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Certi atti ricordano i tempi della Rivoluzione d' Ottobre del 1917

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Monselice, 15 giugno 2020. - di Adalberto de' Bartolomeis

La famiglia reale degli Zar era stata sterminata ed i compagni del bolscevismo di Lenin rimossero tutte le statue e qualsiasi cosa che richiamassero, tra piazze, vie, di Mosca, Pietroburgo ed altre città, in Russia, i simboli dell'imperialismo dei Romanov.

Il bolscevismo, contrassegnato dallo stellone rosso sui colbacchi delle milizie rivoluzionarie, in piena prima guerra mondiale, avviò, nella violenta rimozione di un'antica monarchia, la contrapposizione oligarchica di una dittatura rossa, fatta non solo di sangue, ma del futuro comunismo sovietico che con il diretto successore di Vladimir Nikolaj Lenin, Josif Stalin, questo movimento politico destinó a durare a lungo nel tempo ed influenzare molti Stati del mondo, per mezzo di un'ideologia autarchica, di regime, per la quale fu nota la sua nomenclatura, inizialmente, conosciuta come Comintern o Terza Internazionale.

Era un programma di rivoluzione che mirava a volere coinvolgere molti Stati attraverso il cosiddetto socialismo e riformismo rivoluzionario. Ebbe così tanta influenza che di partiti comunisti sorsero a macchia d'olio e tutti contrassegnati dal simbolo madre della falce e martello. I regimi totalitari contrapposti il '900 li vide nascere, anche per reazione e sparire, perché s'incendiarono attraverso i loro catastrofici fallimenti, facendo così trionfare la dottrina della dittatura del proletariato, in tutti i Paesi ad Est dall'Occidente europeo, fino in Cina e nelle due Coree. A seguire altri Stati imposero questa dottrina.

Non fu quindi sufficiente la tragedia di una seconda guerra mondiale ad affermare un mondo più libero, ma soprattutto improntato sulla civiltà del progresso liberale che il pensiero politico comunista divenne come un'epidemia perché si diffuse tanto in Europa, quanto anche in America, perdurando anche in quegli Stati la cui spinta al progresso tecnologico doveva essere di riferimento. È così che l'ideologia si rinnova, ma non sostituisce logiche pervasive che, attraverso il falso vestito di democratizzazione liberale, oggi permane il crostone del progressismo di una tendenza politica che, sostituendosi ai padri rivoluzionari bolscevichi, vuole far credere che in primo luogo esistono diritti civili, sociali e riforme.

È la sinistra che nasconde nel suo mantello di perbenismo apparente la lotta di classe, identificata con i loro epigoni di pietra miliare, a partire da Carlo Marx e tutto un mondo di filosofi ed intellettuali, da cui il lavoro delle loro idee riesce a sfociare nel fanatismo. Lo si è visto in Ungheria, nella vecchia Cecoslovacchia, in Polonia con i carri armati, le statue divelte, gli arresti, le destituzioni e naturalmente i morti. L'Italia non è stata da meno, soprattutto quando con la nascita della Repubblica non si sapeva fino alle elezioni del 1948 se Palmiro Togliatti ed il suo grande seguito di comunisti potesse vincere le elezioni e far rischiare che gli aiuti economici degli americani, con il Piano Marshal finissero di colpo.

Le statue del Duce, nel frattempo erano state rimosse, ma le grandi opere del ventennio facevano comodo a tutti. Tuttavia, il reflusso lavico di questa progenìa ideologica tende sempre a permanere e, per idiozia dei paradossi che vogliono negare la memoria, soprattutto se ha avuto a che fare con il fascismo, ci sono matti in giro che, con la complicità dei partiti di sinistra e di qualche autorità politica in carica se la prendono in continuazione con alcuni monumenti che ricordano persone, statue erette in varie località o vie dedicate, sempre a persone che in vita non erano proprio gente qualunque.

Tali riconoscimenti postumi sono stati sottoposti a giudizi di rappresentanti del popolo, per mezzo di consigli comunali. Tutto d'un tratto non vanno più bene, sono "ingombranti" danno fastidio e così ecco che arriva l'imbrattamento, le decapitazioni, l'oltraggio, lo sfregio, solo perché in vita questi uomini appartenevano ad un sistema, ad una cultura che quella era, perché era consentito. Oggi si perde tempo a discutere su alcuni atteggiamenti che ebbero queste persone e quando capita a tiro il gusto del disprezzo, verso chi è morto, anche dopo lunga vita, quale in questo caso la cronaca ne parla, di Indro Montanelli, certi poveretti di cervello, decidono di deturpare, fare scempio di una sua statua, solo perché da giovane sottotenente, in Eritrea ( siamo negli anni '30) poiché comandava un plotone di Ascari l'usanza era che gli stessi offrissero giovani donne o come mogli o come loro schiave.

Se fossero anche state serve del piacere, in entrambi i casi, con un po' di buon senso si sarebbe potuto guardare altrove, ma siccome quello era il sistema, la mentalità di un'epoca, al di là dei giudizi, sicuramente, molto sindacabili, io oggi non me la prenderei con una statua per ciò che in vita il comunque grande giornalista, che come tutti, da fascista divenne antifascista e dedicò la sua intera vita con passione, anche a perdonare e persino aiutare chi lo gambizzó, le brigate rosse, scrivendo tantissimo e divenendo un importante riferimento, sia per la cultura italiana e sia come grande maestro di insegnamento sociale. Si preferiscono abbattere o far rimuovere le statue dei morti proprio come facevano i bolscevichi di Lenin. Non sono certo questi corsi e ricorsi storici, anche perché l'ignoranza è talmente crassa che non arriva a riprodurre atteggiamenti rivoluzionari. È solo il delirio che fa muovere gli inetti.

Certi atti ricordano i tempi della Rivoluzione d' Ottobre del 1917

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