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"Il passaggio del testimone"

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Monselice, 20 ottobre 2020. - di Adalberto de' Bartolomeis

Il recupero di fatti avvenuti nelle due guerre mondiali del secolo scorso non può essere studiato come memoria perché questa appartiene a chi quel periodo di guerra lo ha vissuto in prima persona.

È ancora molto fortunato chi lo può raccontare, perché longevo, ma si tratta di pochi, di chi nel secondo conflitto mondiale aveva vent'anni. C'è chi, centenario, oggi festeggia la sua bella classe, la 1920 e poi, giù di lì, qualcuno del '21, qualcun altro del '22 e qualche altro ancora del '23 oppure del '24.

A ciascuno di questi che ho contrassegnato l'anno di nascita arrivò la chiamata alle armi, se non si arruolava volontario e a queste classi di nascita, terminato il periodo adolescenziale, il balzo che la vita fece fare a questi giovani uomini fu talmente in avanti da renderli, di colpo, adulti le cui diverse esperienze accelerò in loro un processo di maturazione, oserei dire violenta.

Ci fu chi è riuscito a farsi sottrarre dalla cattura del nemico e chi, purtroppo, ebbe destinazioni e destini che molti libri di storia li raccontano. Nelle librerie se non c'è il revisionismo, legato al passare del tempo, ma solo i fatti, così come avvennero, perché raccontati dagli stessi autori o da chi ha voluto testimoniare con diari, lettere ai genitori, o ricordare eventi, uniti ai sopravvissuti che, per legge biologica, se ne stanno andando, spegnendosi come le candele, sono loro i "custodi della memoria". Loro hanno memoria di ciò che hanno visto e vissuto, soprattutto se i loro destini si sono incrociati anche nei racconti delle differenti prigionie.

A noi resta che trovarli in questi libri, loro, però, non i revisionisti. Questi ultimi della guerra ne hanno solo sentito parlare, l'hanno forse studiata, ma la verità la scrive chi si documenta, chi fa ricerca e chi ha ancora la fortuna di ascoltare ed annotarsi le testimonianze di chi c'era ottant'anni fa, ha combattuto, ha dovuto subire situazioni drammatiche ed è sopravvissuto e qui c'è soltanto il cosiddetto "passaggio del testimone", una "consegna morale di una memoria a chi ha interesse ad ascoltarla e la guerra, naturalmente, non l'ha fatta, perché più giovane. Un primo dato noto era per chi rientrò in Italia, in due fasi, prima dell'8 settembre 1943.

Non poteva che trovare un'accoglienza da parte di una politica di regime, piuttosto ostile, in quanto rientrava da perdente dai fronti di guerra e chi, dopo la fine del conflitto, da ex prigioniero, con la nuova classe politica al governo, ancora monarchico e poi repubblicano, non andava meglio perché il ritorno si riallacciava al passato di una guerra maledetta e le consunte divise appese a poche decine di chili che reggevano in piedi quei poveretti recavano, purtroppo, anche i segni del disprezzo per il coinvolgimento civile ad una tragedia sociale, totale. Insomma, per questi militari, in due "ondate" di rientro a casa, ci fu chi proseguì a combattere, ciascuno affrontando ciò che gli avrebbe riservato il destino e facendo la sua parte, fino alla fine del conflitto. Dopodiché l'altra realtà che si presentava per i successivi rientri fu l'impatto non facile con il reinserimento nella società.

Concludendo, la ricerca e lo studio si sovrappone a chi ha partecipato e sa come ha vissuto, per cui il ricordo non può essere che un approfondimento di una conoscenza riportata nei documenti ufficiali che esistono presso gli Uffici Storici degli SM di Forza Armata, oppure narrata da chi non è più in vita o dagli ultimi "custodi della memoria", viventi. Le generazioni più giovani non possono, quindi, che ereditare un patrimonio di conoscenza, ma non potranno mai essere "custodi della memoria". È pertanto sbagliato continuare a parlare, per esempio di memoria condivisa. Non può essere condiviso ciò che era un ideale, una fede militare o politica di coloro che fecero delle precise scelte.

Si continua a parlare spesso che l'Italia non sa fare i conti con il passato, perché l'ultima guerra mondiale, di fatto, ha diviso allora e divide tutt'oggi. Io credo che l'unico valore che si può attribuire a quel periodo è il rispetto nei confronti di generazioni che si sono trovate di fronte a problemi molto più grandi di loro e che hanno dovuto sbrigarsela da sole, nel bene come nel male.

(nella foto prigionieri italiani controllati da solodati USA Sicilia agosto 1943)

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