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“La Bella Morte”

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(Gli Uomini e le Donne che scelsero la Repubblica Sociale Italiana)

Monselice, 15 maggio 2021. - di Adalberto de' Bartolomeis

Trovo spunto per poter fare delle distaccate riflessioni perché appartengo ad un'altra generazione, che della guerra, la seconda guerra mondiale, ne ho sentito parlare da mio padre, da mia madre, dai miei zii, dai miei nonni e poi perché continuo ad approfondire un periodo storico di un particolare passato di questa nostra Nazione, leggendo, finalmente, una vasta letteratura specifica, che sui libri di testo scolastici le circolari ministeriali non credo consentano ampi margini del sapere.

È appena uscito l'ultimo libro di Gianni Oliva, per chi ama conoscere e approfondire la storia recente italiana. La copertina è molto eloquente. Mi ha colpito. Non l'ho ancora letto, né faccio pubblicità del libro del professore, edito da Feltrinelli. Dalle recensioni che ho tuttavia visto deve essere molto interessante, anche perché, con ricerca sana ed obiettiva di ciò che è la Storia che parla, ancora, attraverso i suoi testimoni, non vedo perché non debba essere conosciuta linearmente, dopodiché ciascuno tragga le personali conclusioni critiche, soprattutto da posizioni che sono decisamente comode, poiché rette da un clima di pace e di libertà...

In fondo, a distanza di tanti anni, ormai, da quel periodo, la guerra dal 1939 al 1945, la vera vittoria, penso, fu quella da parte di ciascuno, protagonista di quegli eventi, nel saper essere riuscito a sopravvivere. Sembra che un Capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, volle porre un certo rimedio ad un perenne conflitto ideologico e post-ideologico, italiano, alla questione dei "ragazzi di Salò", perché dal 1945 lo spettro della continuità di una guerra civile, tra fascisti ed antifascisti, animava sempre accesi e, spesso, furibondi dibattiti. Bisogna ricordare che chi si trovò a decidere da che parte stare, in un difficile e cruciale momento storico della nostra Nazione, dopo il 25 luglio 1943, ha subìto condizioni di grandi disagi perché sentiva di avere addosso bavagli nel poter parlare, quasi che dovesse espiare colpe e, moralmente, essere relegato ad un esilio eterno, in Italia, isolato ed imprigionato nello stare zitto, tacere, fare assoluto silenzio.

Chi sopravvisse come reduce della Repubblica Sociale Italiana trovò, purtroppo, muri invalicabili da doverli oltrepassare, immediatamente, finita la guerra, o perché impedito ad integrarsi o reintegrarsi, in particolare, nelle istituzioni pubbliche dello Stato, oppure perché i pregiudizi e persino gli atteggiamenti di disprezzo tolsero, persino, un rispetto negato a volere dare il giusto peso e spazio anche a chi decise da quale parte stare e quindi, evitare in tutti i modi di fare parlare i testimoni, ex combattenti nei reparti militari schierati con la RSI.

Il pensiero unico dominante fu quello di bandire qualsiasi forma di confronto civile, su posizioni di opposte ex appartenenze, fatte per scelte prese, da posizioni di una nuova realtà che nessuno poteva conoscere: quale? La democrazia. Tutto ciò creò un condizionamento ad eventi che erano mutati e tesi al conformismo unico, per cui non osare a scrivere liberamente o parlare tra intellettuali o più semplicemente persone che guardavano tutte ad un futuro di speranze e di certezze nel voler costruire un avvenire migliore e di progresso ha trovato, comunque, impedimenti ed ostacoli perché è sempre stato oggetto di un dilemma strumentale, sospeso tra demonizzazioni e riabilitazioni, ugualmente improprie, non corrette. Il professore di Storia Contemporanea presso l'Università di Torino e, credo, ancora, insegnante accreditato alla Scuola di Formazione e Studi Militari dell'Esercito, sempre a Torino, nonché ricercatore storico, ha avuto l'intento di proporre, quindi, una lettura storiograficamente equilibrata, rintracciando le motivazioni dei volontari che scelsero di continuare a combattere accanto ad un Mussolini che, sebbene sfiduciato dall'Ordine del Giorno Grandi, nell'ultima seduta del Gran Consiglio del Fascismo, il destino volle che proseguì venti mesi di guerra, chiamando a sè giovani, meno giovani, ufficiali, sottufficiali e donne ausiliarie in uniforme, per continuare e concludere una guerra che comunque erano ampiamente consci che sarebbe stata persa.

Sarà per la difesa di un Onore, sarà perché volevano mantenere fede ad una loro coerenza, quei valori sedimentati dall'educazione di un regime (la sacralità della patria e dell'onore appunto e la lealtà alla parola data, il rispetto per tutti i caduti in battaglia, l'eredità sacra della guerra dall'Adamello all'Isonzo, il Carso, la prima guerra mondiale, insomma ) si intrecciano con la disapprovazione ed il disgusto morale per quello che, di fatto fu un vero e proprio "tradimento": l'8 settembre, 1943.

Ecco che le pagine di questo libro spiegano come mai fu talmente forte la volontà di fronte a tante, troppe avversità, di volersi vendicare dei "voltagabbana", dei "doppiogiochisti", dei "funamboli dell'abiura" e quindi, seguire, ugualmente, il proprio Duce, sapendo che, comunque, chi avesse intrapreso o un reclutamento oppure la continuità della propria condizione di vita militare, proveniente dalla propria forza armata di appartenenza, avrebbe rischiato moltissimo, perdendo e dando, pure, per scontato che sarebbe andato incontro alla cosiddetta "bella morte".

(nella foto Umberto Guidotti, marò del X Mas)

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