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Rimozione di realtà storiche

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Monselice, 26 ottobre 2019. - di Adalberto de' Bartolomeis

Sono numerosi i fatti avvenuti durante il secondo conflitto mondiale, per i quali lo Stato italiano, per ragioni politiche, militari ed istituzionali, ha preferito evitare che determinate situazioni venissero portate a conoscenza della collettività. Una sorta di rimozione archiviata è sopraggiunta cessate tutte le ostilità, dal 1945 in poi, forse perché l'aura di chi ha perso una guerra avrebbe potuto dare fastidio nell'urgenza di ricostruire, interamente, una Nazione, in un clima democratico e di libertà.

Fino al 1990 e solo attraverso determinati riconoscimenti istituzionali di un Capo di Stato, come Carlo Azeglio Ciampi, nel mondo degli intellettuali e soprattutto verso chi, ricercatore di verità, nella qualifica di storico, una prima realtà di quel periodo, durato cinque anni, per oltre 50 anni, non ha mai avuto un'esauriente collocazione di esposizione, perché ci fosse traccia di una memoria da conoscere.

Come si sono comportati i nostri reparti italiani nei Balcani, nella campagna del cosiddetto secondo fronte, dal 1941 al 1943, fino all'armistizio dell'8 settembre? La guerra in Yugoslava come forze di occupazione, prima di una resa avvenuta con diverse modalità, passando a combattere direttamente con il nemico partigiano comunista, oppure finendo nei campi di concentramento slavi, oppure nei lager tedeschi e nei gulag sovietici, è stata repressiva, di soppressione, di parecchie fucilazioni sommarie, senza processi, per coloro che venivano chiamati "i ribelli", con la contabilità di eccidi di gente anche civile, donne, bambini e distruzione di interi villaggi.

Tutto questo avvenne fino alla caduta del fascismo, il 25 luglio 1943. In 35 divisioni dislocate tra Lubiana, la Serbia, il Montenegro, l'Erzegovina, l'Albania e le isole greche, rette da 10 corpi d'armata, diversi generali di corpo d'armata, comandanti di settori di loro appartenenza, emanarono ordini, per mezzo di ferali circolari, a tutte le unità operanti, in particolare, nell'area balcanica, affinché portassero in esecuzione vere e proprie stragi.

Non tutti i reparti, in subordine, obbedirono ad un'imposizione di crudeltà che non rientrava nella caratteristica e nell'indole del soldato italiano, tuttavia lo spazio all'ambiguità, agli atteggiamenti contraddittori, alla fluidità fra i diversi movimenti armati, rappresentava la cifra principale di questa realtà di guerra. Furono elementi che indebolirono tutti i contendenti, alimentando dubbi, suscitando, appunto, ripensamenti e campi di strategia. Il radicale mutamento nella politica occupazionale tra il 1941 e 1942 aveva una sua logica interna, ma era in contrasto con le motivazioni ideologiche del conflitto.

A partire dal 1942 furono soprattutto le autorità militari italiane a stabilire alleanze e priorità: fu l'esercito che fece la politica in Yugoslavia e furono tre generali come Alessandro Pirzio Biroli, Mario Roatta e Mario Robotti che si scambiarono continuamente di ruolo in poco più di di due anni di conflitto, per "gestire" una certa situazione. Il regio esercito combatteva con il fante, simbolo del popolo in armi, in un'area che altro rappresentava che il naturale sbocco dell'espansionismo nazionalista italiano e così veniva presentata dalla propaganda dell'epoca. Un conflitto, quindi, nazionale, quantomai ambiguo, dove risultava difficile distinguere amici e nemici, avversari ed alleati. Ufficiali e soldati cadevano per mano di fantasmi, uccidevano civili, ma avevano la crescente sensazione di agire senza un chiaro scopo.

Di fatto, furono poi rarissime le volte in cui incontrarono i ribelli; talvolta arrivarono a solidarizzare con essi, ne capivano le motivazioni, nonostante le differenze culturali e linguistiche. Fino al mutamento delle posizioni, nel rovesciamento del regime e nel conseguente schianto ideologico politico-militare gli italiani furono tutt'altro che attendisti: combatterono fino alla fine ed uccisero i traditori. Fu nota la fucilazione di 28 alpini del presidio di Bol, sull'isola di Brac, giudicati colpevoli per essersi arresi con eccessiva leggerezza ai partigiani locali.

Passò alla storia come il più grave caso di fucilazione da parte dell'esercito italiano in tutta la seconda guerra mondiale. Nonostante questi atti di guerra che la giusta accezione trova la sua collocazione come veri crimini, alla fine dell'intero conflitto, i caduti italiani ammontarono a circa 15.000, tra morti e dispersi. La reazione a specifici comportamenti dell'occupante italiano, da parte dell'esercito jugoslavo di Tito e dei partigiani divenne, di conseguenza, sproporzionata, offrendo una risposta che tutti conosciamo, molto forte, soprattutto approfittando della ritirata dei tedeschi.

L'uscita di scena dell'esercito italiano offrirà questo tipo di futuro, dopo l'estate del 1943, in particolare, per il Maresciallo Josip Broz Tito che contava la completa liberazione dello Stato jugoslavo, ma con altrettante decimazioni, pulizie etniche, che si conclusero con gli infoibati e l'esodo dalmato-istriano degli italiani, considerati, per reazione, tutti fascisti.

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