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Un leggendario Generale: Luigi Reverberi

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Monselice, 5 marzo 2019. - di Adalberto de' Bartolomeis

Pluridecorato nella 1^ guerra mondiale, il generale degli alpini Luigi Reverberi, fu insignito anche di medaglia d'oro al valore militare, ma solo tardivamente, il 21 gennaio 1951, a sua insaputa, durante una cerimonia militare di ricorrenza della famosa tragica guerra sul fronte russo nell'ARMIR, per i fatti d'arme della battaglia sul fiume Don e dell'epica battaglia di Nicolajewka, da cui tutto portò all'odissea di una tra le più tristi ritirate dell'Esercito Italiano da un tremendo fronte di guerra.

Lui era già in pensione con il grado di generare di corpo d'armata degli Alpini quando ricevette la più alta onorificenza militare, ma tra il più giovane fra tutti gli ufficiali, qualche anno prima, nel Corpo di Stato Maggiore del Regio Esercito, sempre sorridente, con una sigaretta pendula fra le labbra, nato nella generosa Emilia, a Cavriago, un mattino del mese di novembre 1942 salutò tutti da un finestrino di un treno partente da Milano, diretto, dritto dritto, sul fronte russo.

Raggiungeva il suo Comando della Divisione Tridentina, giá nel grado di generale di Brigata, diventando di colpo un eroico protagonista su tale fronte perché costantemente di sprone ai suoi alpini venne ricordato per un suo famoso grido di battaglia, passato, poi, alla Storia in quanto voleva esporsi primo tra tutti in attacco, non mancando mai di dire " Avanti mia Tridentina".

Insignito del collare dell'Ordine Militare di Savoia sarebbe presto arrivato l'episodio più epico e più toccante nella storia delle penne nere e della cosiddetta "Italia scarpona" perché gli alpini, ancora oggi, marciando, usano ricordare questa antica frase, dicendo "naja scarpona", come avrebbe altrettanto detto un altro famoso ufficiale, il tenente medico Giulio Bedeschi.

L'episodio, quindi, di Nikolajewka fu davvero leggendario: con temperature che si approssimavano ben ampiamente al di sotto di 40 gradi sotto zero i reparti italiani non sarebbero potuti resistere a lungo, ammassati, in attesa di ordini. Il generale Reverberi fu fulmineo: decise da solo di partecipare personalmente all'attacco con un gesto che rimase leggendario, degno di un soldato valoroso e di un Comandante capace e trascinatore quale che fu.

Un testimone altrettanto noto, il generale Bruno Gallarotti lo vide salire su un semicingolato tedesco e in piedi col braccio, la mano ed il dito indice puntati avanti, al pari di un antico cavaliere, indicando il nemico gridò: "Tridentina avanti"! Un grido d'incitamento animato da una disperata speranza di lanciarsi in avanti e poi tutti gli altri, dietro, a valanga, uomini armati e non armati, ridotti ormai agli stremi, ma con ancora un anelito di ultime energie di chi, in quel momento avrebbe detto " siamo tutti vivi all'assalto".

A lungo durarono quegi aspri combattimenti, ma alla fine, tanti riuscirono ad uscire da una sacca mortale, in un'unica direzione che lui, Reverberi, indicava, là, l'Italia. Direzione verso, purtroppo, una sconfitta, con perdite immani, che di lì, usciti dalla morsa del nemico, avrebbero incontrato un'altra morsa, quella del gelo, che molti li avrebbe annientati per assideramento o resi, comunque, anche invalidi, a vita.

Quella vicenda non sarebbe bastata: rientrato in Italia lo colse l'8 settembre 1943 e catturato dai tedeschi, fedele ad un giuramento di soldato, rifiutò la collaborazione con quest'ultimi e cosí finí come internato in diversi Lager: prima in Polonia, poi in Francia, dopodiché in Germania ed infine in Russia.

L'avventura per lui non terminó perché non appena rientrato in Italia fu pure sottoposto ad un avvilente ed assurdo processo, solo perché si era arreso, sempre come comandante della ricostituita Tridentina, all'indomani dell'8 settembre 1943. Ne uscì naturalmente assolto, a testa alta, semplicemente perché la sua vita militare era dedita alla Patria, agli alpini ed alla sua famiglia. Una mattina del 21 giugno 1954, con la sua immancabile sigaretta in bocca, con l'aria di chi non pareva proprio che gli anni gli passassero via, scendendo dalle scale di un condominio a Milano dove abitava, cadde all'indietro, picchiando sul marmo degli scalini con la schiena.

Soccorso dai suoi familiari e ricoverato in un ospedale il giorno dopo raggiunse i suoi eterni e valorosi alpini, migliaia di penne nere, che erano rimaste laggiù, tra le distese di ghiaccio, in Russia, morte sotto il fuoco nemico, o di stenti, o di malattia, o perché erano finite nei campi di concentramento sovietico. Fu così che anche lui "andò avanti". Loro sui campi di battaglia, lui sulle scale di casa per una banale caduta. Il 22 giugno 1954 il nome del generale Luigi Reverberi sarebbe entrato in una leggenda, nella Storia d'Italia dove già lo aveva accolto per quel suo tipico gesto: il braccio alzato, la mano levata ad indicare che là c'era una direzione, la Patria, la casa, la famiglia, il sogno di tanti soldati nella campagna di Russia.

Un leggendario Generale: Luigi Reverberi
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