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"Dai che scappano"

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Monselice, 8 marzo 2019. - di Adalberto de' Bartolomeis

Fu un'altra frase che rimase famosa nella storiografia scritta da diversi importanti testimoni alpini che, loro tra i fortunati, rientrati in Italia, dopo la ritirata di Russia, nei primi mesi del 1943, divennero in seguito giornalisti e scrittori e riportarono nei loro libri i ricordi di quella che loro chiamarono "Italia scarpona", perché la tomaia o non c'era più, o perché era fatta con chiodi e cartone.

Alpini della Divisione Cunense, Tridentina, Julia, il cui destino per ciascuno di quei soldati, le "penne nere", era segnato: morivi sotto una raffica di mitra, morivi sotto i bombardamenti o i razzi Katiusha, morivi assiderato, morivi nei gulag, morivi rientrato a casa; riuscivi a scamparla solo per altri generi di colpi: fortuna, e diventavi reduce. Egisto Corradi fu uno di questi, un alpino prima, un giornalista dopo che, inquadrato nella Julia, nel suo libro, " La ritirata di Russia", pubblicato da Longanesi nel 1964, sul filo di una memoria mai persa, l'uomo riferisce una vicenda davvero singolare.

Poiché pareva che non ci fosse più una via d'uscita nella sacca del fiume Don, prima della ritirata da Nikolajewka e poiché da un momento all'altro i soldati italiani presagivano di essere tutti accoppati, un capitano degli alpini, da una folta barba nera, noto per la sua ironia, in una confusione indicibile, per vento, gelo, urla da parte dei russi, se ne uscì continuamente con "dai che scappano", " dai che scappano"!

Un colonnello era eretto in piedi e lento stava puntando il suo mitra sotto il mento, violaceo in faccia, terreo nel volto per la ferale decisione che stava prendendo, contrapposto alla frase " È finita"si sentì dire all'improvviso, da un vocione che copriva sibili, rumori, tutto insomma: " dai che scappano". Non era vero, ma il capitano Franco Magnani (nella foto) continuava a replicare come un disco interrotto quella finta esortazione di un'illusione.

Il colonnello Voghera non morì ma venne fatto prigioniero insieme al "dai che scappano", il capitano Magnani. Nato nel 1909 a Mede, in provincia di Pavia, come tanti, intraprese la carriera militare ed il 22 gennaio 1943 cadde così prigioniero a Nowo-Georgiewka. Da quel momento, per lunghi undici anni, per lui ed altri lo attese un durissimo calvario, con tutte le sofferenze tipiche di chi visse la condizione di prigioniero, con tutti i patimenti ed umiliazioni perché i sovietici erano anche loro abili ad imprimere agli italiani catturati, soprattutto nei tentativi d'indottrinamento politico-ideologico. Sotto una propaganda subdola, perpetrata anche con la minaccia di non potere mai più tornare a casa, quanto di più vigliacco e meschino, a compimento di quella esecrabile mortificazione ed oltraggio, c'erano persino i commissari politici italiani, inviati prima, dal clandestino partito comunista italiano, che poi divenuto repubblicano, schernirono e processarono molti prigionieri.

Quasi tutti non si piegarono a quella ignobile farsa, non per fascismo, ma solo perché riuscirono a mantenere un'indomita fedeltà al proprio status di militare che ebbe solo un nome: "Onore e dignità" di uomini. Fu così che quel capitano Magnani venne persino condannato a 15 anni di lavori forzati da parte di un tribunale sovietico che, avvalendosi di due commissari politici italiani, comunisti fecero l'imposdibile per fare perdere i nervi ad un vero e proprio gigante, ma non la ebbero vinta ed un altro testimone di quell'assurdita di processi fu un tenente medico, Enrico Reginato che condivise quell'esperienza. Il capitano, condannato, dunque, a 15 anni, riuscí per solo rilascio da parte dei russi a rientrare in Italia nel febbraio 1954.

Nel 1956 con il grado di colonnello venne nominato Comandante della Scuola Militare Nunziatella di Napoli, ma nel frattempo gli fu conferita la medaglia d'oro al valore militare, decorazione che andava ad aggiungersi alle tante ottenute per i suoi grandi meriti: medaglia d'argento sul fronte greco-albanese nel 1941, croci di guerra in Africa Orientale ed altre. Il 5 dicembre 1961 divenne Comandante della Brigata Taurrinense, con il grado di generale di Brigata, ma a seguito di un incidente stradale morì il 1 marzo 1965. Un destino che lo accomunò ad un altro valoroso soldato: il generale Luigi Reverberi, morti entrambi accidentalmente, in tempo di pace, scampandola dalla guerra e dalla prigionia, ma "andati avanti", raggiungendo così i tanti ragazzi , i loro alpini, nella gloria di chi cadde per un precedente destino, tragico.

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