era l'aria condizionata, ma ebbi freddo, un freddo innaturale mi percorse. Sentivo gli oratori, dai toni comiziali, ripetere le stesse parole: fascisti i colpevoli. Tutto molto prevedibile, del resto. Un copione già (spesso) recitato. Ero certo che ciò questo sarebbe accaduto, meno certo per la mia incolumità. Ma dovevo presenziare. Avrei avuto tante scuse per non essere lì. Interruppi le ferie e rientrai precipitosamente a Trento, perché ci dovevo essere. Ci dovevo essere innanzitutto per me stesso, poi per gli iscritti al Partito. Ci dovevo essere per testimoniare al mondo, a quel mondo, che la destra era pulita, che non centrava nulla con la strage, che eravamo innocenti. Che non dovevamo né potevamo essere criminalizzati. Sono fiero di esserci stato. Oggi più che mai, perché proprio oggi che, al di là delle scuse formalmente rivolte alla destra dal presidente Cossiga, da più parte con voce sempre più alta si chiede con forza la verità vera su quanto accaduto.

(nella foto la stazione FS di Bologna dopo lo scoppio della bomba)

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