Quando l'Italia decise di voltare pagina: chiudere definitivamente

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Tito AgostiMonselice, 30 gennaio 2020. - di Adalberto de' Bartolomeis

Quando il nostro Stato non ancora repubblicano decise di non volerne più sentire parlare di persone che, per l'adempimento ad un proprio dovere, decisero, da militari, di scegliere la cosiddetta parte sbagliata, quella di continuare ad essere fascisti, cioè quella di avere aderito alla Repubblica Sociale Italiana, di fatti tristi, volendo fare gli "archeologici" della nostra storia recente ce ne sono davvero tanti.

Furono molti i militari di ogni ordine e grado che dopo l'8 settembre 1943 vollero continuare a riconoscere in Benito Mussolini, il principale riferimento di guida, nonostante destituito da Capo del Governo, arrestato e "rimesso in sella" con un nuovo ordinamento fascista, voluto espressamente da Adolf Hitler.

Tra graduati di differenti forze armate, desidero accennare alla singolare figura del generale di divisione di cavalleria del regio esercito Tito Agosti (nella foto).

Pluridecorato, nei due conflitti mondiali, insignito della Croce di Cavaliere dell'Ordine Militare di Savoia il 1 agosto 1941 mentre già si trovava in prigionia dal mese di maggio e gravemente ferito, in un campo di concentramento inglese, venne rimpatriato nel 1943.

Arrivò così, anche per lui, la difficile scelta da quale parte stare, dopo l'armistizio. Nella Repubblica di Saló, il generale Rodolfo Graziani che lo conosceva bene lo fece proporre da Benito Mussolini, per le grandi doti militari in cui l'alto ufficiale si era da sempre distinto, quale comandante della Divisione Granatieri Littorio.

Dopo il noto addestramento che dovette farsi carico questo reparto in Germania, anche con l'intento di reimpiegare gli ormai molti internati militari italiani, catturati dai tedeschi sui vari fronti, questa unità combatté fino al 27 aprile 1945, con precisione, nel valdostano, tra la Liguria ed il Piemonte.

Questo reparto militare, benché sciolto dal successivo giuramento alla RSI, ordinato dal generale Agosti, nella palese impossibilità di continuare a combattere contro americani, francesi, inglesi e partigiani, con questi ultimi però decisero di affrontare una vicenda straordinaria: contrapposti per ideali e scelte politiche militari, si unirono, con esponenti della Resistenza piemontese per contrastare l'elevato rischio che la Valle D'Aosta divenisse seriamente un boccone appetibile alle mire di De Gaulle e dei suoi "scagnozzi" che aveva "sguinzagliato", approfittando sugli eventi finali di una guerra, per porre in atto un piano di annessione, quanto più esteso possibile.

Adolfo Beria d'Argentine, futuro capo della Procura di Milano ed Edgardo Sogno, membro di spicco, sia della Resistenza, ma poi come politico della Democrazia Cristiana, divennero i due stretti referenti collaboratori con questo generale. Quindi fascisti di Saló e rappresentanti del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia riuscirono a fermare il tentativo d'invasione dei francesi nella Valle D'Aosta.

Gli ultimi repubblichini, benché sciolti da ogni vincolo di combattere su ordine dello stesso generale Tito Agosti, si arresero, finite tutte le ostilità in Europa, l'8 maggio 1945. Il generale di Cavalleria venne rinchiuso dapprima a Coltano come prigioniero di guerra perché esponente militare della RSI, ma poi incarcerato a Forte Boccea, addirittura come criminale di guerra e processato insieme ad altri ufficiali.

Non riuscì a superare, per lui, un affronto del genere e prima di togliersi la vita, il 27 gennaio 1946 disse che non poteva sopportare che "una banda di traditori lo sottoponesse a processo per il suo operato di soldato, unito ai suoi sottoposti".

Non riconobbe un collegio giudicante che lui stesso non esitò a definirlo "parziale, ingiusto e traditore". Si uccise, ma tutti, l'intera collettività nazionale, in quel preciso momento storico, di ricostruzione e soprattutto di riabilitazione personale, compresi gli stessi rappresentanti politici che negli ultimi giorni di guerra lo sostennero, non mossero un dito, semplicemente per non avere guai e così preferirono voltare la faccia dall'altra parte, non comprendendo, ovviamente, l'estremo gesto di questo uomo, come quasi sempre, ancora tutt'oggi, si continua ad interpretarlo, nientemeno che atto di debolezza.

Quando l'Italia decise di voltare pagina: chiudere definitivamente