Il P.C.I. complice di Tito

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Togliatti TitoMonselice, 3 aprile 2021. - di Adalberto de' Bartolomeis

Pochi sanno che nel 1941, quando il Primo Ministro inglese Winston Churchill incontrò a Casablanca il dittatore sovietico Josip Stalin, questi due statisti si divisero disinvoltamente l'Italia in cinque zone d'influenza, con un accordo informale secondo cui i comunisti slavi avrebbero dovuto giungere, addirittura, fino a Milano. C'è anche da dire che il governo di Sua Maestà britannica aveva avanzato la promessa di concedere alla Jugoslavia medesima, a guerra conclusa, addirittura, gran parte dell'Italia nord-orientale, almeno fino al Tagliamento.

Alla luce di questi precedenti, era scontato che sorgessero notevoli suggestioni da parte degli slavi ed in particolare nelle ambizioni di Tito, riconosciuto dagli stessi Alleati e dal PCI di "Ercoli", soprannome che aveva Palmiro Togliatti, molto avido di prestigio a buon mercato, e quindi, di spropositate espansioni territoriali.

Difatti, ad avvalorare questa tesi, non è pensabile di potere ancora sottacere al negazionismo storico! I comunisti italiani, febbricitanti e ferventi di volere il più rapidamente possibile approfittare, mettendo fuori la testa, molto malamente e ci aggiungerei pure, vergognosamente, sapendo che il fascismo di Roma e quindi che un regime era in dissoluzione, per "svendere" buona parte dei territori italiani al suo vicino compagno filo sovietico, lo slavo Josep Broz, detto Tito, da satrapo quale risultava essere, fu molto appoggiato, concretamente, in questa direzione dal PCI italiano, che arrivò persino a finanziarlo in piena guerra, perché i quattrini, tanti, arrivarono, in un primo momento, dallo stesso Stalin, a cui Togliatti, con petulante insistenza, si era rivolto, perché ricevesse piena "solidarietà nella causa".

È agghiacciante ma fu una scandalosa verità: c'erano italiani che, ad onta della loro stessa nazionalità, nutrivano sentimenti, smaccatamente, filo-sovietici e pertanto di stretta osservanza cominformista, soprattutto in politica estera, anche se in palese contrasto con tutt'altri diritti ed interessi dell'Italia.

Per avvalorare, purtroppo, questi sentimenti ideologici il PCI diffuse a Trieste un famoso volantino che invitava la popolazione a favorire l'attività dei titini. Era riportato quanto segue: "che si apprestano, attraverso la Slovenia comunista, a liberare questo nostro Friuli, che è legato indissolubilmente alla Slovenia stessa da secoli". Da ciò derivava, secondo gli scopi del partito di Palmiro Togliatti ciò che è documentato perché si trovava nello stesso volantino: "il diritto dei nostri fratelli sloveni a raggiungere il sacro confine del Tagliamento". Un diritto, concludeva il testo, "pienamente giustificato da ragioni storiche, geografiche ed etniche".

Quel volantino rispecchiava pienamente la volontà dei vertici del PCI: infatti, il 7 febbraio 1945, giorno della strage di Porzus (dove i partigiani comunisti massacrarono i vertici della Brigata "Osoppo", cioè cattolici, liberali e socialisti, colpevoli di non condividere le rivendicazioni territoriali slave, Togliatti inviò una lettera al Presidente del Consiglio del Regno del Sud, Ivanoe Bonomi, in cui minacciava di "scatenare una guerra civile" se il CLNAI avesse ordinato ai partigiani italiani di prendere sotto controllo la Venezia Giulia al fine di evitare l'occupazione jugoslava e la conseguente annessione.

Quanto non bastasse è opportuno ricordare che rientrava in questo diabolico piano la figura di un partigiano comunista "garibaldino", un certo Vincenzo Bianchi, dal nome clandestino "Vittorio", rappresentante del PCI, accreditato presso il IX Corpus delle bande titine che, da poco tornato da un viaggio a Mosca con Togliatti, ricevette una lettera da Edvard Kardelj, ideologo e braccio destro di Tito, il quale, in seguito divenne Ministro degli Esteri del nuovo Stato della Yugoslavia. Quest'uomo aveva l'ordine perentorio di liquidare le formazioni partigiane che in Friuli avessero rifiutato di porsi agli ordini del IX Corpus medesimo. Inoltre, ribadiva che queste milizie avevano avuto ordini ben precisi di occupare non solo l'Istria e Trieste, ma anche Gorizia e tutta quella parte del Friuli di cui fossero riuscite ad impadronirsi prima dell'arrivo delle truppe anglo-americane.

La sporca faccenda si concretò nella famosa tragedia di Porzus dove, come tutti sanno, i partigiani comunisti massacrarono quelli "bianchi" ed il seguito degli scontri tra gli stessi connazionali italiani, "partigiani" e slavi si estese, nella battaglia di Tarnova, dove furono diversi reparti militari della R.S.I. che vennero massacrati, sempre dal IX Corpus, in cui erano, difatti, inquadrati anche partigiani italiani, passati al servizio di Tito. Furono i cosiddetti "garibaldini", che peraltro non riuscirono a conquistare Gorizia. La città isontina restò italiana.

C'è sempre da ricordare che il 14 ottobre 1944, Togliatti, dopo un incontro con Kardelj, aveva confermato le direttive diramate dal PCI ai giuliani, aggiungendo l'esplicita raccomandazione ai comunisti locali di collaborare "in tutti i modi" con gli slavi colpendo "senza pietà" tutti coloro che si fossero opposti all'invasione titoista.

E va annotato, ancora, che i comunisti italiani, a Trieste e nelle altre zone controllate dagli slavi, obbedendo ciecamente agli ordini del partito comunista slavo collaborarono attivamente alla cattura degli italiani, guidando i partigiani titini, che non erano a conoscenza dell'ambiente e dei suoi abitanti, fino alle case di tutti coloro che erano rimasti, invece, fedeli ad una Patria che non c'era più. Cosa fecero? Spinsero i loro stessi connazionali prima a "Villa Trieste " ed alla "Risiera di San Sabba", a Trieste e in molti altri luoghi di tortura, dove gli aguzzini li sottoponevano alle più atroci sevizie per poi farli sparire nelle Foibe, nelle fosse comuni, od in mare con una pietra al collo, senza dire di coloro che venivano avviati, con estenuanti marce forzate, nei campi di prigionia, o meglio di sterminio, della Jugoslavia, dove morirono lentamente, tra enormi strazi, di fame, di stenti, di freddo e di malattie, ma anche per le più orrende torture che mai mente barbara abbia potuto immaginare.

Fino al 1956 ed oltre ( pare che l'ultima data certa dove restavano solo segregati molti italiani arriva fino al 1962) durò la lenta consunzione di migliaia di italiani con la " strategia" dell'annientamento fisico: una "tecnica" che non era certo dissimile dai Lager o dai Gulag sovietici.

Corresponsabili di tanto orrore furono parecchi italiani subornati dalla propaganda comunista ed organizzati dal PCI o dalle bande partigiane, impropriamente chiamate "garibaldine". Né ci si può meravigliare, oggi, di scoprire tante nefandezze in precedenza nascoste, qualora si pensi che uguale crudeltà manifestarono i partigiani comunisti italiani, dopo la resa della Repubblica Sociale Italiana, le cui forze avevano avuto garanzie di civile trattamento dai Comitati di Liberazione Nazionale, spesso disattese.

Infatti, stupri, massacri, torture e barbare uccisioni avvennero anche nelle altre zone italiane. Molti fascisti, o presunti tali, furono seviziati ed eliminati in modo atroce e persino alcuni sacerdoti vennero evirati e dopo un'orrenda morte "in odium fidei", esposti al pubblico ludibrio della popolazione comunista.

Nell'Italia "liberata" poteva accadere ed accadde che le donne venissero violentate in presenza dei mariti e dei figli e poi sepolte vive nei pressi di un cimitero. In Jugoslavia, invece, dopo le violenze ed ogni sorta di angherie, venivano gettate nelle Foibe, con i volti sfigurati perché non si potessero più riconoscere. Fu frequente questa prassi di devastare il volto delle vittime, proprio perché sarebbe stato impossibile un qualsiasi riconoscimento, esumando le salme. Era terrore puro: non solo per le uccisioni, ma nello stesso tempo, per la scomparsa totale di centinaia di migliaia di persone, compresi bambini. Non esisteva nessuna forma di "pietas".

Ne scaturivano, naturalmente, anche l'ansia e la disperazione dei familiari che vagarono per anni alla ricerca dei loro cari, trovando sempre un muro invalicabile di omertà ed un ostinato e sbigottito silenzio, che ancora perdura nei pochi sopravvissuti che sanno e non osano parlare.

A Fiume, in Dalmazia, in Istria, gli italiani, perseguitati e terrorizzati dai partigiani con la stella rossa furono costretti all'esilio. Si calcola che a dover lasciare la propria terra siano stati più di 350 mila. Almeno un quarto dei profughi, assieme a parecchi connazionali delle varie regioni, stante la difficoltà di trovare alloggio e lavoro, non ebbero altra scelta se non quella di emigrare, soprattutto oltremare.

Fu una sorta di terrore istituzionalizzato, imposto dai partigiani titini e dai loro corifei italiani, a conferma di una sola impostazione strategica, riveniente dai vertici internazionali dell'organizzazione comunista.
Gli storici ufficiali, chissà perché, salvo qualcuno, non ufficiale, ma solo appassionato, come fu Marco Pirina, hanno preferito sorvolare su queste esplosioni di cieca ed inumana crudeltà e sul sadismo di tanti torturatori in preda all'ossessione di enfatizzare le sofferenze delle proprie vittime. Sembra incredibile ma ancora a tutt'oggi di queste sofferenze non si riesce, ad avere nemmeno una pur pallida idea: solo percezione e tardiva consapevolezza. Ecco perché la storia documentata o riportata ancora da mesti, sparuti, testimoni, dovrebbe essere ricordata ,sempre, con obiettività e non imbrigliata da impacci ideologici o da strani veti paralizzanti, senza esclusioni e senza paura. Pochi potrebbero sapere, per esempio, che quando l'esercito di Tito entrò a Trieste il 1 maggio 1945, in località Maresego, in Istria, ci fu un vero e proprio campo di sterminio slavo. I prigionieri italiani, militari la più parte, ma anche civili, venivano seppelliti vivi fino al collo ed abbandonati ad una lenta agonia. Non ci fu nessun superstite lì, ma anche altri campi non erano da meno e le atroci torture si sprecarono all'infinito. Nel novembre 1945 il Presidente del Consiglio dei Ministri Ferruccio Parri si rivolse al Maresciallo Tito per ottenere la liberazione dei prigionieri italiani, accompagnando la richiesta con una precisa documentazione.

Mentre la Croce Rossa jugoslava aveva fatto sapere che i deportati italiani erano considerati internati politici e quindi non soggetti alla convenzione di Ginevra Tito rispose con disprezzo cinico che in Jugoslavia si trovavano "soltanto prigionieri di guerra e che i morti non si possono restituire".

Resta il fatto che è la Storia che lo giudica, quella che tanti sapevano, tra Alleati e governi italiani che preferirono voltare la faccia da un'altra parte, per cui conniventi con un criminale distratto, il quale, pomposamente e paradossalmente si arrogò del titolo di "liberatore".

(nella foto Palmiro Togliatti e il Maresciallo Tito)

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