C'era una volta la naja, anche in tempo di pace

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Monselice, 27 giugno 2021. - di Adalberto de' Bartolomeis

Non era precisamente una vacanza, ma non era neppure l'inferno. Per un giovane di 18-20 anni era un'esperienza, un modo per mettere alla prova le doti umane, la capacità di convivere con gli altri, ricchi e poveri, colti e no, cittadini e campagnoli, "nordisti" e "sudisti", montanari e marittimi, tutti insieme.

Per qualcuno era anche staccarsi dalle gonne di mamma e velocizzare per diventare uomo, senza eccessivi traumi. Imparava solo che la vita non era, anche la fortunata e bella comodità, ma che qualche sacrificio toccava a tutti.

La naja insegnava che non sempre si può fare quello che si vuole e che la propria libertà finiva dove cominciava quella del vicino di branda, per esempio. In un percorso di tempo che va dal 1861 fino al 31 dicembre 2004, per ben 143 anni, giovani di vent'anni sapevano gestire armi, equipaggiamenti, materiali. C'erano ragazzi che guidavano carri armati, autoblindo, camion, pulman, jeep varie, AR 75 -79, facevano i serventi ai cannoni delle artiglierie, erano escavatori, guidavano autocisterne, persino i Tir, spesso in situazioni climatiche proibitive e su itinerari impossibili.

C'erano ragazzi che si lanciavano dagli aerei o dagli elicotteri pesanti da trasporto, a doppia elica; si trovavano a difendere i confini, presso le ultime caserme o polveriere, dove di fronte finiva l'Italia. Presidiavano seggi elettorali, soccorrevano le popolazioni per le tante pubbliche calamità naturali che hanno devastato molti territori. Erano addestrati, andavano ai poligoni di tiro, partecipavano attivamente alle esercitazioni, trasferendosi dal Nord al Sud d'Italia, per finire, spesso, in Sardegna, a Decimomannu - Capo Teulada. Preparavano da mangiare, governavano animali, compilavano ed aggiornavano registri, gestivano furerie, usavano gli apparati radio e tenevano con cura i collegamenti.

Lanciavano bombe durante gli assalti, mentre a pochi metri sbalzavano i loro commilitoni ed ognuno era responsabile della vita dell'altro. Grazie al loro sostegno tutta l'operatività e la logistica delle Forze Armate esisteva e funzionava, anche con loro, molto bene.

Poi, un giorno tutto finiva, perché terminava il loro servizio obbligatorio e ritornavano alla normalità della loro vita, sicuramente, più formati, più adulti e con esperienze in più, reintegrandosi da civile.

Ognuno proseguiva la propria esistenza ad operare in altro modo. Con questo scritto mi sento di ricordarli quei giovani ragazzi e rendere loro un omaggio per il modo come hanno servito questa Nazione, prima, in periodo unitario, ancora risorgimentale, durante i lunghi conflitti che divennero mondiali, per quasi una buona metà del '900 e dopo, in epoca repubblicana. Non basteranno mai gli aggettivi per rendere a loro il giusto merito.

Tanti hanno pagato con la vita e tanti portano i segni sul loro corpo di episodi tragici, fatalità o anche imprudenze. È impossibile dimenticarli, ma soprattutto non onorarli. Le nuove generazioni di giovani che hanno vent'anni potranno solo saperlo dai loro padri, forse, oppure leggere i libri di storia.

(nella foto: generazione di naja alpina)

C'era una volta la naja, anche in tempo di pace