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Morì durante una pratica sadomaso: assicurazioni condannate a risarcire la famiglia trentina

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La moglie dell'uomo: «Ormai non ci speravo più. Mi hanno trattata come una pezza da piedi, invece quei soldi mi spettavano di diritto»

Trento, 12 agosto 2022. - Redazione*

Dopo una battaglia civilistica durata 10 anni, due società assicuratrici sono state condannate al pagamento di un indennizzo nei confronti della moglie e dei due figli di un uomo che, nel febbraio 2012, morì impiccato durante delle pratiche sadomaso nell'ambito di una relazione extraconiugale a Trento.

«Siamo estremamente soddisfatti del risultato anche se, all'inizio, sembrava una lotta contro i mulini a vento – commentano Michele De Bona e Maurizio Cibien, responsabile di Giesse Risarcimento Danni a Trento – La vittima, infatti, aveva stipulato due polizze contro gli infortuni mortali ma le due assicurazioni non volevano pagare l'indennizzo che spettava di diritto alla sua famiglia. Così abbiamo avviato una prima causa contro Assimoco spa, con l'avvocato Impelluso, e il Tribunale di Milano ci ha dato ragione».

A quel punto, forti del primo risultato ottenuto, è stato chiesto alla seconda assicurazione, cioè Itas spa, di pagare l'altro indennizzo. «Ci siamo scontrati contro un muro – continua De Bona, di Giesse – Nonostante il giudice milanese avesse messo nero su bianco i diritti dei nostri assistiti, l'assicurazione trentina ha continuato a rifiutare di pagare l'indennizzo. Quindi abbiamo dovuto fare una seconda causa, questa volta davanti al Tribunale di Trento, con l'avvocato Bruno, e abbiamo vinto nuovamente».

La tragedia risale al 22 febbraio 2012. L'uomo, di 37 anni, è nel suo appartamento a Trento e si sta intrattenendo con l'amante. Lega i polsi alla donna, rendendole impossibile qualsiasi movimento, si inginocchia su un puff, afferra la corda che pende da uno dei morsetti attaccati al soffitto e si impicca. Lo scopo non è quello di uccidersi, ovviamente, ma di praticare quello che viene definito "breath control" (controllo del respiro), per rendere l'orgasmo più intenso. Lo stato di ipossia, tuttavia, è improvviso e acuto e il 37enne non riesce a interrompere in tempo la pratica sadomasochistica, morendo davanti all'amante.

«A seguito della sua morte, la moglie e i figli avrebbero dovuto ricevere due indennizzi – spiega Maurizio Cibien, di Giesse Risarcimento Danni – Il primo, da 22mila euro, per il contratto di assicurazione contro gli infortuni mortali che l'uomo aveva sottoscritto anni prima con Assimoco spa. Il secondo, da 20mila euro, per due polizze ("Polizza multirischi" e "Polizza infortuni correntisti capitali fissi free") stipulate con Itas assicurazione spa. Purtroppo non hanno mai ricevuto riscontri positivi alle loro legittime richieste e anche la banca, che aveva spinto per stipulare le polizze, ha voltato loro le spalle».

Da qui, l'avvio delle due cause, prima contro Assimoco, poi contro Itas. Secondo le assicurazioni non era possibile indennizzare il danno perché il fatto non costituiva "infortunio" a termini di polizza. Al contrario, i consulenti e i legali di Giesse sono riusciti a dimostrare che il rischio avveratesi rientrava pienamente nella categoria generale dei rischi oggetto della copertura assicurativa. Si legge, infatti, nella sentenza che la morte del 37enne «non è stato frutto di una scelta suicidaria, ma diretta conseguenza di un grave infortunio e pertanto rientrante nella copertura assicurativa». Infine: «Preme evidenziare – scrive il giudice – che il decesso dell'uomo costituisce ai sensi di polizza un "infortunio mortale", il quale dà diritto al pagamento dell'indennizzo, laddove si consideri che lo stesso non è stato causato da una scelta intenzionale della vittima, non è derivato da malattia e la cui causa è individuabile in un fattore esterno, ovvero ab extrinseco, e non ad esempio da vecchiaia o patologia».

A distanza di 10 anni dal fatto, la moglie e i due figli dell'uomo sono riusciti, tramite Giesse, a ottenere l'indennizzo che spettava loro di diritto ma che le due assicurazioni non volevano pagare. «Ormai non ci speravo più – racconta la moglie – L'ho vissuta come una vera e propria beffa. Ricordo che, inizialmente, mi ero rivolta a uno studio legale e mi avevano detto di vergognarmi a chiedere che mi venisse pagato l'indennizzo quando invece, come i tribunali hanno stabilito, spettava di diritto a me e ai miei figli. Mi hanno trattata come una pezza da piedi. Se non mi fossi rivolta a Giesse Risarcimento Danni non avrei risolto nulla».

*comunicato

(nella foto il Tribunale di Trento)

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