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La storia di un Cavallo da raccontare

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Monselice, 15 ottobre 2021. - di Adalberto de' Bartolomeis

Frequentavo la seconda media a Merano, presso la scuola Giovanni Segantini, nel 1971-1972, quando venni a conoscenza della mitica storia di un cavallo straordinario che fu acquistato due volte dallo Stato italiano, per conto di un Reparto militare dell'Esercito, molto noto: il Reggimento Savoia Cavalleria.

Mio padre, in quegli anni era il 71^ Comandante di questo Reggimento. La caserma si chiamava Ugo Polonio. La ricordavo molto bella e grande. Sicuramente venne costruita sul finire degli anni 20' perché fu anche sede di un altro reggimento di Cavalleria: il "Piemonte Reale".

Molte furono le volte che mi recavo in quella caserma, perché andavo a cavallo, insieme ad altri figli di ufficiali e sottufficiali. Allora si poteva fare: oggi, forse no. I cavalli demaniali costituivano la dotazione di reparto per tradizione e specificità d'impiego dell'Arma di Cavalleria, ma facevano parte integrante dell'organico, insieme ai militari di truppa, i cavalieri.

La cosa che m'impressionò molto fu entrando dall'ingresso principale, subito, sul lato sinistro, nella palazzina comando, il museo del Reggimento. Era allestita una piccola porzione di scuderia, con un solo box, al cui accesso si poteva leggere una scritta: "qui giace Albino, mutilato, ferito e reduce dalla Russia". Era un cavallo imbalsamato, cieco da un occhio, ma coperto da un bottone di vetro, completamente sellato, con tanto di staffe, redini, martingala e pettorali, testiere e cavezza, imboccature e fucile moschetto modello '91, infilato nella bisaccia. Aveva il suo equipaggiamento intatto, come lo era quando si trovò sul fronte russo, nel 1942, con il suo cavaliere, sergente maggiore Giuseppe Fantini, ucciso dai sovietici e lui invece ferito.

Aveva partecipato alla famosa carica di Isbuschenskij il 24 agosto 1942. Era nato nel 1932 nella Maremma grossetana. Il manto del pelo intatto evidenzia le caratteristiche di un bellissimo baio e da puledro venne scovato, "arruolato", assegnato ed incorporato al 3^Reggimento Savoia Cavalleria di stanza a Milano, presumibilmente, nel 1936.
Entriamo nella storia. Aveva allora quattro anni e si era già fatto notare tra i suoi compagni di scuderia, arrivando primo in molte gare. Lui, stando a Milano forse credeva che tutti gli uomini fossero buoni come i soldati del suo squadrone, per cui fu assegnato al sergente maggiore Giuseppe Fantini. Albino era felice, perché aveva sempre la biada fresca ed abbondante e frequenti erano le galoppate e sempre pulita la paglia del suo giaciglio.

Un giorno, però, scoppiò la seconda guerra mondiale ed il "Savoia Cavalleria" partì per la Russia. Albino seguì il suo reggimento ed il suo amico Fantini. Tutto in quel momento era cambiato per lui, ma si sentiva orgoglioso di dividere con i soldati i pericoli dei combattenti. Siamo nell'estate del 1942, nella steppa del Don. Il reggimento era dislocato a difesa sopra una piccola sommità, a quota 213,5, in mezzo a una vasta pianura, piena di girasoli, verso il fiume Don.
All'alba del 24 agosto il comando del reggimento capì che i russi approfittando dell'alta vegetazione, erano a meno di un chilometro, quindi vicinissimi ed in procinto di accerchiarli. Il Comandante del "Savoia", Colonnello Alessandro Bettoni di Cazzago non perdette tempo ed ordinò al comandante del 2^ squadrone ( quello di Albino) capitano Francesco De Leone di attaccare il nemico. Albino si trovò in mezzo alle grida incitanti dei soldati ed agli squilli di tromba "della carica". Con le orecchie diritte, fremente, si lanciò con il suo cavaliere contro il nemico. Era la carica di Isbuschenskij, la più gloriosa carica della Cavalleria italiana contro formazioni regolari di un esercito nemico. Per buona parte di quella giornata gli scontri si succedettero a ripetizione e Albino continuò a galoppare insieme agli altri cavalli, anche se ad un tratto si accorse di non avere più in sella il suo amico Fantini, colpito da una raffica di mitragliatrice. Alla fine della giornata quando si dovettero contare i morti ed i feriti, riconoscendo il povero sergente maggiore Fantini di Albino non c'era nemmeno l'ombra. Solo dopo due giorni il destriero fu avvistato, mentre zoppicando faceva rientro al suo reggimento. Povero Albino: non era più Albino che era partito pieno di forze dal campo due giorni prima. Stava rientrando dai suoi compagni, proprio mentre il reggimento ripiegava su posizioni più sicure, ma aveva una profonda ferita in una zampa dalla quale usciva sangue ed inoltre era privo di un occhio, il sinistro.

La guerra di Russia era oramai giunta al suo epilogo e Albino, sebbene gravemente ferito, partecipò alla ritirata e riuscì a giungere in Italia con i superstiti del "Savoia". Con la baraonda dell'otto settembre del 1943 di Albino si perdette ogni traccia. Finì la guerra ed il reggimento si ricostituì a Milano e tornò nella sua vecchia sede di via Vincenzo Monti. Un giorno del 1946 il reggimento, per una cerimonia, si trovò a Somma Lombardo, nella provincia di Varese, con la propria fanfara.

In quel piccolo paese, all'epoca per lo più di contadini, si stava riunendo una piccola folla per vedere sfilare gli squadroni, quando da una strada vicina a quella da dove stava transitando il reggimento, si sentirono grida, urla, nitriti ed un gran baccano. Un cavallo, forse imbizzarrito, legato ad un carretto pieno di verdura, si dimenava tra la folla correndo all'impazzata verso la sfilata degli squadroni.
Quel giorno, il comandante dello squadrone a cavallo del "Savoia" era il capitano De Leone, il quale capì subito che il galoppo forsennato di quel "ronzino non poteva essere casuale, ma aveva qualche cosa di familiare. Fece fermare la marcia del reggimento e raggiunse il cavallo che nel frattempo si era calmato, arrivando vicino ai soldati.

Da una sommaria ispezione non potevano esserci dubbi. Era lui, proprio Albino, il quale alle note della fanfara aveva riconosciuto il suo reggimento. Il cavallo era scheletrico, il pelo a chiazze, ma il capitano De Leone vide il ciuffo candido a stella, in mezzo alla fronte, sotto lo zoccolo ferrato, il simbolo Regio Esercito "Savoia Cavalleria", poi il suo modo di piegare la testa dalla parte dell'occhio cieco, come un'istintiva difesa. Con un'emozione indicibile il De Leone si rivolse al cavallo e lo chiamò per nome: "Albino!" L'animale lo fissò scuotendo la testa, con un grande nitrito. Albino venne, perciò, riscattato subito e rientrò al suo reggimento, dove gli venne costruita una casetta con sopra il suo nome ed una fotografia del sergente maggiore Fantini, a cui gli fu tributata la medaglia d'argento al valore militare, alla memoria.

Nel frattempo la storia di questo cavallo si sparse e divenne, ben presto, leggenda. Il Ministero della Difesa perorò la causa fino in Parlamento affinché gli fosse riconosciuta una pensione a vita, in quanto mutilato ed invalido di guerra, al pari di una persona ( l'unica che fu concessa ad un animale) ed ospitato quale mascotte d'onore nel reggimento. Negli ultimi anni della sua vita Albino ebbe nella sua casetta un altro compagno: l'asinello Mariolino che gli fece compagnia fino alla morte.
Da quando Albino tornò al "Savoia" e la sua storia fu di dominio pubblico, ricevette molte visite scolaresche e di semplici cittadini che volevano vedere l'eroico quadrupede reduce della Campagna di Russia. Albino partecipò sempre alle sfilate del reggimento, finché le sue zampe lo permisero. Poi, dopo tanti anni di servizio, trasferito nel 1957 a Merano, con il Reparto di cavalleria, morì il 21 ottobre 1960, esalando il suo ultimo respiro per la Patria.

Fu imbalsamato ed attualmente giace sempre nella sede museale del reggimento, ma a Grosseto. All'atto di morte del cavallo il 62^ comandante del reggimento Savoia Cavalleria Luigi Mirelli di Teora fece stampare una partecipazione a lutto con testo scritto su pergamena e collocato vicino all'animale imbalsamato: "Io sono ALBINO nato nel 1932 assegnato da puledro al Reggimento Savoia Cavalleria 3°, ove ho imparato ad essere orgoglioso, generoso e coraggioso come tutti cavalli ed i Cavalieri che hanno avuto l'onore di servire questo Reggimento dal 1692. Il mio occhio cieco conserva luminosa l'immagine del glorioso Stendardo – la mia gamba lancinante per la ferita da guerra : orgoglio di combattente – le mie orecchie odono sempre la tromba del CARICAT ed il grido incitatore degli squadroni al galoppo verso la morte, la gloria e la vittoria – la mia groppa porta ancora la sella affardellata ed in arcione è sempre FANTINI, il sergente maggiore che colpito a morte tenne la punta della sciabola verso il nemico in fuga – la mia memoria vive del ricordo di tutti gli eroici Cavalieri che nella leggendaria carica di Isbuschenskij scrissero col sangue la più bella e gloriosa pagina di Storia della cavalleria di tutto il mondo.
Ringrazio il Reggimento "Gorizia Cavalleria 3°" per avermi concesso di trascorrere la vecchiaia nella scuderia del mio Colonnello Bettoni comandante ad Isbuschenskij, ed auguro "bonnes nuovelles" al Reggimento, allo Stendardo ed ai suoi cavalli corazzati".

(nella foto il caCavallo Albino)

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