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Su e giù per il colle del Cacciatore. La storia del Boschetto Farneto

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Trieste, 24 agosto 2021. - segnalato da Bruna Zuccolin*

Molte delle cose che sembrano vecchie a Trieste sono in realtà nuove e molte delle cose che sembrano nuove sono in realtà terribilmente vecchie. Lo storico Caffè San Marco, ad esempio, con i suoi ori viennesi, sembra appartenere ad un altro secolo; ma il locale risale ad appena il 1914 e il suo aspetto antiquo è il risultato del rimodernamento dopo la brutale distruzione avvenuta durante le rappresaglie anti-italiane del 23 maggio 1915.

Il Boschetto – o come viene definito oggi, il "parco" Farneto – sul versante nord est del colle del Cacciatore, nel rione di Chiadino, potrebbe sembrare assai antico. Ma in realtà il Boschetto è stato ripopolato con la quercia farnus, origine del nome dialettale, appena nel secondo dopoguerra, quando a seguito delle sofferenze degli anni Quaranta del novecento, era stato ampiamente disboscato per farne legna da ardere. I sentieri storici e le stesse aree di sosta risalgono invece ai primi duemila. Nulla di male, beninteso: i giapponesi periodicamente demoliscono i propri castelli Segoku e li ricostruiscono da zero: si tratta di copie di copie, ma l'anima, al di fuori del corpo architettonico, rimane identica. Ed è quanto alla fin fine conta, specie se si desidera una cultura che sia viva e non mummificata.

Per approcciarci alla storia del Boschetto e del correlato colle del Cacciatore, torna utile una descrizione pittoresca del 1923, firmata da un da un tal Giulio Italico, nom de guerre dell'ultra irredentista Giuseppe Cobol: "A mezzogiorno di Guardiella, si protende con i suoi speroni ombrosi il colle di Chiadino, composto del Boschetto e del Cacciatore, ai quali si arrampicano innumerevoli strade e sentieri tagliati in boscaglie fitte di querce e di pini". Cobol osserva che il Boschetto connette i tre monumenti del luogo, ovvero il Ferdinandeo, la Gloriette e il Parco con la Villa Revoltella; la zona, negli anni Venti, era facilmente raggiungibile "con la tramvia", oltre a essere "frequentatissima in primavera e nell'estate da appassionati collezionisti che salgono le sue ripide stradette in cerca di fiori e di insetti".

Il Boschetto in sé si divide "in due distinti appezzamenti del suolo, uno con piantagioni di pini e l'altro coperto di querce antiche".

Il Boschetto al Cacciatore (Triest). Das Waeldchen zum Iaeger bey Triest (Europeana)

Il Conte Girolamo Agapito ci offre invece, nel 1823, la storia delle origini del Farneto, da inquadrare, va da sé, con un certo scetticismo: "Il Boschetto, in dialetto triestino detto anche Farnedo, fu da una nobile donzella della patrizia famiglia Civrani con suo testamento legato alla comunità di Trieste, al quale in coerenza alla disposizione della generosa benefattrice, permise per qualche tempo di falciarvi il fieno ed asportarne i rami aridi, inetti alla vegetazione. Con la progressione del tempo, non fu conceduto che di tagliarvi legna per uso del Rettore della città; ma ciò somministrando continua occasione a dei rilevanti danni, nel 1553 fu deliberato, per la conservazione del bosco, di proibirne l'ulteriore taglio, essendo stata assegnata una somma di danaro ai governatori di Trieste in compenso di somministrazione della legna che d'allora in poi venne a cessare".

Il conte involontariamente introduce uno dei temi portanti del Farneto, ovvero la funzione di protezione del colle dal vento di Bora, garantendo la tenuta della terra e un parziale riparo da quelle "polveri" che offuscavano le vie della Trieste ottocentesca, impestando i passanti. Infatti Agapito osserva, in relazione agli ultimi anni del governo di Maria Teresa d'Austria, che "nel 1785 si contemplava di alienare questo bosco, ne fu praticato l'estimo da pubblici geometri, e con tale perizia essendosi trovate in esso 32.984 piante di querce sopra una superficie di 281.833 KL. quadrati, venne fissato il suo valore a fiorini 51.850. Nell'anno successivo poi dietro la relazione data dal professore di nautica Luigi de Capuano il quale opinava che il taglio di questo bosco a cui avrebbe potuto indursi il compratore, sarebbe per riuscire molto pregiudizievole alla città specialmente nelle insorgenze de' venti australi, ne fu sospesa la vendita ed il bosco fu conservato sempre intatto".

Il Farneto, di proprietà imperiale, passò al Comune di Trieste il 9 settembre 1844, a seguito dell'autorizzazione giunta dal luogotenente Conte Stadion che eseguiva, a propria volta, le volontà degli imperatori Ferdinando I e Maria Anna Carolina, i quali avevano visitato Trieste nel 1832. I termini della donazione, trascritti sui libri fondiari, stabiliscono che "Il Comune di Trieste lo possieda quale proprietà inalienabile e lo conservi a bosco".

Il Comune, "grato del dono imperiale", stabiliva a sua volta "che tutto il bosco [...] durasse perpetuamente bosco, fosse inalienabile, servisse perpetuamente a pubblico passeggio, portasse il nome di Imperial Ferdinando e vi si alzasse un edificio monumentale coll'immagine di Sua Maestà e leggenda che ne tramandasse la memoria".Tuttavia i triestini continuarono a chiamare il Boschetto "Farneto" e "Ferdinandeo" solo l'imponente locanda/caffetteria, oggi sede del MIB Trieste School of Management.

Il ruolo del Boschetto quale protezione dai venti per la città trovò una sua naturale prosecuzione con il "Bosco dei pini" o "Bosco Biasoletto", collocabile oggigiorno dopo l'Orto Botanico sulla via Pindemonte.
Il botanico considerato "padre" dell'Orto Bartolomeo Biasoletto concepì l'idea di riforestare il versante del colle di Chiadino che al di sotto del Farneto era terra brulla, fonte di continui polveroni. Assieme a Muzio de' Tommasini, Biasoletto piantò allora tra il 1840-42 il pino nero, tra i pochi alberi capaci di attecchire in scarse condizioni di terra e acqua. L'esperimento fu un completo successo e lo stesso busto di Biasoletto, all'Orto, lo ricorda "di questo sterile colle/ ravvivatore". L'esperimento trovò poi attuazione su larga scala con il Comitato per il rimboschimento del Carso, dal 1857 in avanti.

Busto de "Il Giardino Formale". La scritta recita: ""A Bartolomeo Biasoletto dignanese, botanico insigne, di questo già sterile poggio, ravvivatore, Trieste e l'Istria, riconoscenti MDCCCLXXVIII"

La connessione tra gli alberi e la Bora ritorna infine anche nel folklore, segnale di una permanenza di una lunga durata. Secondo de Mailly, "A Trieste è stata viva la credenza che un criminale giustiziato o un suicida che s'impicchi nel Bosco dei Pini o presso una fonte al Boschetto (nel cosidetto Boschetto dei Suicidi) faceva apparire la strega che soffierà per tre giorni; oppure si dice che quando la Bora imperversa, qualcuno si è tolto la vita o ha venduto l'anima al diavolo".
L'aneddoto è macabro, venato di quella malinconia che ha tradizionalmente afflitto Trieste, ma è indicativo, per i novelli antropologi, come persino la leggenda individui negli alberi la protezione dalla "strega che soffia", ovvero dal vento di Bora.

Articoli correlati: Il Civico Orto Botanico, un giardino "visitato da teste coronate", Trieste News, 29 Giugno 2019

Il colle del Cacciatore: la locanda d'inizio '800 e le serre di Revoltella, Trieste News, 2 Gennaio 2021

Fonti:

Girolamo Conte Agapito, Descrizione storico-pittorica della fedelissima citta e portofranco di Trieste: unitamente alle sue vicinanze, dei pubblici passeggi suburbani: dalle edizioni di Vienna pubblicate negli anni 1823-1826-1830, ristampa del 1972

Giulio Italico (Giuseppe Cobòl), Guida descrittiva di Trieste (la fedele di Roma) e l'Istria (nobilissima), Trieste, Peterlin, 1923

Anton von Mailly, Leggende del Friuli e delle Alpi Giulie, Gorizia, Editrice goriziana, 1986.
Si tratta di una ristampa dell'edizione del 1922.

*Presidente
ASSOCIAZIONE NAZIONALE VENEZIA GIULIA E DALMAZIA
Comitato Provinciale di Udine
cell. +39 3489043655
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