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‘Femminicidio’: vera emergenza?

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Emilio GiulianaTrento, 1 giugno 2013. - di Emilio Giuliana

Negli ultimi mesi, la parola 'femminicidio' è entrata prepotentemente nel gergo comune della nostra società. Il significato del termine è terrificante, perché evidenzia la volontà di infliggere violenza o eliminare esseri umani in quanto donne. Il vocabolo, in realtà, risulta improprio, quasi a imitazione del 'genocidio'; trattasi della creazione di nuove parole mediante le quali si creano nuove realtà, in questo caso quella relativa a donne che vengono uccise proprio perché donne.

A ben vedere, la questione è diversa da come comunemente posta: nei casi di 'femminicidio', quando è l'uomo a uccidere la donna, egli uccide la moglie, l'ex-moglie, la fidanzata o la figlia: una donna, insomma, in qualche modo legata al suo assassino. Assassinare o procurare violenza immotivatamente, è incivile indipendentemente dal sesso: mai violenza sulle donne, mai usare le donne in maniera strumentale, mai "buggerarle". Ma occorre anche tutelarle contro il tentativo di condizionarle emotivamente, causando in loro false paure per mezzo di un'informazione in malafede che punta a criminalizzare l'uomo.

Non è mia intenzione minimizzare la portata del fenomeno in esame, ma ritengo vi siano ragioni per supporre che dietro alla violenza sulle donne e alla conseguente criminalizzazione dell'uomo risieda l'intenzione, ancora una volta, di colpire nuovamente la famiglia, per come Dio l'ha generata. In odio al principio di gerarchia, l'uomo come capo-famiglia va svilito, umiliato, marchiato come un pericolo sociale, una bestia. Contrariamente alle "notizie" di cronaca nera, che danno il 'femminicidio' in aumento, i dati dell'ISTAT (11/5/2013 - Il Fatto Quotidiano) spiegano come la violenza che sfocia in 'femminicidio' sia in diminuzione da vent'anni a questa parte. Nel 1992 vi furono in Italia 1.275 omicidi in totale, mentre nel 2010 (ultimo anno disponibile nel resoconto) 466. La diminuzione riguarda principalmente gli uomini, ma anche per le donne vi sono dati interessanti: se nel 1992 vi furono 186 vittime femminili, nel 2010 ve ne furono 131, cioè un calo del 29,57%.

Nell'ipotesi che il tasso di omicidi da parte di uomini con i quali le donne uccise avevano una relazione sia rimasto costante al 62%, com'era nel 2006, le vittime del 2010 sarebbero 81. Poiché si parla, in alcuni giornali, di 25 vittime nei primi quattro mesi dell'anno, nel 2013 le donne assassinate da uomini rifiutati potrebbero ammontare a 75: si tratta allora, per quanto orrendo, di un fenomeno stabile, non di un'emergenza assoluta.

Così tanto clamore, stride contro un gendercide invece taciuto. In Europa si pratica l'aborto selettive: numerose donne che sanno d'avere in grembo una bimba, e non un bimbo, la eliminano. Rispondendo all'interrogazione di un parlamentare indipendente, Lord David Alton, Earl Howe, Sottosegretario alla Sanità inglese, ha ammesso che esiste anche in Inghilterra un rischio di gendercide, ovvero di uno sterminio del genere femminile.

L'aborto selettivo ha raggiunto proporzioni preoccupanti in Albania, Armenia e Georgia (il Giornale – 13/01/2013). Meno tragica, ma sempre rilevante, è la violenza che gli uomini subiscono dalle donne. La dottoressa Heike Hölling, co-autrice di uno studio (AA.VV. DEGS-Studie 2013, Robert Koch-Institut), evidenzia che «nelle famiglie tedesche le donne esercitano violenze fisiche e psichiche con violenza molto maggiore rispetto agli uomini». Il problema della violenza domestica sommersa, anche se può sembrare strano, riguarda più gli uomini che le donne, dal momento che costoro sono meno propensi a denunciarla.

Per rimanendo vero che quando sono le donne a ricorrere alla violenza o ad uccidere spesso lo fanno per legittima difesa, si stima che meno dell'1% dei casi di violenza domestica contro gli uomini venga denunciato. Laddove la violenza domestica non è reciproca, essa risulta praticata per la prima volta dagli uomini in una percentuale di poco superiore alle donne: nel 27% dei casi rispetto al 24% (Cfr. Straus M. - Gelles R.J.: 1989, Physical Violence in American Families: Risk Factors and Adaptations to Violence in 8,145 Families, in «Transaction Publishers», Livingston Campus of Rutgers University, 622: 105).

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