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Non trovarono riparo nemmeno nelle isbe "Quelli dell’Armir"

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Alpini in Russia nell'ArmirMonselice, 5 febbraio 2020. – di Adalberto de' Bartolomeis

Chi legge "Centomila gavette di ghiaccio" del sotto tenente medico Giulio Bedeschi o "Il Sergente nella Neve" dell'allora sergente maggiore Mario Rigoni Stern, entrambi alpini della divisione Tridentina e Julia, ma tante altre testimonianze, però inedite, perché le collane di libri usciti nel secondo dopoguerra, pubblicate, forse, con il primato della sensibilità di una casa editrice, quale fu Mursia, sembravano trovare posto, quasi che fossero nascoste, nelle librerie italiane, per timidezza degli autori, mettendo in luce moltissimi casi di pietà umana come dimostrò l'ucraina Juliana Andr.

Quando la morsa del gelo, dopo l'accerchiamento dell'ARMIR tra il fiume Don e la battaglia di Nikolaewka, nel mese di gennaio 1943 posero le nostre truppe a formare un immane serpentone di uomini, totalmente sfiniti ed iniziare la lunga marcia della ritirata, i racconti di reduci e scrittori sono arrivati a dettagli scritti impressionanti.

La disperazione per il freddo che li assiderava marciando, oltre a fame, sete, dissenteria, disidratazione, denutrimento, febbre alta, di tutto e di più, richiamava questi soldati al riparo dentro le isbe: case di contadini disseminate in sparuti villaggi. Dentro questi casolari si consumava, però, alla tragedia esterna di morire sfiniti, una doppia tragedia: c'erano donne russe che, appunto, per pietà, fecero quanto poterono per alleviare i tormenti, accendendo piccole stufe, dando loro una specie di brodaglia calda e porgendo delle cure sommarie ai feriti.

Altre, invece, erano delle semplici spie dell'Armata Rossa e travestite da contadine facevano il doppio gioco.

Mentre i tedeschi avevano ancora rifornimenti e si ritirarono con i loro mezzi, riuscendo persino a sparare sui nostri soldati perché non c'era posto nei camion, furono molti quei pochi, interi villaggi ad essere persino bruciati con i lancia fiamme, ma con i nostri soldati dentro.

Il tradimento delle donne russo-ucraine per aver dato per poche ore ospitalità ai nostri militari fecero adottare da parte dei sovietici un'altra specie di "soluzione finale": se prima, sempre erano controllati a distanza, notte e giorno, dai cosacchi, i movimenti della ritirata, quest'ultimi piombarono, soprattutto, di notte, dentro queste isbe, falcidiando prima le donne e poi i nostri soldati.

Non c'era più tempo per questo tipo di azioni di guerriglia, che non incontrava nessuna difesa perché l'Armata Rossa aveva fretta di correre dietro i tedeschi e raggiungere al più presto la Vistola e così, sbrigativamente, decise di usare i lancia fiamme. Sono diversi i sopravvissuti che scongiurarono i propri commilitoni di non sperare ad un riparo, che in quei momenti lo implorarono come non mai, pur di non morire fuori congelati, perché lo ritenevano sicuro, quando invece si sarebbe, ben presto, trasformato in un inferno. Furono consumati dei veri e propri eccidi.

La fine di quella guerra fu un'altrettanta guerra in un'impietosa ritirata, ma soprattutto la trappola in agguato della prigionia e della sua lunga, ulteriore, tragedia. La Campagna di Russia fu un Odissea nell'Odissea.

Non trovarono riparo nemmeno nelle isbe

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