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Uomini soli nella crudeltà di una catastrofe

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Monselice, 7 marzo 2019. - di Adalberto de' Bartolomeis

Pagarono con la vita i più in battaglia, lentamente altri, dove? Nei gulag sovietici, o in altri campi di concentramento, dove tutti erano contro di loro, ma loro, anche condizionati a dovere scegliere per una propaganda, incontrarono altri che invece capirono che tutti insieme erano costretti ad affrontare con coraggio e valore una sorte obbligata: combattere, anche disperatamente fino alla fine di un lungo incubo, durato 5 anni.

Pochi, pochissimi, rientrati in Italia, solo per una fortuna momentanea, dovettero fare i conti con il capovolgimento politico-militare di situazioni che, decise dagli stessi che le ordinarono erano consapevoli per i loro atti che avrebbero ancora di più arrecato disastrose conseguenze di danni immani. Sopraggiunti in Patria potevano solo raccontare, tra cui anche molti che mancavano da ben 3 anni di guerra, le varie odissee a cui dovettero fare fronte prima di un'altra che di lì a poco li avrebbe scaraventati violentemente di fronte all'odio più dilagante, efferato, perché sarebbe esploso da parte di tanti nemici, troppi!

Erano già noti coloro che lo manifestarono apertamente: i tedeschi, già da alleati, poi quelli che diventarono i nuovi alleati e persino fra gli stessi commilitoni che indossarono una comune uniforme, fino ad arrivare pure ai civili, italiani, quindi, tra italiani, gli uni contro gli altri, ad un appuntamento l'indomani dell'8 settembre 1943. Le avvisaglie dell'odio si mostrarono però da tempo, prima che questo si espanse e lo stesso alleato germanico fece di tutto per dimostrarlo, sulle varie linee perdenti dei fronti di guerra, con una crudeltà inaudita contro i nostri soldati che certo mai avrebbero potuto meritarsi un simile affronto. La storiografia é stra colma di episodi inediti in Russia, in Africa, nei Balcani, nelle isole greche e per finire, in Italia.

Loro, i soldati di un Esercito di Sua Maestà il Re, i fanti, i bersaglieri, i cavalieri, gli alpini, i genieri, i trasmettitori, i paracadutisti, le stesse camice nere di un Esercito Regio che quest'ultimo vantava più di 80 anni dalla sua costituzione, per un destino molto più grande di loro, avevano prestato un giuramento di fedeltà, tutti: ufficiali, sottufficiali, graduati e truppa e tutti dovevano, obtorto collo, obbedire ad una folle propaganda di un regime che poi gli avrebbe abbandonati, resi soli, in un conflitto da cui non avrebbero trovato nessuna solidarietà, se non quando, in uno stato contrito avrebbero dovuto affrontare scelte immani dalle quali chi poté raccontarle, perché sopravvissuto, credo, ad una delle follie più assurde dell'intera storia umana, il trauma della psiche lo avrebbe però "perseguitato" per quanto gli rimanesse da vivere, così, che nel resto della sua esistenza, ci fu chi preferì chiudersi nel baratro di un silenzio sordo, oppure chi, con altrettanta grande dignità, decise di parlare, testimoniare, accelerando, forse, una maturità o un invecchiamento, comunque, precoce, ma incontrando purtroppo o un'enfatica comprensione, oppure la stessa scarsa o distaccata, semplicemente per ragioni dettate dall'orologio biologico della vita, in quanto appartenenti ad altre generazioni.

Uomini soli nella crudeltà di una catastrofe
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