Dom09272020

Last update09:27:04

Back Cultura e Spettacolo Storia Cefalonia: per non dimenticare!

Cefalonia: per non dimenticare!

  • PDF
Valutazione attuale: / 2
ScarsoOttimo 

Monselice, 23 ottobre 2019. – di Adalberto de' Bartolomeis

Furono molte le testimonianze di chi riuscì a scampare tra il 21 e il 28 settembre 1943 ad un eccidio di oltre 7.000 uomini della 33^ Divisione "Acqui", che dal mese di marzo 1941, terminata la campagna greco-albanese, si era trasferita a presidiare alcune isole dello Jonio, quali Corfù e Cefalonia ed il corridoio del mare di Corinto.

Per oltre due anni, incredibilmente, questa Grande Unità complessa, la più articolata nella composizione della sua guarnigione del Regio Esercito Italiano, che contava 11.500 soldati, si trovò a trascorrere nell'isola di Cefalonia un periodo di apparente tranquillità, un clima addirittura di pace e concordia con gli occupati, abitanti dell'isola, tanto che tra italiani e greci del luogo s'intrecciarono sinceri legami di amicizia, fino ad arrivare a storie sentimentali.

Per tali profusioni comportamentali da parte degli italiani verso questa popolazione di greci che non disdegnarono inarrestabili lusinghe, tipiche del maschio italiano, la stessa Divisione fu chiamata "Armata Sagapò"che in greco vuol dire dell'amore.

Purtroppo gli eventi che capovolsero le sorti di questo reparto in una tragedia immane furono le mutate condizioni di alleanza con il tedesco, dopo l'8 settembre 1943 che, maldestramente comunicati gli eventi da parte del costituendo Esercito del Sud a questa Unità, dettero luogo ad una miscellanea di interpretazioni, ma soprattutto azioni che sovrapposte a svariati stati d'animo, portarono, purtroppo, a conseguenze gravi, soprattutto a causa di atti di insubordinazione da parte di alcuni militari, i quali non ne volerono sentire parlare di resa di fronte ad un tedesco che giudicò vile e di tradimento il scintillio di una miccia, capeggiata, in particolare, da un paio di capitani che nella reazione spropositata da parte del germanico riuscirono a mutare ben tre volte le loro posizioni: prima lo combatterono, poi indossarono pure l'uniforme tedesca ed in ultimo divennero partigiani al fianco dei comunisti greci.

Eloquente è la testimonianza dell'ultimo sopravvissuto, il sergente maggiore autiere Bruno Bertoldi di Castelnuovo di Valsugana, vivo, 101 anni, che attraverso un libro particolarmente emozionante dell'autore Filippo Boni, dal titolo "L'Ultimo di Cefalonia" mette in luce lo stupore di come si svolsero i fatti, purtroppo con un massacro indicibile. Fu lo stesso generale Telford Taylor, nel processo di Norimberga che di fronte alla V Corte americana, tra il 1947 e 1948 non esitò, come capo dell'accusa contro i generali germanici che ordirono un eccidio, unico nella storia dell'umanità, a dire le seguenti parole: " questa strage deliberata di ufficiali italiani che erano stati catturati o si erano arresi è una delle azioni più arbitrarie e disonorevoli nella lunga storia del combattimento armato. Questi uomini indossavano regolare uniforme, portavano le armi apertamente e seguivano le regole e le usanze di guerra. Erano guidati da capi responsabili che, nel respingere l'attacco, obbedivano agli ordini del maresciallo Badoglio, loro comandante in capo militare e capo politico, debitamente accreditato della loro Nazione. Essi erano soldati regolari che avevano diritto e rispetto a considerazione umana e a trattamento cavalleresco."

Non di meno furono le conclusioni della relazione che il ten.col. Livio Picozzi, membro della Delegazione italiana che dal 19 ottobre al 5 novembre 1948 partecipò come Missione militare per raccogliere testimonianze tra i greci, accertare i fatti, ricostruirne gli avvenimenti e studiare una sistemazione dei resti dei Caduti in quell'isola, nel settembre 1943.

Così si espresse l'ufficiale: "bisogna prima di tutto rendere un particolare ed ammirato omaggio a coloro che hanno più valorosamente combattuto e dato la vita a caro prezzo, resistendo fino all'ultimo, benché la massa, negli ultimi giorni non ha combattuto con uguale fierezza... Tuttavia, non sarebbe possibile erigersi a giudici senza essersi prima compenetrati profondamente nel dramma di Cefalonia, senza tenere presente lo stato d'animo di coloro che, ignari di gran parte degli avvenimenti in Italia, privi di ordini chiari e di direttive sicure, tutto speravano ed attendevano dal Paese che non fu in grado di mandare alcun soccorso. Giunse solo un telegramma di compiacimento. La triste vicenda è quella di un presidio che, a guerra finita, si è trovato tagliato fuori dalla Patria, moralmente e materialmente, il quale ha dovuto da sé affrontare e subire il suo destino nel peggior clima di disfatta nazionale, ma soprattutto di isolamento".

Cefalonia: per non dimenticare!

Chi è online

 196 visitatori online