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I veri schiavi di Hitler

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Monselice,16 febbraio 2020. - di Adalberto de' Bartolomeis

C'è una pagina importante della nostra storia, poco conosciuta per vari motivi: principali sono di ordine politico e riguarda la schiavitù nei lager nazisti dopo l'8 Settembre 1943 di un numero imprecisato di militari italiani: si dice che fossero circa 800.000.

L'Italia fu travolta da un armistizio strano, perché si tenne in gran segreto, che fu quello di Cassibile, il 3 settembre 1943 e per l'appunto nessuno conosceva, ma che soltanto cinque giorni dopo, l'8 settembre, si rese pubblico, mediante il famoso annuncio radiofonico, ordinato, su sollecitazione del generale Dwight Eisenhower al Maresciallo Pietro Badoglio che lo comunicò alle 19.42.

Da quel preciso momento fu l'epilogo di una guerra di aggressione, impreparata, non sentita e male armata, ma combattuta con indiscusso valore dai soldati italiani, dopo le "sonore legnate" prese in Africa, un'infelice campagna di guerra in Grecia, una tragica ritirata in Russia dell'A.R.M.I.R. (Armata Militare Italiana in Russia), uno sbarco alleato in Sicilia, la cattura di altrettanti 600.000 militari italiani, prigionieri da parte degli Alleati, il crollo del fascismo il 25 luglio 1943, seguito dai quarantacinque giorni di attendismo da parte della Corona e di Badoglio. In questa fase della guerra i militari italiani continuarono a combattere contro un nemico che sarebbe diventato amico, per un destino beffardo e segnato, dopo i clamorosi errori di un'alleanza sbagliata. Regio Esercito,

Regia Marina e Regia Areonautica, di sorpresa e totalmente allo sbando, si trovarono alla mercé della rabbia tedesca. Hitler si aspettava il voltafaccia italiano e già dal 26 luglio aveva calato in Italia un ingente numero di divisioni per occuparla, disarmare e sostituire le nostre truppe e attuare il piano, studiato sin dalla primavera, per deportare nel Reich, alla prima occasione, i nostri soldati come braccia da lavoro.

L'Esercito Regio, con 2.000.000 di combattenti e territoriali presenti, si "dissolse" con la clamorosa illusione del "tutti a casa", senza piani, senza ordini e senza mezzi, lasciato allo sbaraglio da un Re d'Italia, dal suo fiduciario Capo di un improvvisato governo provvisorio, Badoglio, da duecento generali sbandati, tra cui molti di questi pure in fuga, il tutto davanti alla reazione indifferente degli Alleati che anche loro sapevano con chi avevano a che fare.

Sopraffatte alcune nostre eroiche resistenze a Roma, nelle isole greche (Cefalonia, Corfù, Lero ...) e nei Balcani, la Wehrmacht disarmò con l'inganno oltre 1 milione di militari italiani, ne catturò, dai rapporti stimati, 810.000 e di questi finirono, per lo più in Polonia e in Germania, ma nell'Europa occupata dai nazisti, in ben 284 lager, 716.000, con un'approssimazione di 27.000 ufficiali che si rifiutarono di collaborare per coscienza, onore, lealtà, dignità, rinunciando ad una scorciatoia per ritornare a casa. Derisi dagli stessi stranieri come spaghettari, maccaroni, mandolinisti e via dicendo, denigrandoli a più non posso, MAI dovremo dimenticare la loro stoica ed eroica condizione d'italianità.

Quindi altro non potremo che essere fieri di ciò che fecero questi militari, rinchiusi per circa 20 mesi nei vari campi di concentramento nazisti, i quali ebbero anche il coraggio di sapere dire "NO" al collaborazionismo. I militari italiani, catturati con l'inganno e senza quasi resistenza, vennero subito defraudati dai tedeschi del loro "status" naturale di prigionieri di guerra e delle conseguenti tutele e vennero marcati come internati militari (I.M.I.): una qualifica arbitraria non prevista dalle Convenzioni internazionali) e considerati falsamente come disertori badogliani e potenziali soldati del duce in attesa di "ravvedimento"ed impiego.

Nel corso di quasi due anni di prigionia i 716.000 I.M.I. irriducibili vennero sfruttati al pari degli schiavi, perché Hitler, per mezzo delle sue circolari, lì considerò come esseri subumani, dei mezzi uomini, pezzi numerati di magazzino, da sfruttarli nelle miniere, nelle fabbriche e nei campi, a spaccare pietre e scavare trincee, sempre sotto minaccia delle armi, tra violenze, degrado, fame, malattie non curate e dei continui bombardamenti alleati. Le loro speranze di vita erano di pochi mesi poiché lavoravano da settanta a cento ore alla settimana con un consumo giornaliero di appena 2000 calorie.

La sopravvivenza degli I.M.I. si deve a qualche pacco da casa, un po' di riso e gallette da parte della Repubblica di Saló, ma soprattutto a furti di patate, svendite del poco non barattato con altri prigionieri. Soldati ed Ufficiali costretti a lavorare allo sfinimento, vennero arbitrariamente civilizzati in finti lavoratori liberi, mentre gli irriducibili finirono coatti come nemici dell'Europa nei Campi di punizione per detenuti ribelli (Straflager), nei Campi di lavoro rieducativi (AEL, Arbeitserziehungslager) della Gestapo dipendenti dai campi di sterminio. La resistenza degli I.M.I., nota come l'altra resistenza, perché senz'armi, in quanto silenziosa, bianca, si attuò a rischio di morte con il sabotaggio, la non collaborazione ed il lavoro rallentato fino anche a metà o ad un terzo della norma dell'operaio tedesco e, indirettamente, consumando risorse sotto il vigile controllo, per circa 20 mesi di oltre 60.000 soldati tedeschi, sottratti dai vari fronti di guerra.

La resistenza degli I.M.I. non fu inerme, né moralmente meno eroica di quella armata. Dal 1943 al 1945, gli "schiavi di Hitler" deportati in un'infinità di lager, pagarono il prezzo fino all'estremo sacrificio di subire umiliazioni, fame e condizioni di sopravvivenza, combattendo, appunto, silenziosi, loro Resistenza, sapendo che le atrocità di una guerra folle sarebbero finite. I prigionieri di guerra, invece, dovevano lavorare e venivano trattati secondo le convenzioni, nutriti, curati, mentre agli I.M.I. come ai deportati politici non c'era Croce Rossa che potesse intervenire. Hitler aveva dato precise disposizioni: tutti i deportati politici, razziali, asociali o tarati dovevano essere trattati peggio delle bestie e dovevano essere destinati all'eliminazione con le armi, il gas, le malattie non curate e il lavoro duro, accompagnato dalla fame. Gli I.M.I. erano trattati come i russi ma, caso unico, potevano scegliere in ogni istante tra la libertà con disonore e il lager con dolore. Il 90% scelse la schiavitù, coerente coi valori e la coscienza in una scelta continua, ossessionante più della stessa fame e reiterata per 600 giorni. Gli I.M.I. pagarono la loro scelta con 51.000 caduti (l'8%, di cui 23.000 per fame e gli altri per malattie, violenze e fatti di guerra) che venivano a sommarsi ai 29.000 della prima resistenza armata (come a Cefalonia), ai 31.000 deportati politici militari e civili ed a 6.000.000 di ebrei e zingari che non fecero ritorno dai campi di sterminio. A guerra finita i 560.000 I.M.I. superstiti, testimoni imbarazzati dell'8 Settembre, furono accolti con diffidenza o indifferenza dagli italiani freschi della propaganda fascista che camuffava gli I.M.I. come cooperatori.

"Ma chi sono?" si chiedeva il governo , "fascisti o comunisti da rieducare o monarchici? "E allora come voteranno?" In una monarchia traballante che li aveva totalmente abbandonati si chiedevano: "che cosa mai rivendicheranno?" "Ma, insomma, chi glielo ha fatto fare a non lavorare, se firmavano mangiavano!" Pregiudizi avvilenti per questi I.M.I. che avrebbero ripresentato gli stessi pregiudizi dei prigionieri di guerra e dei reduci del primo conflitto mondiale. Tutto questo avveniva nella più totale ingratitudine e svilente disinteresse degli italiani: gli I.M.I. erano troppi, si sommavano ad altrettanti prigionieri degli Alleati e non facevano notizia come i partigiani, l'olocausto e l'A.R.M.I.R. Così il rimpatrio degli I.M.I. non venne sollecitato nel 1945 nonostante molte iniziative mosse dal Vaticano o individuali. Poi ci fu la guerra fredda e per decenni i nostri governi imbavagliarono la storia perché non riaffiorassero le colpe dei tedeschi, ora nostri partner nella N.A.T.O. (North Atlantic Treaty Organization). Così dal 1946, traumatizzati, delusi ed offesi, gli I.M.I. si rinchiusero in se stessi anche in famiglia e nove su dieci rimossero la memoria dei Lager e della loro scelta, forse inutile o sbagliata. Più di 5000 diari clandestini, per lo più annotati a futura memoria da ufficiali e rischiosamente salvati, ingiallirono nei cassetti dei ricordi rifiutati dalla editoria commerciale.

Se si prescinde dai bestseller autobiografici di Giovannino Guareschi e Primo Levi e antologici di Giulio Bedeschi, venduti in libreria ad un vasto pubblico, dal 1945 sono state pubblicate pochissime memorie ed antologie di testimonianze di reduci, per lo più edite in proprio e fuori commercio, con tirature modeste: dalle 300 alle 2000 copie per titolo ed oggi di difficile reperimento. Questa, in breve, è la storia misconosciuta degli I.M.I. schiavi di Hitler, "traditi, disprezzati, dimenticati" come li definì lo storico tedesco Gerhard Schreiber. Sono pure trascurati dallo Stato italiano, salvo tardivi attestati di patrioti, combattenti per la libertà, ecc. ai sempre meno numerosi viventi. Ma "les jeux sont faits et rien ne va plus" e la storia verrà approfondita col poco che è stato archiviato. La storia vera la conosce Dio, l'altra l' hanno scritta i vincitori, ma come hanno voluto: cioè da un loro punto di vista. Ai perdenti è restato revisionarla, mentre i protagonisti l'hanno rimossa ed agli storici resta cercarla di riccostruirla con obiettività.

Nel frattempo la gente e la scuola hanno sempre ignorato. Soltanto da vent'anni i nostri istituti di storia contemporanea, gli Stati Maggiori di Forza Armata, alcuni ambienti universitari hanno scoperto questo filone di ricerche che solo loro possono salvare, chiosare e tramandare alle future generazioni le testimonianze sempre più scarse e vacillanti dei reduci superstiti, oggi quasi centenari, in rapida, successiva estinzione.

 

 
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