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Commemorare per capire

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generale GiuseppenicolaTota

Monselice, 4 febbraio 2020. - di Adalberto de' Bartolomeis

Ci sono tante commemorazioni dove si rievoca un passato, per lo più doloroso e tragico. Talvolta, per quel gruppo sparuto che vi partecipa, guardandolo dall'esterno, con l'occhio dell'osservatore, forse, solo un attimo curioso, ma perché preso dai frenetici ritmi di una vita sempre più movimentata, ma stimolata da tante, troppe ed anche inutili sollecitazioni, l'impressione che può essere indovinata è quella dell'indifferenza che immediatamente subentra.

Quindi tutto ciò che vado scrivendo può apparire insignificante, ma non da adesso, ma da parecchio tempo! Tanto tempo, anni, decenni! Fin da quando ero piccolo notavo che c'erano questi minuscoli drappelli che, circondati da bandiere tricolori, la nostra per intenderci, labari, stendardi e medaglieri, sembravano quasi essere d'intralcio con la loro timida presenza, unita a rappresentanze militari, associazioni ed invisibili politici locali, dove si capiva benissimo che tutti facevano finta di essere convenuti nei vari luoghi, convinti.

Hanno sempre occupato piccoli spazi in aiuole, piazzette; li trovavi sotto i porticati di palazzi, in attesa di adunarsi presso cippi, monumenti, puntualmente, sempre sporchi da smog o da una manutenzione inesistente perché le amministrazioni comunali hanno sempre avuto altro da fare. Però, incredibilmente, persistono ancora i richiami degli squilli di tromba, il suono degli inni nazionali, il nostro cantato, misto, però, tra una retorica e molto poca convinzione, ma pur sempre cantato e qualcuno lo si vede persino con la mano sul cuore.

Un gesto del tutto "innovativo per gli italiani, perché non fa che imitare altri popoli... Anni fa non lo faceva nessuno: quello di cantare, la prima strofa e quello di portarsi la mano del braccio sbagliato sul cuore. Fortunatamente, con una circostanziale parvenza formale, militare, i convenuti che decidono di partecipare all'evento celebrativo, almeno per la durata di un programma previsto, diventano, stranamente e di colpo rispettosissimi: applaudono e fanno sembrare, poi, di andare, poi, via contenti.

Tra di loro, forse, dicono: "anche questa è fatta". Da 75 anni è sempre stato così per tutto ciò che ha attinenza con qualcosa di militare: fatti avvenuti, anniversari, tutti dolorosi, tristi e tragici, forse eccetto uno, anche se culmina al termine di un conflitto mondiale tremendo, il 4 novembre 1918. Sabato mattina 1 febbraio 2020, a Soave, tra la piazza dove è eretto il monumento di tutti i Caduti in Russia e la Sala Municipale, però, qualcosa è cambiato davvero, forse, da una circostanza di cui si parla e si scrive, soprattutto, sempre meno: la battaglia di Russia, la sua Campagna 1941-1943, la difesa del fiume Don, la battaglia finale di Nikolajewka e la sua lunga, interminabile ritirata, tra neve, ghiaccio e - 50 gradi sotto zero. La commemorazione alla Memoria di quel tragico evento su cui sono stati scritti fiumi d'inchiostro da parte di audaci superstiti che vollero sfidare il muro di gomma di uno Stato che ha sempre preferito essere coerente con la sua ineluttabile indifferenza, messa in atto dal 1945, continua, tuttavia, a rispettare, ma sempre con distacco e senza sprechi di parole chi è ancora testimone di quell'odissea. Gente che, rientrata in condizioni deplorevoli, anche dai campi di prigionia, hanno avuto un difficile reinserimento nella vita sociale.

Non furono capite le loro indicibili sofferenze; davano persino fastidio a chi non aveva tempo di comprendere, per cui preferirono starsene zitti, ex ufficiali; i più erano sottotenenti o tenenti di complemento, ex sottufficiali ed ex soldati, alpini, fanti, bersaglieri, genieri. Si parla, insomma, del nostro Esercito, ma là, in Russia, c'era anche il supporto della Regia Areonautica.

Storia vecchia, storia lontana, ormai, difficile da potere attirare l'attenzione delle generazioni che quella guerra non l'hanno fatta ! Resta ancora un'impresa immane. Orbene, sabato 1 febbraio di quest'anno, tra le sentite parole di chi ha voluto ricordare quell'evento e ringraziare due reduci, Marino Ambrosi, classe 1920 ( nato il 2 febbraio) e Giuseppe Pippa, classe 1922 ( nato il 6 aprile), un generale di corpo d'armata in servizio, Giuseppenicola Tota (nella foto), Comandante delle Forze Operative Terrestri di Supporto, a Verona, nel suo toccante, ma altrettanto entusiastico discorso, colmo di passione e profondo rispetto, è stato l'unico che, colto da un'emozione fortissima, certo per eredità di custode militare di quella lontana storia dei nostri connazionali, parlando a braccio, ma assicurando il pubblico presente che si era strutturato un altro tipo di discorso, volendo parlare e mostrare anche delle lastrine sulla guerra, ha resistito per non piangere.
È stato l'unico nella sala gremita di persone. L' unico! La sua commozione è stata tale che tutti coloro che lo stavano ascoltando si sono alzati in piedi ad applaudirlo.

E allora, prima di porgere lui stesso i riconoscimenti ai due reduci, affettuosamente sorridenti e compiaciuti, come fossero padri per tutti i convenuti, volle chiamarsi a sé, dal leggìo da dove parlava, alcuni ragazzi di 20 anni, quegli stessi che sono andati a morire in quel terreno tanto vasto, quanto desolante, i quali avevano, ciascuno, appena letto stralci di lettera, con i nominativi dei soldati che avevano scritto alle proprie famiglie, invitando loro stessi e tutti a cantare l'Inno di Mameli, con un'esportazione simpatica che desidero riportare: " ce la facciamo? Si..." " Ne siamo tutti convinti? Si".

Il generale, nel suo toccante discorso disse tanto altro, ma il contesto che lui stesso riuscì a creare, davvero surreale per la capacità di fare immedesimare tutti, quasi le lancette degli orologi tornassero velocemente indietro a quel fatidico 26 gennaio 1943, ha avuto un coinvolgimento emotivo di cui sono convinto che gli astanti non hanno mai visto. Concludo solo dicendo che l'intervento del generale Tota ha avuto, come altrettanta capacità di comunicazione, un fuori programma inedito, per il quale, però, auspico, per l'effetto che dovrebbe avere la sua doverosa riconoscenza di richiamo ad una storia che è solo da studiare, se si vuole coltivarne la Memoria, che ci siano tanti altri Tota come lui, in servizio, che possano essere da sprone perché nasca una volta per tutte una sensibilità che non si è mai avuta, esattamente, proprio dalla fine della seconda guerra mondiale, solo per illogici ed insignificanti motivi politici.

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