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Perché il Civico Aquario di Trieste non ha la “c”? Il pinguino Marco e altre storie

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Trieste, 2 agosto 2021. - segnalato da Bruna Zuccolin*

Il Civico Acquario di Trieste, oggigiorno protagonista di una ristrutturazione da tempo necessaria, ha una particolarità, quasi invisibile all'occhio di chi non è un editor: nel titolo manca una "c", è "aquario". Come mai? Reminiscenze romane, dimenticanze grammaticali, latine strizzate d'occhio?

In realtà la ragione era un'altra e, complici i fissati con la grammatica, se ne discusse già in quel 1933 che aveva assistito alla nascita dell'esposizione "acquatica" all'interno di Santa Maria del Guato, alias Pescheria centrale. Fu proprio "un affezionato lettore" de Il Piccolo a sollevare la questione con una lettera accusatoria. L'anonimo lettore si domandava come fosse possibile aver commesso un errore tanto grossolano, rilevando che "ogni volta che si fa una cosa nuova a Trieste, vi sia sempre qualche inspiegabile, ed in questo caso, grave errore". La riflessione del lettore in realtà rivelava una città ancora poco integrata, negli anni Trenta, nel tessuto nazionale italiano; ci si domanda infatti perché Trieste non si decida a "imparare una buona volta la lingua italiana" e perché, oltre a essere "già così dimenticata in tante cose", deve "rendersi anche ridicola".

Particolare ancor più interessante, il lettore lamentava come i nomi dei pesci fossero stati scritti "soltanto in triestino ed in latino e non in italiano"; un significativo indizio che nella città il dialetto era estremamente diffuso, a tale punto da sostituire l'italiano fiorentino, nonostante fosse il periodo del regime. In quale Museo oggigiorno troveremmo le didascalie in triestino? L'uso di scrivere in dialetto nelle occasioni ufficiali è oggi scomparsa, se non per involontari "triestinismi". Il lettore de Il Piccolo invece lamentava come "già troppo sovente sule insegne ed anche sui giornali i "lucidatori di parchetti" sostituiscono gli italiani "palchetti", per non citare "i venditori di dindio" dove la parola italiana corrisponderebbe invece a "tacchino" e il "vis a vis" in luogo del "di fronte".

Il responsabile dell'Acquario all'epoca rispose al lettore con due obiezioni; osservando innanzitutto che se all'ingresso principale, tutt'oggi sopravvissuto, l'Aquario compariva senza la famigerata "c", utilizzando la porticina interna dalla Pescheria l'aquario compariva con la dicitura richiesta.

Mentre invece sul fronte delle didascalie si confermava la svista, sebbene reclamando a gran voce che sarebbe stato utile "adottare il sistema trino – sempre perfetto – vale a dire usare il nome regionale, insieme con quello prettamente italiano e infine il latino".

Un'apertura al dialetto, sebbene su un'improbabile base regionale, nuovamente inedita, specie considerando il periodo storico.
Un altro lettore, probabilmente un professore o un filologo, ritornò sull'argomento qualche giorno dopo, con l'intenzione di difendere la scelta dell'aquario senza la "c". Il lettore osservò che "il latino aqua nella lingua nostra ha dato acqua" mentre "Quando [...] uno scienziato pensò di allevare e curare nell'acqua alcuni degli esseri in essa viventi, perché meglio si potessero esaminare e studiare, ricorse per la sua invenzione alla parola latina Aquarium". Parola alla quale "noi Italiani abbiamo dato veste italiana, creando la forma Aquario".
E considerando la diffusione della parola tra il popolo, questi "non poté non sentire l'affinità di aquario con acqua, e quasi involontariamente cominciò a pronunciare acquario".
Pertanto "Ambedue le forme hanno dunque diritto di cittadinanza, diritto antico l'una; di recente concessione l'altra; aquario è la forma latina, originaria, aristocratica, pura, esatta, acquario invece è la parola latina ridotta dal popolo a forma italiana".

Scrivendo della storia dell'Aquario è difficile non trattare la vita del pinguino Marco, immortalata negli ultimi anni addirittura dalla storiografia locale. Correva l'anno 1953, un anno prima del passaggio di Trieste all'Italia, quando la motonave "Europa" sostò a Città del Capo, in Sudafrica. Tra i giovani dell'equipaggio due ragazzi istriani, Ezio e Nini, organizzarono una goliardata: rapire uno dei tanti pinguini che popolavano le scogliere della città. Dopo averne catturato un esemplare della specie Sphenicscus Demersus con una rete da pesca, lo chiusero in un sacco nella cambusa della nave. Il pinguino, soffocato in un ambiente caldo e chiuso, si dimostrò fin dall'inizio malaticcio e insofferente; a tale punto che i due ragazzi pensarono di restituirlo alla libertà. Ma era troppo tardi, perché la nave era già ripartita alla volta dell'Italia. Il pinguino venne allora trasferito nel gabinetto alla turca della cucina e – rinfrescato periodicamente e rimpinzato di pesce fresco – si riprese rapidamente, peraltro iniziando a trattare i marinai come suoi simili e a seguirli in giro per la nave. A seguito della scoperta del pinguino da parte del capitano a Brindisi, si decise di affidarlo al Civico Acquario Marino, presentandolo come un orfano rinvenuto agonizzante e salvato da morte certa. Il pinguino, ribattezzato "Marco", divenne presto una celebrità all'Acquario, "coccolato" dai pescivendoli e dai bambini. Morirà il 27 dicembre 1985, all'età record per un pinguino di 32 anni.

Il pinguino Marco a passeggio nell'acquario
Ma qual è la prima testimonianza del pinguino Marco? Sfogliando i quotidiani del tempo, è Il Giornale di Trieste a dedicarvi per primo un articolo, il 5 giugno 1953. Si tratta di un reportage naturalistico, un'indagine sulla vita dei pinguini e le loro curiose caratteristiche. In sottofondo, a contraddire che all'epoca non vi era attenzione agli animali, permane una velata tristezza verso gli animali "in gabbia" che l'autore Walter Maucci accetta solo come alternativa all'uccisione.
"Stava camminando – descrive Maucci – nella sua gabbia con comica serietà: tre passi, un saltello, altri tre passi, un altro saltello. Il collo, grosso eppur flessuoso, si inarcava accompagnato da un ritmico agitare dei moncherini d'ali. Movimenti goffi, ma effettuati con la gravità di un rito".

Si tratta "di lui, di Marco, il nuovo ospite del nostro Aquario, l'uccello che si è messo in marsina per giocare ad essere pesce".
Maucci non nasconde la sua ammirazione verso il piccolo pinguino: "Migliaia di chilometri è lontana la sua patria. Qui, in un emisfero che non è il suo, una piccola vasca di cemento sostituisce per lui l'oceano dei suoi padri. I suoi occhietti vivaci, chiaro indizio di una indubbia personalità, guardano attorno senza timore, ben diversi dalla tonta inespressività dei peschi che occhieggiano nelle vasche".

L'autore, nella sua trattazione, delinea un'epica del pinguino come di un animale malinconico ed eroico che vive tra i ghiacci di un mondo ostile. Concludendo che "Questi inoffensivi uccelli incapaci di volare non sono fatti per difendersi dalla malizia dell'uomo". Anzi, "Vengono incontro al visitatore con la solennità di un comitato di ricevimento, e li guardano con un misto di curiosità e dignità".

Eppure, ed è l'ironia della faccenda, le conoscenze scientifiche di Maucci non gli permisero di correggere l'errore scoperto solo alla morte di Marco: il pinguino era in realtà una femmina, "l'uccello in marsina" una sorniona lady.

*Presidente
ASSOCIAZIONE NAZIONALE VENEZIA GIULIA E DALMAZIA
Comitato Provinciale di Udine
cell. +39 3489043655
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(nella foto l'Acquario in notturna)

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