Anche con le scritte si fa la storia

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Monselice, 3 luglio 2021. - di Adalberto de' Bartolomeis

Il tempo sbiadisce le scritte, ma ci sono ancora.Resistono. Alcune sono state riportate, altre sono state definitivamente perdute, ma incise in particolari momenti cruenti e fatali, dove unico, perché ultimo testamento, forse, non poteva che essere quello di lasciare a chi, dopo, potesse trovare solo il tempo di capire.

Mi riferisco alle ancora numerose epigrafi che compaiono sulle pietre, dentro gallerie, nei resti di trincee, o in alcune fortezze da difesa che, lette, sono appartenute a più di un paio di generazioni di giovani ragazzi, che in due distinti periodi del'900 erano soldati costretti, di colpo, ad inalare il Senso dell'Onore, per difendere la propria Dignità, al costo di un estremo sacrificio.

Lasciando, nel tempo, scolpite certe frasi, in quel momento, mentre solcavano la pietra per scriverle, l'hanno fatto perché probabilmente immolare la propria vita in quegli istanti era come dare l'ultimo saluto non solo a sé stessi, ma ai propri cari, ai propri genitori, alle fidanzate, alle mogli, ai figli. Nel corso di due conflitti mondiali le motivazioni a simili gesti era come consegnare al testimone la loro abnegazione, una tenacia incontrastabile che non era solo amore verso la propria terra, uno sperato ritorno alle proprie case, ma la volontà di volere sopravvivere, anche nella disperazione di non sapere dominare la paura.

La fede li spingeva ad essere, però, sorretta dall'orgoglio di qualificarsi in quei frangenti, di fronte a tutti, nemico, propri colleghi e superiori, dimostrando chi fosse un italiano in armi. Mi vengono in mente due memorabili scritte, scalfite nel giugno del 1918, nella cosiddetta Battaglia del Solstizio, il cui ricordo sono le foto scattate ed immolate, perché la memoria potesse sopravvivere con immagini di muri di caseggiati andati distrutti per sempre, nell'area trevisana, vicino al fiume Piave: "Tutti Eroi! O Tutti Accoppati! L'altra: "È Meglio Vivere Un Giorno Da Leone Che Cento Anni Da Pecora." 24 anni dopo lo stato d'animo del soldato italiano era lo stesso e si ripeté: il 1 luglio 1942, per mano di militari semplici, appartenuti al 7^ Bersaglieri, inquadrato nella Divisione Motorizzata "Trento", come avanguardia del XXI Corpo d'Armata ed operante in Africa Settentrionale, esiste tutt'ora una memorabile scritta, ancora là, scolpita su un cippo, poco distante dal Sacrario di El Alamein. È inciso: "Mancò La Fortuna Ma Non Il Valore" e si legge con freccia in direzione Alessandra d'Egitto km. 111 con il cerchietto contrassegnato dal numero 7^(imo) del Reggimento, due fucili incrociati, la tromba del trombettiere, con tratteggio del cappello di appartenenza alla specialità di Fanteria. La scritta "riposa" su una bianca targa marmorea, collocata su una pietra e fu scritta, all'epoca, in pieno deserto egiziano, quando ancora la strada per Alessandria ed il Cairo sembrava a portata di mano.

La linea del fronte si allungava, nel mezzo di centinaia di chilometri in pieno deserto, tra tracciati di piste, sabbia e sassi. Cominciarono a mancare i rifornimenti ed oltre ai mezzi di sostegno, nel giro di pochi mesi, venne a mancare tutto: dal cibo, all'acqua, finché i sodati finirono per lavarsi con la sabbia ed appunto razionare, fino agli esiti funesti di una battaglia epica, acqua e viveri.

Qui non ci fu nessuna fortuna, ma tanto valore dei nostri militari italiani. 14 giorni di aspro conflitto entrarono nella leggenda, perché venne riconosciuta da tutte le Nazioni che vi operarono in una battaglia che iniziò il 23 ottobre 1942 per concludersi il 5 novembre, in quanto venne scritta una delle pagine più eroiche di tutta la Seconda Guerra Mondiale. Oltre 30.000 furono le perdite, tra morti, feriti, dispersi e prigionieri, nelle truppe dell'Asse. La maggior parte erano però soldati italiani e, a quota 33 s.l.m. in una bassa collina sulla litoranea per Alessandria, da quello che fu immediatamente un cimitero italiano e tedesco, finite le ostilità, lo stesso fu ricomposto nel 1943 con i resti umani che trovarono.

Finita la guerra, per volontà del colonnello del genio, Conte Paolo Caccia Dominioni, fu costruito ciò che oggi è visitabile il Sacrario Militare Italiano, sulla strada litoranea, al 120^ chilometro che congiunge Alessandria d'Egitto con Marsa Matruh, a circa 14 km ad ovest da El Alamein. Poco distanti, a completare ciò che in tutto il mondo viene, forse, associata El Alamein alla battaglia, esistono gli altri Sacrari, quello tedesco e quello del Commonwealth. Quest'ultimo raccoglie le tombe dei soldati di tutti i paesi che hanno combattuto dal lato britannico, con monumenti che commemorano uomini che provenivano dall'Australia, Sud Africa, Grecia e Nuova Zelanda.

Anche con le scritte si fa la storia