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L'ultimo nitrito (seconda parte*)

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Monselice, 25 ottobre 2021. - di Adalberto de' Bartolomeis

Michele Taddei, giornalista, ha scritto un bellissimo libro, quest'anno. Si è sicuramente ispirato, anche quando prestò servizio come ufficiale di complemento, nell'esercito, a Grosseto, presso il reggimento Savoia Cavalleria, ad un animale, un quadrupede, che è tuttora lì, in questo reggimento, ma imbalsamato, nell'area museale dell'ente militare.

Il libro, pubblicato nel mese di aprile 2021, si intitola "Steppa Bianca - Memorie di Albino Cavallo Da Guerra", edizione Cantagalli. La descrizione narra la storia di questo cavallo, da quando nasce, fino a quando muore, il 21 ottobre 1960. Fa parlare lui, Albino: questo fu il nome che gli venne dato. È una storia che commuove perché è tutta vera. L'autore ha voluto che fosse lui a narrarla, l'animale, il protagonista del libro, che sembra un uomo, un reduce di guerra, perché lo fu, in quanto superstite, ferito ad un anteriore destro, cieco da un occhio sinistro, a causa di una pallottola che gli aveva perforato la cornea e perso l'intero bulbo oculare in battaglia, dove tutto bruciava nei campi di girasole in Russia. Anche le fiamme lo avevano colpito, mentre con il fiuto cercava di ritrovare la sua guarnigione da dove era partito, con il suo cavaliere, che nel frattempo lo aveva alleggerito del suo peso, in quanto ucciso. Permanentemente spelacchiato, poi, su una coscia posteriore, a seguito delle bruciature, riportò tutti i segni di una grande battaglia, una carica fatta con i suoi simili, altri cavalli, tanti, montati da molti soldati, cavalieri, sul fronte del fiume Don, in località Insbuscenskij, il 24 agosto 1942.

Non fu decorato al valore militare, ma ricevette una pensione di guerra e con il suo foglio matricolare, al pari dei militari, gli venne redatto un libretto che si chiama stato di servizio, come si fa, anche per i sottufficiali e gli ufficiali. Questo documento veniva quotidianamente aggiornato con cura, dove, custodito nel museo di questo reggimento, a Grosseto, risulta riportato, dal giorno ed anno di nascita, suo arruolamento, campagna di guerra, rientro in Italia, a Milano, ritrovamento, un anno dopo, finito il secondo conflitto mondiale, trasferimento a Merano, nel 1957, cosa mangiava, foraggio, biada ed altro, cure veterinarie, fino ad avvenuta morte.

Gli ultimi tre anni di vita, appunto, dal 1957 al 1960, li trascorse in un'altra caserma da quella dove stava a Milano, da 11 anni. Aveva preso confidenza con una nuova casa militare, la Ugo Polonio, nel cuore della cittadina altoatesina. Fu disposto di lasciarlo circolare libero durante le ore diurne all'interno della caserma, perché era un veterano di guerra. Non era un pluridecorato al valore militare, ma lo stesso valore era vederlo, sellato, con tanto di fucile moschetto '91 infilato nella sacca, con tanto di sottopancia e staffe raccolte sugli staffili. Girovagava come se dovesse ancora andare in guerra.

Era, di fatto, anche lui, un ex combattente, scampato dalla morte e tanti furono gli stessi racconti che ho potuto raccogliere su questo cavallo che, molto docile, piaceva farsi accarezzare dai soldati, dai famigliari dei dipendenti del reggimento, dai bambini o addirittura da scolaresche che si recavano apposta per conoscere la sua storia e quindi andarlo a trovare. "Albino", "Albino", lo chiamavano e lui si fermava di colpo, dove si trovava e, scuotendo la testa o muovendo la coda, con un flebile verso, riusciva ad alzare la zampa dalla quale traspariva la stessa cicatrice e poggiarla in segno di saluto a chi voleva accarezzarla.
Mi dissero che tutti avevano un tale rispetto riverente verso questo cavallo e l'onore di essergli vicino che lui lo capiva e ricambiava scuotendo sempre la testa, quasi volesse ringraziare dell'enorme affetto che si circondava.
In adunata alle ore 8.00, alla cerimonia giornaliera dell'alza bandiera, si recava spesso, partendo dal suo box che era sempre aperto, nel riparto scuderie della caserma. Era come se avesse, incredibilmente, un orologio in testa e quando l'intero reparto militare si disponeva per lo schieramento nel piazzale principale della Ugo Polonio lui o era già lì, o nelle vicinanze, oppure lo attendevano sentendo il lento scalpitio degli zoccoli sul selciato, con la stanca cadenza del suo passo.

Andava sempre a posizionarsi di fianco all'ultima ala di destra di un gruppo squadroni e si poneva con il lato sinistro del costato, ordinatamente, ad un metro - due dai soldati.
Attendeva in successione i consueti ordini di rito: riposo, attenti, saluto da parte di chi, fuori dai ranghi portava la mano destra tesa al basco, dopo i tre squilli di tromba e a gran voce il comandante che diceva... "alzabandiera"!
All'ordine militare "rompete le righe", prima della consueta, ultima frase, " riposo, libertà", l'intero schieramento continua a mantenere un'altra, antica consuetudine, che per questo reggimento è una tradizione: l'urlo di battaglia all'unisono di tutto il personale, che fa rimbombare in un botto solo, la parola "Savoia".
Negli ultimi tempi le adunate di Albino si stavano diradando sempre di più perché non stava più bene. Un veterinario di un altro reggimento accanto, di artiglieria da montagna aveva pronosticato che, nonostante gli acciacchi della vecchiaia, pieno di reumatismi e, forse anche un male incurabile, non aveva tanto tempo da vivere ancora e pensò, così di recarsi, prontamente, per curare due bestiole, lui, Albino ed il suo fedele compagno che in quel momento soffriva di qualche piccola colica renale: si chiamava Mariolino ed era un asinello che da qualche anno gli faceva compagnia nello stesso box, proprio perché si sentisse meno solo.
Mi fu anche riferito che non negava la sua presenza persino all'ammaina bandiera. A volte era lì, in attesa che alla fine della giornata, nel grande piazzale d'armi della caserma, un paio di soldati andassero, a volte, o con il trombettiere, oppure, altre volte c'erano gli squilli di tromba che venivano diffusi per mezzo di altoparlanti e lui aspettava che venisse calata la bandiera nazionale e ripiegata con marzialità e cura.
Voleva osservare il ripetersi anche di questo rito, come se si volesse assicurare che le operazioni militari della giornata fossero terminate e poi se ne ritornava con passo, sempre più lento e stanco laggiù, nel suo box.

Un certo giorno, sempre durante un'alza bandiera, tutto il reggimento schierato con il comandante udì un nitrito che parve un lamento dal suono sinistro. Di colpo incombette un silenzio grave nelle file di tutto lo schieramento: era appena finita la cerimonia ed Albino non si era fatto vedere, ma erano giorni che non sopraggiungeva più in adunata.

Il colonnello Luigi Mirelli di Teora chiese subito di andare a vedere e così, non trattenendosi in pochi, si sollevarono in ordine sparso correndo verso le scuderie.

Albino, con il suo nitrito, il 21 ottobre 1960 aveva salutato, anche lui, ma con il suo grido di morte fulminea, la Patria ed il suo reggimento Savoia Cavalleria che lo aveva coccolato per 14 anni dal suo ritrovamento.

Lo trovarono disteso sui suoi anteriori ripiegati all'indietro con l'unico occhio, sbarrato, aperto che sembrava guardasse, immobile, gli accorsi. Era, chissà, salito anche lui, come animale, in un altro regno sacro, che non conosciamo. Piansero tutti quel giorno e furono, immediatamente molti che sapendo della notizia piansero non solo a Merano, ma in varie parti d'Italia. Aveva 28 anni.

* La storia di un cavallo da raccontare (prima parte)

L'ultimo nitrito (seconda parte*)

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