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“Il nemico buono”

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Monselice, 28 gennaio 2021. - di Adalberto de' Bartolomeis

Sono inediti i documenti che riportano quanto, anche, i militari italiani s'impegnarono, non poco, a cercare fino all'estremo sacrificio di se stessi, in imprese che presentavano persino l'impossibilità, nel riuscire a porre in salvo molti ebrei, nel corso della seconda guerra mondiale.

Ci furono valorosi ufficiali del Regio Esercito che, nonostante mal sopportassero di condurre una conflitto con uno scomodo alleato, politicamente a loro imposto, al proprio fianco, sin dall'inizio della dichiarazione di guerra, il 10 giugno 1940, si comportarono ben molto diversamente dai loro colleghi tedeschi. Intanto, i sentimenti più noti erano diffidenza reciproca, fino ad arrivare al disprezzo, che culminó con l'odio, l'uno verso l'altro. Era una realtà di cooperazione molto tesa e difficile, perché oltre al netto divario culturale c'era una competizione militare fortemente a sfavore delle forze armate italiane.

È degno di nota rammentare che sui vari fronti di occupazione, sotto la giurisdizione dei territori dell'esercito italiano, ci furono diversi comandanti, che, nel grado di generale, si trovarono ad assumersi delle responsabilità più grandi di loro e quindi decidere. Dovettero affrontare e risolvere situazioni molto difficili, man mano che si avvicinava sempre più lo sfascio totale, di una guerra perduta, soprattutto sul piano arretrato, per carenze disfunzionali, in termini di uomini, di mezzi e di cultura militare. Tale svantaggio, rispetto all'alleato tedesco, veniva riscontrato nella condotta delle operazioni e pertanto nelle azioni di comando, così come nell'intera logistica, ma nonostante ciò riuscirono a salvare intere comunità ebraiche, arrivando al tracollo totale, con conseguente rovesciamento delle alleanze, nel fatidico 8 settembre 1943. T

Tutti i comandanti, compresi gli schieramenti militari fascisti non concepivano come fosse possibile che individui inermi potessero essere annientati, solo perché di religione ebrea, semplicemente perché vigevano disposizioni assurde e criminali, che assoggettavano chi, più debole, mal sopportava la politica aberrante del Terzo Reich, a cui contro di essa era impossibile contrapporsi.

Ci fu, invece, chi riuscì, con azioni valorose, decisamente stoiche, come quelle del generale di divisione, comandante della Divisione Pusteria, Maurizio Lazzaro de Castiglioni, fortunato perché si salvò, ma riuscì a fare entrare in Svizzera, dalla sua zona di occupazione, in Francia, migliaia di ebrei, mentre chi, suo pari grado, comandante della Divisione Marche, il generale Giuseppe Amico, purtroppo, prima di perdere la propria vita, fece anche lui la stessa cosa: si comportò da eroe, in zona di operazioni a lui assegnata, in territorio balcanico, in Croazia, riuscendo a mettere in salvo ben 3.527 ebrei. Menachem Schelam, croato ebreo che terminò la sua esistenza in Israele, fu uno dei tanti che da superstite, sopravvissuto alla tragedia di massa, della caccia agli ebrei, appartenne ai tanti salvati da questo valoroso generale che, in un libro, racconta dettagliatamente, con dovizia di particolari e di testimonianze di ufficiali italiani, sopravvissuti anche loro, come avvenne la procedura di essere stati risparmiati dal finire di essere caricati nei vagoni ferroviari per poi essere anche eliminati negli stessi vagoni bestiame, o comunque dopo, arrivati nei vari campi di concentramento in Germania, o altrove, come deportati. Nel suo libro, "Un debito di Gratitudine - Storia dei Rapporti tra l'Esercito Italiano e gli ebrei in Dalmazia -1941-1943", tradotto anche in italiano ed edito nel 2009 dall'Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito, pone in risalto come le motivazioni umanitarie prevalsero su quelle politiche e molti furono gli italiani che non poterono restare con le mani in mano e, vigliaccamente, a guardare. L'autore focalizza un aspetto legato all'occupazione italiana in Dalmazia.

Oltre ai contatti formali si stabilirono, spesso, legami di amicizia fra ebrei ed italiani e questa amicizia andó rafforzandosi con l'inasprirsi della violenza croata. Molti ufficiali italiani colti e letterati trovarono fra gli ebrei un ambiente a loro consono ed i rapporti furono facilitati dal fatto che non pochi erano gli ebrei che parlavano correttamente l'italiano. Successe così che, nonostante l'ostilità della popolazione locale e la sofferenza di aver dovuto abbandonare le loro case, i profughi ebrei furono confortati dal calore di un'amicizia che sarebbe stato loro di sollievo e di appoggio nelle poche ore che ancora li attendevano. Certo non fu un idillio. Ci furono tra gli stessi italiani anche degli antisemiti, come ci fu anche chi vide negli ebrei solo un impaccio da cui era necessario liberarsi al più presto, non importa come. Nel primo settore italiano di occupazione in Croazia furono costituite unità della Milizia, non sottoposte ai Comandi militari e in tali unità era diffuso, purtroppo, un atteggiamento di risentimento che spesso sfociava in un fanatico nazionalismo, impregnato, purtroppo, di antisemitismo, ma che con l'approssimarsi di eventi tragici, scemò, quasi improvvisamente.

Tuttavia, con la protezione militare italiana alcune migliaia di persone, fuggite dallo Stato indipendente di Croazia, cercarono una via di scampo per non essere già trucidate dalle milizie nazionaliste di quelle zone e filo naziste, oppure essere consegnate, direttamente, ai tedeschi. Il generale Amico, dal suo comando a Ragusa (Dubrovnik) diresse l'opera di salvataggio degli ebrei. È doveroso segnalare in modo esemplare il fermo atteggiamento tenuto nei riguardi degli ebrei dallo stesso generale. L'alto ufficiale non ebbe timore ad esprimere in pubblico la sua opinione sui tedeschi e sugli ustascia: in uno dei suoi discorsi alle truppe egli disse "che gli italiani erano un popolo civile e quindi, dopo avere conquistato un paese nemico, si comportavano in modo conforme cercando di apportare alla popolazione assoggettata ordine e pace, mentre altre potenze erano ancora incivili ed avrebbero fatto meglio a cercare di frenare i propri istinti e ad astenersi dal compiere atti riprovevoli". Il generale, così riporta l'autore in questo libro, disse anche "che gli italiani si trovavano in Jugoslavia per difendere i serbi e gli ebrei perseguitati e inermi contro il brutale e terrificante comportamento dei croati".

Con queste parole il generale Amico si procuró la sua condanna a morte. Si attriró su di sè la collera tedesca, tanto che furono inviati a Berlino vari rapporti in cui si sottolineava la sua condotta a favore degli ebrei. Dopo l'8 settembre 1943 il generale ordinò ai suoi uomini di combattere contro le unità SS venute ad occupare immediatamente Ragusa e i suoi uomini furono infatti tra i pochi che cercarono di opporsi ai tedeschi. Dopo tre giorni di combattimenti gli italiani dovettero arrendersi. Amico fu catturato ed ucciso il 13 settembre 1943, senza essere stato processato, per ordine dello Standartenfuhrer Schimidhuber, comandante del 2^ reggimento SS della divisione Teufels ( Diavolo).

Furono vane le innumerevoli suppliche, tutte rivolte alle autorità italiane da parte dei civili croati e molti profughi, che da diversi luoghi imploravano ciò che purtroppo non poteva essere possibile mediare con il tedesco divenuto, ormai, nemico, affinché le forze militari italiane che si resero complici e perciò scoperte di aiutare gli ebrei a salvarsi, non venissero consegnate e perseguitate dai loro aguzzini, anche per le numerose delazioni che avvenivano in quei frangenti di un genocidio che si era già esteso in tutta Europa. Alla fine della seconda guerra mondiale fu riconosciuta alla Memoria a questo generale la medaglia d'oro al valore militare, ma nulla di più.

C'è da dire, purtroppo che vane furono i numerosi tentativi da parte di delegazioni straniere israeliane, polacche e croate, capeggiate, tutte, dal signor Schelam e da diversi diplomatici, le quali, incontrando lo stesso Sandro Pertini e successivamente alcuni capi di governo, pensavano di trovare un adeguato riconoscimento da parte del governo italiano con maggiore solennità, in memoria di una causa nobile per la quale anche diversi uomini italiani con le stellette si batterono, anche per trarre il più possibile in salvo gli ebrei. Nell'estate del 1985 fu ricevuta dal presidente della repubblica, appunto, Sandro Pertini, una delegazione ebraica, inviata dal "Comitato delle Espressioni di Riconoscenza al Popolo Italiano".

La delegazione di cui facevano parte anche lo stesso ambasciatore d'Israele a Roma Eytan Ron espresse all'allora Capo dello Stato i sensi di gratitudine che gli ebrei provano verso gli italiani che, durante la seconda guerra mondiale salvarono la vita a circa 30.000 ebrei, fuori dall'Italia, di cui, complessivamente, circa 5.000 in Jugoslavia. Io credo che l'autore di questo libro che ho citato, per quanto poco conosciuto, abbia, comunque, reso un servizio molto importante alla verità storica e così all'immagine dell'Italia e del popolo italiano, facendo luce su questo sconosciuto episodio che probabilmente minacciava di cadere dimenticato nell'abisso delle tenebre che tanto continuano ad avvolgere terribili fatti avvenuti durante la seconda guerra mondiale. Oggi sono tanti i turisti che visitano la costa adriatica jugoslava. Vanno dappertutto, ma soprattutto lungo il litorale, pieno di insenature ed isole.

Essi devono sapere e noi tutti non dobbiamo mai dimenticare che quei luoghi non sono solo d'interesse turistico, ma furono anche il teatro in cui si intrecciarono diverse vicende che durante gli anni dell'Olocausto, riuscì ad avere un lieto fine grazie alle azioni di valorosi militari italiani che misero in salvo migliaia di persone, perseguitate dall'odio razziale ed antisemita.

“Il nemico buono”

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