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Dire "coprifuoco" è inadeguato

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Monselice, 22 giugno 2021. - di Adalberto de' Bartolomeis

L'ultima volta che la stampa se ne era occupata a grandi titoli era il 26 luglio 1943, su ordinanza del neo-capo di governo, il Generale Pietro Badoglio.

"Dalle 22 alle 6 del mattino per ragioni di ordine pubblico l'Italia doveva fermarsi – eccezion fatta per levatrici, preti e militari, perché le uniche due certezze nel ciclo vitale non obbediscono alle leggi degli uomini", così recitava la disposizione del Maresciallo d'Italia.

Tuttavia il termine "coprifuoco" gli italiani lo conoscevano molto bene, già con le prime incursioni aeree da parte degli Alleati, subito, con lo scoppio della guerra, il 10 giugno 1940, dove rombi lugubri e sinistri di motori avanzavano dal cielo per bombardare città, porti e seminare, naturalmente, morte e distruzioni.

Con una "sosta" di poco più di un ventennio, andando all'indietro di quel secolo, arriviamo al 1915 - 1918 e, sempre agli italiani, come del resto, anche ai vicini europei, entrambi non erano esenti da identici provvedimenti.

Avevano ben imparato cosa significasse dire "attenzione c'è il "coprifuoco", naturalmente sempre a proprie spese, di danni, distruzioni e morte. Insomma, la parola "coprifuoco" nasce da molto lontano e percorrendo i secoli, sin dai tempi dei romani, attribuiva un significato preciso: da una certa ora notturna fino all'alba, nessun fuoco, nessun bagliore che potesse ricondursi al fuoco, o di un caminetto, oppure di un lume doveva rimanere acceso, pena sanzioni molto pesanti, che la stessa storia è dotta nel classificarle, da quelle più punitive, corporali o anche di soppressione, se sorpresi, fino ad arrivare a quelle di confische di beni o semplicemente amministrative.

Insomma, era un'usanza che risalendo nei secoli, attraversando l'epoca medioevale, fu istituita per far rispettare l'ordine pubblico, nell'imminenza di un pericolo di attacco da parte del nemico e, comunque, sempre imposta da un'autorità sulla popolazione.
Prevedeva che ad una determinata ora della sera, il rintocco di una campana o lo squillo di una tromba ed in tempi più moderni il suono di una o più sirene, affidate, di solito, ai Vigili del Fuoco o, in seguito, all'Unpa ( Unione Nazionale Protezione antiaerea, istituita come organizzazione di protezione civile, nel 1934), segnalasse agli abitanti di una città l'obbligo di soffocare il fuoco sotto la cenere ( il modo più semplice per spegnere il fuoco senza generare fumo) come precauzione per evitare incendi accidentali e gli stessi essere visti, anche da lontano. In età moderna, difatti, durante le due guerre mondiali, poteva scattare l'ora di rientrare tutti a casa, anche di giorno e non necessariamente in un orario prefissato, di sera.

Dipendeva dall'accortezza immediata di chi avvistava l'immediata pericolo, principalmente delle incursioni aeree.

Oggi, a mio avviso, questo termine "coprifuoco" lo ritengo inappropriato, inopportuno, assolutamente non adatto all'attuale circostanza di una pandemia che stiamo vivendo, per la quale le autorità politiche-governative hanno voluto rifarsi a questo richiamo, sempre per motivi di ordine pubblico che, sostanzialmente, erano ben diversi come ho sopra menzionato, ma la politica, penso, ha ritenuto che poiché questa pandemia è pur sempre una guerra, invisibile e terribile, senza dubbio, ricorrere al termine coprifuoco ci sta: per loro però!

Pertanto, chi non disponeva, fino a qualche settimana fa di un permesso valido, la tanto "amata" autocertificazione ( attualmente è solo stato sospeso per il monitoraggio del virus Covid-19) era tenuto a rimanere nella propria abitazione, dalle 22.00 alle 05.00 del mattino, per non incorrere nelle sanzioni.

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