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Perché certe scelte andarono così

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Monselice, 20 febbraio 2021. - di Adalberto de' Bartolomeis

Un lettore, di recente, il Signor Antonio Fadda, in un suo scritto, a "Il Giornale", ha sviluppato delle considerazioni, basandosi su fatti avvenuti, accertati dalla Storia, rimarcando, però, comprensibili dubbi sul fatto che il costituito Regno del Sud potesse recuperare, solo tardivamente, "il tempo perduto" in ben tre anni di guerra, con un alleato sbagliato, il tedesco. "Meglio tardi che mai" sintetizzo io, anche il suo scritto, per il quale, di fatto certi eventi andarono proprio così, come correttamente esposti; tuttavia, però, proverei io a dissipare i diversi dubbi del lettore.

Già con l'ingresso dell'Italia in guerra, il 10 giugno 1940, le regie forze armate italiane non furono molto soddisfatte di ubbidire agli ordini di un regime politico e, tanto malvolentieri costrette a condurre una parte di guerra, di cui è noto, ormai, a tutti che la stessa la fecero e la subirono, occupando altre Nazioni, più che sperare di vincerla, coscienti loro stessi di trovarsi con un intero assetto militare vecchio, decrepito e malandato in tutto: dalla logistica, agli armamenti, alle unità operanti, ma soprattutto nella deficienza degli stessi piani di operazioni. I quadri dirigenti militari avevano una formazione che proveniva dalle scuole di guerra dell'800 e per cui l'intera condotta era ancorata a vecchi schemi dottrinali della guerra precedente, la prima guerra mondiale.

Quindi, quando si trattò di riconoscere tali limiti, con il capovolgimento delle alleanze, dopo l'8 settembre 1943, gli alleati anglo-americani, nel frattempo, avevano quasi annientato l'intera Asse, dalla famosa "Quarta Sponda", dall'Africa Orientale Italiana, fino ad arrivare in Tunisia. Dopodiché, sbarcati in Sicilia, per risalire verso il Nord della Penisola, riconobbero ai nuovi combattenti italiani solo lo "status" di cobelligerante e non di alleato.

La motivazione di tale scelta fu prettamente di natura politica, semplicemente perché non si fidarono. Poi, nel corso delle numerose azioni che gli stessi alleati ebbero a constatare, passo passo, nei confronti delle costituite formazioni militari italiane che appartenevano al formato Esercito di Liberazione, per le quali come combattenti ne fecero tante, ma veramente tante, insieme a loro, a cominciare ad esempio, dalle battaglie di Montelungo, e di Monte Marrone, si ricredettero eccome!

Tuttavia, resta il fatto che furono designati come cobelligeranti perché fu definita la posizione di quegli Stati che, pur essendo in guerra a fianco di altri contro lo stesso nemico, non erano ad essi legati da un esplicito accordo internazionale di alleanza che regolasse la lotta comune, ma si trovarono anzi su un piano di ineguaglianza giuridica e di subordinazione alla volontà e agli interessi delle altre potenze, sia durante la partecipazione bellica, sia al momento di concludere i trattati di pace. La situazione di cobelligeranza venne riconosciuta e sancita solo successivamente all'armistizio annunciato via radio, quel fatidico 8 settembre, quando, esattamente, il 13 ottobre 1943, finalmente il governo Badoglio riuscì a dichiarare guerra alla Germania. Da quella data precisa si collocherà la collaborazione militare con gli Alleati.

Così, da un lato l'Italia continuava a essere considerata come Stato nemico e dall'altro agiva da alleata, pur senza essere riconosciuta ufficialmente come tale. Anche Romania, Bulgaria, Ungheria e Finlandia si trovarono più tardi, passando a combattere a fianco dei Russi contro i nazisti, nella stessa situazione, sebbene non venisse esplicitamente riconosciuta come stato di cobelligeranza.

(nella foto il Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio)

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Caro de' Bartolomeis, non vi è dubbio che la responsabilità politica della dichiarazione di guerra, il 10 giugno 1940, alle democrazie plutocratiche fu di Mussolini e del fascismo (solo Italo Balbo al Gran Consiglio votò contro la guerra).

Tuttavvia, l'impreparazione militare, sia tecnica che umana, fu dovuta alla resposibilità diretta degli alti comandi,  che allineati al Regime, non fecero nulla per  la modernizzazione dell'esercito. Concordo con quanto scrivi «......coscienti loro stessi (gli alti comandi) di trovarsi con un intero assetto militare vecchio, decrepito e malandato in tutto: dalla logistica, agli armamenti, alle unità operanti, ma soprattutto nella deficienza degli stessi piani di operazioni. I quadri dirigenti militari avevano una formazione che proveniva dalle scuole di guerra dell'800 e per cui l'intera condotta era ancorata a vecchi schemi dottrinali della guerra precedente, la prima guerra mondiale»

Ebbene, la conclusione è una sola: gli alti comandi, per viltà, incapacità, interessi di carriera sono pienamente corresponsabili dell'andamento della guerra, per cui non c'è da stupirsi se all'8 settembre, nel cambio delle alleanze, ci fu lo sfaldamento dell'esercito in Patria e fuori e il trasferimento quasi in blocco degli Stati Maggiori, in testa Vittorio Emanuele III, a Brindisi, al Regno del Sud. Cordiali saluti Claudio Taverna

Perché certe scelte andarono così

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