Il buio carsico

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Monselice, 6 febbraio 2020. - di Adalberto de' Bartolomeis

Questo Stato italiano ci ha impiegato svariati decenni per ricordarsi, nelle sue Istituzioni dell'ordinamento repubblicano, democratico e liberale che, le guerre sono e saranno sempre un pessimo "affare", sciagurato. Intendo per guerre tutti i coinvolgimenti e risvolti negativi che hanno cancellato dall'esistenza umana centinaia di migliaia di persone, purtroppo consapevoli della gravità in cui sarebbero andati incontro, impotenti.

Prima guerra mondiale, per un motivo; seconda guerra mondiale, per un altro, oggi, fortunatamente, durante l'anno, si mantengono ai brevissimi accenni delle ricorrenze vecchie, l'aggiunta, però, sempre più monotematica e con tendenza, ideologicamente politicizzata e strumentale, di altre due ricorrenze, per onorare, parzialmente, la memoria: il 27 gennaio con la sola Shoah ed il 10 febbraio il ricordo dei poveri italiani, istriani, giuliani e dalmati, infoibati dalla violenza raccapricciante da parte di quello che rappresentava un riorganizzato esercito regolare jugoslavo, sotto la guida di Josip Broz Tito.

Puntualmente, per rispetto ad un riconoscimento che lo Stato italiano ha saputo, molto tardivamente, ma con altrettanta approssimazione da parte di chi tende, sempre più, a suo piacimento, onorare, lo ripeto ancora, ma parzialmente, una legge, da 20 anni, queste due date, vedono scatenarsi con un'incomprensibile e del tutto immotivata enfasi, completamente fuori posto ed inadeguata per come vengono riportati due distinte situazioni che la seconda guerra mondiale ha lasciato in eredità a chi ha una pervicace tendenza a manipolare l'onestà intellettuale ed oggettiva, semplicemente, della Storia.

Avevo poco più di 16 anni quando a Trieste frequentavo le medie superiori e, tra i miei compagni di scuola ed i triestini stessi, tra il 1975 e 1976 venni a sapere cosa fossero le foibe. Io credo che, dopo la triste scoperta di cui mi rendevano edotto di particolari, sia insegnanti del liceo che frequentavo e sia la gente che conoscevo, ebbi la certezza che a quell'epoca, forse 1 italiano su 10, conoscesse cosa potessero rappresentare queste foibe.

In fondo sono delle cavità carsiche, alcune molto profonde che, per struttura orografica del terreno, l'intero comprensorio del Carso, che è molto esteso, ha una caratteristica particolare: è pieno di doline, di conche chiuse, dove si trovano tante cavità, dei veri buchi, fosse, crepacci, fenditure tra le rocce che, lì per lì, potrebbero non dire niente, ma di fatto si nascondono sotto queste strutture delle voragini, crateri, grotte.

Se ne scegli anche una a caso, la prima impressione è che ti sembrano tutte uguali, per quanto respiri un silenzio tetro. Hai la percezione di qualcosa di sinistro, macabro, perché, da fuori, dal fruscio delle piante e dell'aria, vedi tutto buio. In molte di queste cavità, sono convinto, purtroppo, che ancora oggi, a distanza di 75 anni ci sono delle tombe umane di poveri resti mortali, rimasti insepolti.

A 16 anni mi portarono a vedere una foiba, ma non quella famosa, di Basovizza, ma una qualsiasi. Ce ne stanno tante, già sopra Trieste, sull'altopiano che va da Monfalcone lungo il confine sloveno, fino oltre Muggia alta o Fernetti. Scendere in una foiba è come scendere nella storia, cogliendola in uno dei suoi momenti più spietati perché, anche in mia presenza, solo perché, da adolescente curioso e ribelle, volli vedere in quel fine maggio del 1976 e quindi dopo ben oltre 30 anni che venivano riesumati crani, mescolati alla ruggine di una bicicletta, ossa sparse tra cocci di vetro e grumi di terra umida.

Fu una visione infernale e proprio io ne fui testimone, non molto distante dalla stazione ferroviaria di Villa Opicina. Recuperarono otto salme, ma fu irriconoscibile distinguere nell'ammasso di ossa, a chi appartenessero. Si seppe solo che tre furono donne. La "tecnica" dei soldati titini era quella di legarli da due a più persone con del filo spinato o semplici catene e poi sparavano al primo, in piena nuca che così, "se andava bene", si trascinava viva la gente legata una all'altra, dietro.

Se andava male, a sventagliate di mitra o con colpi di pistola, tutti in testa, li finivano prima di gettarli dentro queste bocche nere dell'orrore. Per poi nascondere tutto cosa facevano inoltre i soldati di Tito? Ci buttavano una o più bombe a mano nella foiba. Di solito, le discese si rendono difficili tra le strozzature delle voragini, ma poi, a novantacinque metri di profondità il pietrisco faceva affiorare ossa umane.

Dal 1945, dopo un vero e proprio eccidio di italiani, fino a metà degli anni Cinquanta, però, si trattava per lo più di località sconosciute agli italiani, perché era sconosciuta la tragedia che nascondevano. Il dramma del confine nord orientale era allora circoscritto alla memoria solo della popolazione locale e delle comunità dei profughi sparpagliate per l'Italia, con le innominabili conseguenze che questi poveretti dovettero, poi, subire dai "fratelli" italiani, oltre ad un difficilissimo inserimento nella vita sociale.

Il triangolo principale era quello, nel 1945: Trieste, Gorizia e Monfalcone, ma si estendeva per tutta l'Istria e luoghi che ancora oggi restano impensati. Migliaia di italiani vennero eliminati, così, "a piacere", dai partigiani di Tito, ma fu una pulizia etnica, ordinata per punizione da tanti sottoposti al Maresciallo Tito, regolari ed irregolari, tra le file del suo esercito, solo perché, loro, gli insorti ed occupanti nel "rush" finale della guerra, considerarono tutti, ma proprio tuttI gli italiani in vita ed i civili, abitanti in quelle zone di confine, fascisti. La colpa era un'origine politica insulsa ed inesistente perché il fascismo, intanto, era morto e non tutti, ne prima, ne durante, ma soprattutto dopo la fine della guerra, abbracciavano quell'idea.

Ecco come una "scheggia" di storia dovrebbe essere raccontata.

Il buio carsico