Le Prefoibe

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Monselice, 24 marzo 2021. - di Adalberto de' Bartolomeis

Cominciarono da lì, da una città distrutta dai bombardamenti anglo-americani, anche se non fu militarmente un sito sensibile; dopodiché crivellata di colpi di mitragliatrici da parte dell'esercito di liberazione della Jugoslavia: si chiama Zara.

La concentrazione di molti civili italiani in questa località, sulle isole dalmate, ma soprattutto tra Fiume e l'Istria, insieme a croati e molti altri, di origini albanesi o serbo-bosniache, i quali per l'intero secondo conflitto mondiale tentarono di condurre una vita pacifica, non optando per nessuna ideologia, o che fosse collaborazionista con i nazi-fascisti o che fosse comunista, pagarono un prezzo altissimo, con ben due eserciti di occupazione.

Prima con i tedeschi e poi con gli slavi. C'è un conto in sospeso con la Storia, ma soprattutto con la verità su quanti morti ci furono, solo perché su tanta gente inerme il bieco destino riservò su di loro un odio immane che andò a sommarsi con altri olocausti di etnie spazzate via per lo spietato fanatismo dei regimi totalitari. I nazisti fecero la loro parte, deportando ed uccidendo anche loro sul posto, da occupanti, ma poi, sempre un segno del destino lasciò che la sorte passò ad altri occupanti: gli slavi del generalissimo Josip Broz, detto Tito.

L'esercito di liberazione della Jugoslavia, definito regolare dagli alleati perché apparteneva, per ideologia, al blocco filo-sovietico comunista, doveva fare nascere un nuovo Stato, retto dal maresciallo Tito, il quale usò metodi molto lontani da essere concepiti democratici per tenere unite varie etnie in un complesso territorio di popolazioni che erano fortemente divisive ancora ai tempi in cui le stesse erano dominate dall'Austria.

Nell'epilogo della guerra un nuovo ordine si sarebbe sostituito ad un pacifismo culturale che durava da oltre cinquecento anni, sin dai tempi della Serenissima Repubblica di Venezia. Sarebbe stato il nuovo assetto di uno Stato comunista della costituita Jugoslavia.

Schierati come vincitori, insieme alle forze politiche-militari alleate, ebbero "carta bianca" su tutto e su chiunque, come Nazione indipendente, nonostante i vari Trattati diplomatici, dopo la guerra, stabilirono rapporti di reciprocità nella cooperazione politica ed economica. Fu l'occhio dell'Occidente che finse di non capire e di non vedere fino a quanto si spinsero i comunisti slavi. Iniziò in piena guerra, dal 1944 e si protrasse, credo, fino alla morte di Tito che un'antologia di angherie, soprusi, cattiverie venne tramandata di generazione in generazione per tutto ciò che dovesse rappresentare per prima l'anti-italianismo e poi per chi, non allineato con un'ideologia da regime, che politicamente si presentava come repubblica federale socialista e successivamente presidenziale, altro non avrebbe potuto definirsi che un'estensione della cortina di ferro, ovvero, di quella che divenne guerra fredda.

Ciò che determinò in particolare l'anti-italianismo fu il considerare i dalmati italiani, gli istriani e veneti-giuliani, fascisti con l'intera popolazione italiana o comunque conniventi. La follia di questa convinzione trovò complicità da parte dello stesso partito comunista italiano il cui segretario nazionale era Palmiro Togliatti.

Dalla giubba con la bustina come copricapo, contrassegnata dalla stella rossa con il simbolo di una falce e martello dell'esercito di Tito, ai partigiani slavi ed italiani, comunisti, il vessillo di giubilo e di vittoria era la rivincita rivoluzionaria e perciò tutti gli italiani che vivevano da molto tempo, da Gorizia lungo tutta la sponda orientale dell'Adriatico dovevano optare per essere slavizzati oppure dovevano andarsene.

Purtroppo prima di diventare esuli perché non vollero accettare una scelta che per loro sarebbe stata obbligata furono tolti di mezzo rapidamente con azioni di pulizia etnica. Venivano prelevati nelle loro case e sparirono per sempre. Il peggio fu che venne perpetrata in loro una giustizia sommaria, inventando processi farsa e tra imprigionamenti, torture, sevizie, che durarono ben oltre il secondo conflitto mondiale, dal 1944 fino addirittura al 1950, conobbero prima le foibe del mare e poi quelle carsiche.

Li ammucchiarono su barche ed incuranti della luce del giorno, benché di notte questi eccidi di massa erano costanti, venivano legati con del filo di ferro e su ciascuno ponevano al collo massi di pietre per farli poi affondare rapidamente nel fondo del mare, al largo, o sparandogli come capitava: alla nuca, oppure mitragliando la barca stessa perché colasse a picco con tutto il carico umano. Altri, invece, venivano gettati in acqua e così affogarono perché uno tirava sotto gli altri in quanto legati ed i carnefici se ne tornarono con le barche vuote a riva, ma non mancavano di essere osservati di nascosto tra gli scuri delle finestre socchiusi, da parte di chi, poi, testimoniò anche come profugo.

(nella foto del 31 ottobre 1944: ultimo dei 54 bombardamenti che distrussero Zara)

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