Nemici su due sponde

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Monselice, 2 aprile 2020. - di Adalberto de' Bartolomeis

La strana alleanza dopo gli eventi penosi di come l'Italia arrivò all'armistizio l'8 settembre 1943 può essere sintetizzata nelle parole che il generale americano Ike Eisenhower intimò al Maresciallo Pietro Badoglio "vuole annunciare alla radio questo armistizio, si o no?" per poi minacciarlo perché non si decideva a dichiarare guerra contro i tedeschi: "generale lei così rischia di avere due nemici, il tedesco che ha preso atto di un tradimento e gli alleati che non potranno mai sentirsi tali se lei non si decide a dichiarare guerra contro le forze armate germaniche".

Questo fu il tenore e l'esordio, inevitabile, di come un governo composto da generali del Regio Esercito e del sovrano Re d'Italia, anche dopo la tardiva dichiarazione di guerra alla Germania, avvenuta il 13 ottobre 1943, credette di mutare un'alleanza che invece provocò muri di diffidenza da parte degli alleati che si trovarono in forte difficoltà a considerare i militari italiani come colleghi, mentre questi si stavano riorganizzando nel costituire un nuovo Esercito per combattere anch'essi contro i tedeschi.

Difatti i raggruppamenti di nuova formazione italiana non vennero mai assimilati come alleati, ma solo come cobelligeranti. Non potrei escludere da queste premesse che un generale di brigata del Regio Esercito, Nicola Bellomo (nella foto), richiamato dopo cinque anni dal congedo, nel 1941, trovandosi ad essere il Comandante della piazza di Bari, a seguito di una cattura di un commando inglese, fatti tutti prigionieri, vennero internati nel campo di concentramento di Torre Tresca, nei pressi di Bari. Ci furono due tentativi di fuga da parte di due ufficiali inglesi, così che Bellomo fece sparare uccidendo un capitano e ferendo un tenente.

Per questo provvedimento lui stesso pagò cara questa decisione perché, finita la guerra venne processato da una Corte suprema di un tribunale speciale britannico e fucilato. Nonostante il generale Bellomo difese energicamente ed egregiamente il caposaldo di Bari, il suo porto, contro i tedeschi il 9 settembre 1943, mentre l'intero esercito si stava sfaldando e moltissimi ufficiali di grado elevato avevano gettato nel fosso la loro uniforme, con il suo comportamento, peraltro, ineccepibile, sotto tutti gli aspetti convenzionali, dimostrò a quanti stavano scappando che la fuga non era l'unica scelta possibile.

Purtroppo il generale si trovò nel momento sbagliato e nel luogo sbagliato perché di fuga proprio a Bari stavano confluendo i vertici delle forze armate, il Re, il seguito della Reale Corona ed il Capo del Governo, abbandonata Roma, dopo l'armistizio.

Non fu intentato nulla a sua difesa per una normale azione di guerra dove dovette prendere la decisione di far sparare, anche se le testimonianze al processo dei suoi sottoposti lo negarono, dichiarando che tale provvedimento fu eseguito da lui stesso contro dei nemici fuggiaschi.

Fu l'unico generale italiano ad essere considerato un criminale di guerra come cobelligerante e perciò, accusato di vigliaccheria, venne giustiziato nel carcere di Nisida, vicino a Napoli, l'11 settembre 1945.

Diversa fu però la sorte di molti suoi superiori, inseriti nelle liste di criminali di guerra da parte dell'ONU che ebbero salva la vita. Rodolfo Graziani, processato morì nel suo letto nel 1955. Pietro Badoglio, mai processato, morì anche lui tranquillo nel suo paese natale, Grazzano Monferrato, nel 1956.

Oggi, a suo onore si chiama Grazzano Badoglio. Mario Roatta, richiesto dallo Stato Jugoslavo come criminale di guerra per le note azioni che fece prendere nel biennio 1941-1943 con la famigerata emanazione della circolare 3C non fu mai processato in Italia ne estradato, ma scappò in Spagna.

Morì anche lui, comodamente, nel suo letto nel 1968. Quanto alla Casa Reale, i dinastici, il giudizio dei plenipotenziari politici, i primi, militari i secondi, non poteva essere che unanime ed inappellabile: improcessabili, anche per non creare soprattutto precedenti con altre monarchie e governi occidentali.

Di questa triste storia sembrerà incredibile ma il paradosso è che il generale Bellomo venne riabilitato alla memoria soltanto nel 1951 con la promozione al grado di generale di divisione, per quanto nella sua carriera fu insignito di numerose onorificenze, tra cui due medaglie d'argento al valor militare e la seconda riconosciuta dopo sei anni dalla sua fucilazione.

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