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Quei generali che non tornarono più

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Monselice, 9 marzo 2021. - di Adalberto de' Bartolomeis

L'odissea degli Internati Militari Italiani presenta aspetti di recrudescenze che i tedeschi inflissero, in particolare, a molti ufficiali generali, considerati "traditori badogliani" verso la Germania.

Li ritennero responsabili, nelle loro varie azioni di comando, ancora prima di essere trasferiti nei vari campi di concentramento - Stammlager, disseminati, sia in territorio tedesco e sia nelle zone di occupazione del Terzo Reich, non appena avvenuta la cattura dopo l'8 settembre 1943. Li ritennero dei vili, dei codardi nei confronti dei loro precedenti colleghi delle forze armate germaniche. E qui che cominciò una dolorosa pagina della nostra storia, drammatica quanto ancora sconosciuta ai più.

Una storia affossata perché rimossa anche dagli stessi superstiti che, ritornati in Italia, preferirono chiudersi nel silenzio, anche perché, sin da subito, l'accoglienza, dopo due anni di prigionia, non fu nemmeno delle migliori. Le uccisioni di diversi ufficiali generali ricadono in una storia "opaca", perché, appunto, poco conosciuta, nonostante, a modo loro, furono di esempio verso altri ufficiali, sottufficiali e soldati italiani, internati, per avere raggiunto, con il loro ultimo atto di estremo sacrificio, il martirio resistenziale.

Hitler e i suoi collaboratori considerarono infidi tutti ed in particolare, per gli effettivi, i quadri e più avevano un grado elevato più erano esposti ad angherie di ogni tipo, perché la maggior parte di loro seppe dire NO, ovvero, si rifiutarono di collaborare con proposte di arruolamento nella RSI. Erano i "non optanti" e con il loro fermo atteggiamento di non aderire ad un'alleanza posticcia, per non sentirsi pure traditori due volte, non cedettero a svariati artifici che i tedeschi escogitavano per piegarli ad una volontà che non era la loro. La percezione che, in particolare, ebbero, soprattutto gli alti gradi di ufficiali italiani, sopraggiunto l'8 settembre, fu di totale resa da parte di uno Stato che aveva fallito ai propri doveri.

Francesco Giangreco, comandante della fanteria divisionale della Divisione di Zara si rifiutò sin da subito di collaborare. Venne trasferito in tre campi di concentramento, da Knin, a Wietzendorf, fino a Schocken. Dopo un anno di prigionia, il 29 settembre 1944 il Giangreco, insieme ad altri due generali, uno di brigata, Paolo Grimaldi ed un altro di divisione, Guglielmo Spicacci, vennero processati dalla Gestapo per "avere agito contro gli interessi del Reich".

Furono mandati nel lager di Flossemburg, un campo di punizione. Indossarono delle divise con la sigla KL (konzentation lager), dove insieme a tanti furono costretti a lavorare dalle dieci alle undici ore in condizioni estreme. Spesso venivano picchiati e sopravvissero in un regime alimentare che li ridusse a pelle ed ossa. Riuscirono a salvarsi, mentre altri venivano impiccati o finirono nei forni crematori. Su sei generali, in questo campo, ne morirono tre: Guerrino Barbò di setticemia, conseguenza di una pleurite contratta in servizio; Costantino Salvi e Vittorio Murer, di stenti e di percosse.

In seguito allo sfondamento della Vistola per l'avanzata dell'Armata Rossa, nel gennaio 1945 i tedeschi si apprestarono a sgomberare il campo di Schocken. Per diversi generali fu proprio l'inizio della loro tragedia. Malgrado essi avessero chiesto di essere lasciati nei lager i tedeschi li minacciarono se non fossero partiti, di farli fucilare dalle SS. Così il 21 gennaio una colonna di 137 generali, ammiragli ed altri ufficiali e circa 150 sottufficiali e soldati, 93 ufficiali americani, alle tre di mattina partirono a piedi per dirigersi verso Shelkov, territorio polacco.

Fu una marcia infinita: 127 chilometri. Dormivano alla meglio in fienili o in stalle, ma i primi 27 furono soppressi perché a causa delle temperature troppo basse si stavano assiderando. Non riuscirono più a camminare. 9 di loro trovarono rifugio in una baracca perché intendevano attendere i russi. Vennero sorpresi da un reparto tedesco e falciati a colpi di fucile mitragliatore. Il racconto da cui lo traggo dal libro "Una Guerra A Parte" di E. Aga Rossi e M.T. Giusti - edizione "Il Mulino"-2011 è raccapricciante: le SS irruppero nella baracca urlando e costringendo i 9 generali, semi vestiti, ad uscire immediatamente.

Carlo Spatocco, che aveva un piede gonfio per il gelo, uscì con una scarpa sola. I generali vennero fatti incolonnare ed al momento di iniziare a marciare furono uccisi di colpo. Poi, ad uno ad uno infersero un colpo alla nuca. Morirono Emanuele Balbo Bertone, Alberto Trionfi, Alessandro Vaccaneo, scivolato sul ghiaccio per raccogliere la sua valigia. Fu centrato in pieno petto.

Poi toccò a Giuseppe Andreoli che faticava a proseguire, ucciso alle spalle. Per ultimo fu ucciso il generale Ugo Ferrero che si era fermato perché stremato. Se la cavò invece il generale Eugenio Peirolo che parlava tedesco e che con tono deciso, rivolgendosi ad un maggiore che li scortava disse che non fosse ammissibile di non essere trattati come prigionieri di guerra, ma solo come bestie.

Era il 22 febbraio 1945 e la marcia continuò finché dopo essersi uniti ad una colonna di prigionieri polacchi arrivarono allo Stammlager II A di Luckenwalde. Furono liberati dai sovietici alla fine di aprile. Purtroppo la "beffa" di questa marcia verso la morte si consumò pure con una pattuglia russa che sorprese altri tre generali "fuggitivi". Mentre stavano per raggiungere in colonna con il tedesco che di lì a poco li avrebbe abbandonati, Alberto Briganti, comandante dell'Areonautica dell'Egeo a Rodi, Francesco Arena, comandante della Divisione Forlì e Carlo Unia furono sorpresi dai sovietici e di loro si seppe solo che Arena fu ucciso subito, mentre gli altri due, feriti furono catturati, ma poi non si seppe più nulla.

Fonti tedesche invece riportarono avvenimenti che le soppressioni avvenivano per molti di loro, anche per aver "violato il divieto di saccheggio". L'esempio drammatico fu a Kassel, il 31 marzo 1945 dove vennero fucilati ben 78 ufficiali italiani che avevano forzato un vagone merci carico di generi alimentari. Sempre secondo i dati tedeschi, negli ultimi mesi di guerra la rabbia delle SS e della Gestapo si scatenò, indistintamente, su qualsiasi militare italiano, per puro odio, poiché volevano far pagare a loro il prezzo della sconfitta.

Furono uccisi 500-600 Imi, di cui 380 solo nelle ultime due settimane di guerra. Complessivamente la cifra degli italiani trucidati, uccisi e deceduti durante le operazioni di disarmo, nel corso dei trasporti dopo la cattura sui vari fronti, compresi i trasferimenti tra i vari lager ammonta, secondo Il Ministero della Difesa-Onoranze Caduti in Guerra, a 42.257 unità, ma altre fonti portano il numero dei deceduti a circa 50.000. ( Fonte archivio storico dello Stato Maggiore Italiano). Nel novero di questo numero di morti ci sono circa 10 mila lavoratori civili, i malati rimpatriati e i deceduti dopo pochi mesi dal rientro in Italia. In tutto ritornarono in Italia un milione e mezzo di ex combattenti, il cui evento tragico ed al contempo epico, fu come la discesa dell'anima nell'oltretomba, una "catabasi" di ex prigionieri, ciascuno con la propria esperienza, la propria storia di un vissuto tenebroso, molto difficile da raccontare.

(nella foto Internati militari italiani prigionieri dei tedeschi)

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