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«Davai»

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Monselice, 5 aprile 2019. - di Adalberto de' Bartolomeis

È difficile che a distanza di tanti anni, 77 per la precisione, ciò che accadde ai nostri connazionali in uniforme, travolti dagli eventi di un conflitto, di fronte ad una morte sicura , anche per un'inadeguata preparazione ad affrontare non solo, purtroppo, un nemico superiore di numero e di mezzi, dappertutto, senza trascurare, nondimeno, pure le condizioni climatiche difficili, non ci si rese conto, già con i loro primi ritorni a casa dei superstiti dai vari fronti di guerra, ma soprattutto dalla prigionia, quanto, per quest'ultima, i più sfortunati abbiano dovuto sopportare indicibili umiliazioni, uomini che non erano più tali.

Mi riferisco in particolare agli internati in Russia ed alle struggenti parole di un reduce di quel fronte che, probabilmente, solo perché il suo fisico forte apparteneva ad un'età giovane, di ventenne, si salvò, ma a "filo", per patimenti di ogni tipo, dalla fame, alla sete ed ai malanni per infezioni e dissenterie. Si trattava dell'allora sottotenente dei bersaglieri, uscito dalla Regia Accademia Militare di Modena, che poi arrivò al grado di generale di divisione in tempo di pace, Domenico Corcione, classe 1922, ma che è "andato avanti" per naturale inclemenza del tempo. In un suo libro, avuto di recente in omaggio dal figlio Roberto, che anche lui, fino a poco tempo fa ebbe in comune il suo stesso mestiere, mio compagno di corso della stessa "Casa Madre Militare", l'Accademia di Modena, sono davvero struggenti le memorie del genitore che, in alcuni passaggi, mi hanno dato il senso di quanto fortunati siamo chi si è trovato, semplicemente, a nascere dopo. "Straniero in Patria", edito dal gruppo Albatros - Il Filo S.r.l. Roma - 2011, spiega, passo passo, gli eventi che da una vita di studi militari, prima e già in piena guerra, lo portarono con il Corpo Spedizione Italiano in Russia, divenuto ARMIR, ma falcidiato quasi interamente nella sacca del fiume Don, nell'inverno del 1942. Desidero riportare alcuni passaggi che danno al lettore l'idea di cosa volesse significare la privazione, ma soprattutto l'umiliazione! Ecco cosa scrive il reduce che in queste parole desidero farlo tornare in vita: "confesso che partendo dall'Italia non avevo mai preso in considerazione l'eventualità di essere fatto prigioniero, perché reputavo tale realtà triste e mortificante. Ero esuberante e ragionavo da giovane, convinto di andare a fare una guerra per vincerla.

Pura follia. Mi resi conto che il rapporto con l'avversario cambiava improvvisamente e radicalmente e così che allora si provava una sensazione d'impotenza per l'umiliazione della perquisizione, la consegna della pistola d'ordinanza, ma quel che era peggio il furto di tutto quanto ti appartiene e ti è caro. Non mancò molto perchè io potessi conoscere tutto il disprezzo dei russi verso noi italiani, inermi, ma soprattutto per chi, incolonnato nella neve, venisse falciato a raffiche di mitra se appena accennava ad uscire dagl'incomposti ranghi della colonna, oppure perché sprofondava nella neve, non volendo più rialzarsi per le forze che lo annientavano". Prigioniero di guerra ero! Forse era scritto nel libro del destino anche se non vi erano stati segni premonitori per una tale conclusione.

E allora ti consoli per la consapevolezza che hai fatto il dovere fino in fondo, che lo hai fatto perché la Patria lo esigeva. Lo hai fatto con umiltà di gregario, ma con l'entusiasmo della gioventù e lo hai fatto perché in Accademia ti avevano insegnato che l'ufficiale deve essere in ogni momento un esempio, un punto di riferimento, la guida dei propri soldati, ma intanto sei prigioniero e la nuova condizione ha già superato ogni immaginazione...In una colonna interminabile, tra lamenti ed urla rabbiose dei sovietici, che ci dicevano in continuazione "davai", che voleva dire "avanti", si camminava a fatica: sí, ma per dove? Per quale meta? Solo la dignità ci faceva, appunto, andare avanti, molti in silenzio, perché conveniva, altri meno perché bestemmiavano e così che incontro per un attimo il mio Colonnello che avevo conosciuto solo a Kalmikoff.

È il Col. Longo, che prima della resa aveva sostituito il col. Federici. Ha conservato il suo bastone e cammina spedito. Il suo portamento non ha perduto la dignità e la fierezza del comandante, cui conferisce risalto l'assetto dell'uniforme, ancora decorosamente in ordine. Fermarsi per delle soste obbligate in casolari significava solo morire per assideramento ed il freddo per molti fu fatale, ma smisero però di soffrire.

Arrivammo a destinazione: il campo di concentramento di Susdal, a 40 km. a nord di Mosca. Ammucchiati come bestie in ampi stanzini privi di vetri, senza stufe, senza pagliericci e coperte, i locali già luridi e malsani per antico abbandono, diventano ben presto luoghi indegni di essere umani. Acqua e servizi igienici sono assenti. Troviamo altri prigionieri accatastati in tre baracche, tutti debilitati dalle tante prove ed affetti dal tifo petecchiale e dalla dissenteria.

Pidocchi, congelamenti, denutrizioni, maltrattamenti di ogni genere, freddo e ferite di ogni tipo, non curate, completano il quadro desolante e concorrono all'impressionante falcidia dei prigionieri che vivono ormai accanto alla morte, incontrastata signora dell'ambiente. E i russi? Nessuna resipiscenza se non a strage compiuta. Si muore come mosche e la morte è considerata da molti come una liberazione. Siamo, in sintesi, una moltitudine di straccioni che lottano disperatamente per la sopravvivenza e che, smarrito il ricordo dell'umano, vive al limite della bestialità. I morti non si contano più. È un'emorragia continua e senza scampo.

Per fortuna la temperatura era sotto zero e dovendo convivere con i cadaveri che cercavamo di fare di tutto per ripararli, ma alla spicciolata o sotto delle travi di legno marcio, o fuori, ma di fretta, facendo rapide buche perché il gelo rischiava di farti morire mentre cercavi di adempire a queste giornaliere pietose operazioni, i nostri poveri connazionali, ognuno se la sbrigava per la propria nazione di provenienza, erano intatti e noi stavamo diventando insensibili alla loro presenza.

Sembravano mummie, statue che la pelle le rendeva dal bianco cementifero al bluastro. Ricordo nella visione oscena e macraba di questa accomunanza tra morti e vivi molti svestiti: nudi fuori nella neve perché gli ormai pochi stracci che prima li ricoprivano erano andati ad altri per ripararsi dal freddo. Un commilitone improvvisamente urla e dall'accento percepisco che potesse essere veneto: guardi, guardi qui signor tenente: guardi come è ridotto il tenente Eboli Dottor Luigi.

È nudo, sporco oltre misura, ma è vivo e si vergogna, ma con la testa, ormai, non c'era più. Lo rivestiamo alla meglio con i panni di alcuni morti che siamo riusciti a sistemare altrove. In questo scenario che non aveva più nulla di umano i russi continuavano a sghignazzare sguaiatamente, tra urla animalesche, soprattutto quando ci veniva distribuita broda e pane duro come pietra. Era una scena che si ripeteva ogni qualvolta i russi si ricordavano che anche i prigionieri erano esseri umani. Come belve inferocite, degno di una condizione da Medio Evo, famelici ed assetati, ormai a spintoni ci precipitavamo fuori in mezzo alla neve ed a temperature che si faceva persino difficoltà a respirare.

C'era chi diceva che eravamo sotto i 50 gradi ed a gruppi di quindici, tra randellate continue avevamo, non tutti, la razione. Ci si divideva in squadre ed ogni squadra era divisa in due nuclei. Il primo addetto al secchio della broda ed il secondo a difesa della pagnotta e la scena era sempre uguale. Spintoni, randellate a tutto spiano, furti ed urla facevano corona al marasma della distruzione e mettevano a nudo tutto il nostro abbrutimento.

Purtroppo, in quella confusione, chi arrivava tra gli ultimi non trovava più niente e chi non sapeva difendere il magro pasto lo cedeva al più forte. Era diventata la legge della giungla, per cui i più deboli soccombevano o dovevano accontentarsi della generosità di chi ancora fisicamente valido..."

«Davai»
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