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Come si arrivò alla "guerra dei forti"

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Monselice, 13 maggio 2021. - di Adalberto de' Bartolomeis

La situazione militare nel triveneto, dalla seconda metà dell'ottocento all'inizio della prima guerra mondiale fu davvero molto "fluida", sia per problemi derivanti dalla situazione politica e sia sotto il punto di vista della pura strategia militare.

Nel Veneto e nel Friuli, dalle campagne napoleoniche alla primo conflitto mondiale, i "padroni" cambiarono diverse volte e si alternarono, sostanzialmente, con uno, in particolare: si parte dal 1796, data che segna l'inizio delle campagne francesi fino ad arrivare alla caduta della Repubblica "Serenissima". Dal 1798 al 1805 si ebbe la prima dominazione austriaca, per poi arrivare tra il 1800 e 1814 alla dominazione napoleonica.

Dal 1814 al 1848 si ritornò alla seconda dominazione austriaca che registrò con il 1848 la prima guerra d'indipendenza. Poi il Veneto avrà tra il 1848 e 1849 un governo provvisorio che prese il nome di "Repubblica di San Marco", di Daniele Manin, detta anche "Repubblica Manin", per poi ritornare, di nuovo, tra il 1849 e il 1866 alla terza dominazione austriaca. Nel 1859, con la seconda guerra d'indipendenza si giunse all'annessione della Lombardia al Piemonte. Il 1860 vedrà la spedizione dei Mille di Garibaldi e il 1866 la terza guerra d'indipendenza. Il Veneto, sui confini della "Serenissima", fino al fiume Isonzo passó all'Italia, sempre nel 1866, con uno "escamotage" davvero storico: terminata la terza guerra d'indipendenza piuttosto "malino" per il Regno d'Italia il territorio veneto fu consegnato prima a Napoleone III mediante il trattato di Pace, firmato a Vienna il 3 ottobre 1866.

L'Austria accettó questo trattato con la mediazione del sopra menzionato primo presidente della repubblica francese, nonché imperatore di Francia, per cui il cui passaggio dei territori finì nelle mani di Vittorio Emanuele II di Savoia ad una condizione: dovette essere indetto un apposito referendum a suffragio universale maschile, chiamato anche plebiscito "truffa" perché l'annessione venisse sancita al Regno d'Italia.

Da quella data si arrivò al 24 maggio 1915 dove l'Italia entrò in guerra contro l'Impero Austro-Ungarico sparando il primo colpo di cannone dal forte Verena, sull'altipiano di Asiago. La linea di confine, su pressione delle mutate alleanze internazionali ( la Duplice Intesa), unite al continuo mutamento di strategie militari e conseguenti opere di difesa, così come le opere doganali, sottostarono più volte a continui cambiamenti, i cui effetti ricaddero ad un notevolissimo impegno economico e grande sforzo umano. Facciamo un passo indietro: l'esercito sabaudo, ancor prima di diventare unitario doveva tenere conto di due fattori storici: il concetto di difesa fortificata e le manovre ad avancarica a "quadrato" ed a "cuneo", tattica di guerre risorgimentali che, di fatto, si richiamavano a dottrine militari vecchissime.

Si andava dalle ultime opere difensive approntate dalla "Serenissima", tutte obsolete perché rappresentavano l'invasione napoleonica al sistema difensivo del dominante austriaco che, oltre a rafforzare gli impianti militari in laguna, si preoccupava soprattutto di attrezzare la città di Verona come nucleo della piazzaforte del 'quadrilatero' (Verona, Peschiera del Garda, Mantova e Legnago) contro le mire unitarie dell'Italia da parte dei Savoia.

Perduta, difatti, la Lombardia e, dopo le battaglie del 1866, avendo ceduto il Veneto ed una parte del Friuli gli Asburgici si concentrarono sulla difesa di Trento, nucleo saliente di quel Tirolo meridionale che s'incuneava fortemente nel nord-est di quell'allora appena nata Italia. La difesa di Trento pose diversi problemi dovuti alla posizione geografica, nella quale convergevano diverse possibili vie (valli) di penetrazione. Gli strateghi imperiali avevano ben presenti le negative esperienze venute in luce già con le campagne napoleoniche che facilmente dilagarono attraverso la Valsugana ed anche le successive scorribande delle 'truppe franche' (garibaldine) al servizio dei Savoia durante le guerre d'Indipendenza.
Trento venne, allora, trasformata in una piazzaforte praticamente imprendibile e non ebbe nemmeno ruoli attivi in battaglia durante la prima guerra mondiale.

I motivi di preoccupazione dei comandanti militari italiani in una possibile continuità di una guerra con uno straniero confinante scaturivano da una comprensibile diffidenza, per rapporti diplomatici non facili e, diciamo, non propriamente "lineari" tra due Stati che si erano combattuti per decenni nel corso dell' 800. Pertanto l'impero asburgico si era ampiamente dimostrato di essere uno "zoccolo duro" con il piccolo Regno Sabaudo, ancor prima dello scoppio della prima guerra d'indipendenza, al punto che, con la sopraggiunta pace stipulata nel 1866, non c'era sicurezza negli stessi rapporti bilaterali con l'Austria. Fu così che si rese indispensabile e necessario perseguire a dei progressi tecnici sugli armamenti e sulla modifica delle tattiche di battaglia, in un periodo che durò poco meno di una cinquantina d'anni.

Si passò, infatti, da concezioni che si potrebbero definire "quasi medioevali" di una guerra, in cui le tattiche di battaglia facevano perno sulla cavalleria armata, con fucili ad avancarica e qualche raro cannone da campagna a tiro diretto, alla necessità di protezione da proiettili di mastodontici obici da 420 che furono messi in campo per l'intero periodo della prima guerra mondiale, fino a giungere agli scavi nella roccia di fortilizi, fatti totalmente, in galleria.

Superati i concetti di forti dall'impronta, appunto, medioevale, che fu in auge per tutta la prima metà dell'ottocento, efficacemente utilizzati, quali tagliate stradali, per esempio, si pensó di rimediare al debole sbarramento di difesa che costituiva la facile penetrazione dei corpi 'franchi' Piemontesi e Lombardi. Pertanto si pensò di costruire tra il 1870 e 1900 nuove fortezze difensive per calibrare nuove artiglierie con cupole girevoli corazzate, strutturate in cemento armato. Dovevano essere adattate, ma soprattutto calibrate all'enorme peso di cannoni ed obici, da posizionarsi su queste cupole corazzate. Infine, durante tutto il primo conflitto mondiale si ripiegò su un'infinità di gallerie scavate sulla viva roccia, a scopo di riparo.

Fu in questo modo che l'ancor giovane Regno d'Italia, con confini completamente nuovi, cominció a preoccuparsi, seriamente, di difendere le frontiere, solamente a fine '800.
In parte riuscì a "riconvertire"le vecchie strutture del nemico (in Val d'Adige per esempio), ma più frequentemente si trovó a dover procedere all'edificazione di nuove fortezze, che presero corpo principalmente ad inizio secolo su progetti abbastanza moderni che però allora furono concepiti attuali, ma costruiti tutti 'in economia', date le carenze finanziarie di cui soffriva lo Stato.

Le fortezze, a differenza di quelle austriache, erano fatte soltanto in calcestruzzo e non erano di buona qualità, perché non avevano le armature di ferro.

Tuttavia, come detto, con il primo conflitto mondiale tutto diventó comunque superato a causa dei mastodontici pezzi d'artiglieria messi in campo e, soprattutto perché le nuove tattiche di battaglia subirono l'obbligo di adeguare i nuovi armamenti alle tecnologie chimiche che portarono ad un cambiamento totalmente radicale nelle strategie di guerra.
Fecero la loro comparsa sul campo di battaglia i mezzi motorizzati, i carri armati, gli aereoplani, i sommergibili, le mitragliatrici, i gas asfissianti, le trasmissioni telegrafiche.
Per l'Italia, entrata in guerra con baldanza, ma armata con fucili ancora ad avancarica e soprattutto guidata da comandanti immersi nell'accademismo ottocentesco, con forte retaggio di richiamo a metodiche medioevali, la batosta e le perdite umane furono perciò tremende. Il riscatto inizió solamente dopo la sconfitta di Caporetto.

Di tutto l'imponente, e costosissimo, apparato fortificatorio posizionato sul campo tra lo Stelvio, il Trentino, le Dolomiti e le Prealpi Friulane, solamente il settore degli Altipiani di Folgaria, Lavarone ed Asiago ebbe il suo momento di gloria. L'intero primo conflitto mondiale italiano venne chiamato anche "guerra dei forti", perché fino alla battaglia di Caporetto tutte le precedenti s'incentratono in difensiva, mentre molto scarsa fu l'offensiva. Ecco perché in poche settimane, dallo scoppio del conflitto, molte di queste azioni belliche si conclusero tristemente e miseramente, a causa di spaventosi bombardamenti di grossi calibri austriaci che andarono letteralmente a spazzare via tutti i forti interessati che, erroneamente, venivano ritenuti strategici, ma furono demoliti.

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