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Parla Giovannino Guareschi.....

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( "Diario Clandestino 1943-1945")

Monselice, 28 febbraio 2020. - di Adalberto de' Bartolomeis

Internato militare italiano - numero di matricola 6865. Era il numero apposto sul braccio sinistro al sottotenente di artiglieria c.a. ( contraerea ) Giovannino Guareschi (nella foto), deportato nel "Tour" insieme a più di 600.000 suoi commilitoni, soldati, sottufficiali, ufficiali e tra questi ultimi, molti anche di alto grado.

La gerarchia nei campi di concentramento nazisti non esisteva più: esisteva il rispetto comunque per il militare anziano. Tuttavia il "comandi signorsì" si era sciolto non appena incominciarono a salire su questi vagoni, fino a stiparli da quanti uomini dovettero entrarci, pressati l'uno contro l'altro, così che la stessa aria si rendesse malsana, da toglierne il respiro.

Sembravano infiniti questi treni merci, da vagoni tutti uguali, salvo qualcuno che capitava per passeggeri. Incominciava così il "ritiro spirituale" tra la Polonia e la Germania". Erano i treni della deportazione, già pronti, scientemente, dal 9 settembre 1943. Era bastato un giorno solo dopo l'armistizio che i tedeschi, con maniere alquanto formali e molti che non vedevano l'ora di manifestare modi non certo garbati, li fecero salire, prima sui camion della Wehrmacht e poi li trasportarono nei posti di convogliamento, ovvero, nelle tante stazioni di tutti i territori occupati da quello che due giorni prima era l'alleato collega, resosi nemico, di colpo.

Queste lunghe scatole di ferro, tutte uguali e requisite ponevano, ciascuna, ben in vista, all'esterno le insegne del Reich con aquile e svastiche oppure i contrassegni delle scritte in bianco delle SS. Lo smistamento nei disseminati campi di concentramento avveniva a seguito di lunghe marce oppure "più comodamente" direttamente all'interno dei lager e quando si spalancarono le "porticine della morte" lo "spettacolo era garantito per tutti": una geometria di baracche tutte numerate, circondate a distanza di qualche metro da filo spinato dove scorreva corrente ad alto voltaggio e garitte alte, ben visibili, con ciascuna la propria sentinella. A volte erano in due o anche in tre, tutte munite di fucile mitragliatore o più semplicemente una bella mitragliatrice piazzata, pronta ad aprire un fuoco che in circa 20 mesi non è andato affatto a risparmio, ma a segno.

Guareschi annota nel suo giornale parlato "La Campana" - Lager XB - Sandbostel - novembre 1944: " molti dei cappotti russi distribuiti ai meno abbienti hanno una piccola toppa sul petto e sulla schiena. Una piccola toppa rotonda che chiude il buco attraverso il quale entrò una pallottola e uscì un'anima. Il mio cappotto ha una piccola toppa in corrispondenza del cuore. È un buco perfettamente circolare, ma con sbavature rossastre.

Purtroppo però dal forellino entra un sottile soffio d'aria gelida anche quando non c'è vento e il sole è tiepido. E il cuore duole, trafitto da quello spillone di ghiaccio". Il recluso, l'internato o meglio il condannato pensa che questa notte, nel lager nessuno guarderà il cielo del nuovo anno: pensa ai compagni che non sono tornati, ma che un giorno ritroverà.

Sulle strade ferrate corre silenzioso un treno fantasma. È un treno che ha girato per tutte le strade ferrate di Germania, di Polonia, di Russia, di Jugoslavia e ha fatto sosta in tutti i campi di concentramento ed è un convoglio che non finisce mai perché è il treno che porta le anime dei morti in prigionia.

Ora corre per le strade ferrate d'Italia e si ferma soltanto quando c'è da caricare l'anima di un ex-prigioniero. E quando avrà caricato l'ultima anima allora si che prenderà l'aereo binario che porta dove Dio vuole e nessuno in terra lo vedrà più. "Egli sa che un giorno il treno fantasma si fermerà alla stazione del suo paese, anche se ha superato i 100 anni e anche lui salirà e ritroverà così i compagni perduti, ma nell'attesa si consola di ogni anno che passa".

Parla Giovannino Guareschi.....

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