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Anche l’ingiustizia rende celebri due avvenimenti storici

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Monselice, 29 luglio 2021. – di Adalberto de' Bartolomeis

Correva l'anno 1942, piena guerra e per l'Italia i fronti erano aperti, partendo dalla Nazione, in tutti e quattro punti cardinali. Per il regio esercito, come per la regia marina e la regia areonautica, la mobilitazione di uomini, mezzi e materiali raggiungeva più di 1/3 della popolazione italiana.

Questa storia riguarda due realtà di vicende belliche che hanno del leggendario per come si sono sviluppati due fatti d'arme. Si tratta di due reggimenti di Cavalleria del Regio Esercito. Questi due reggimenti, nella loro composizione in 5 comandi gruppo squadroni, oltre ai loro uomini, avevano un bel numero di cavalli perché, retaggio sabaudo-risorgimentale, ma di tradizione addirittura millenarie, tutte le operazioni militari, caratterizzate con gli scontri a fuoco con il nemico, anche durante la seconda guerra mondiale, si continuavano a fare ricorrendo alle cariche a cavallo, con azioni di penetrazione e sfondamento, oltre le linee del nemico, soprattutto se quest'ultimo tendeva agli agguati ed agli accerchiamenti.

Questa Arma dell'esercito portò comunque anche dopo il secondo conflitto mondiale la sua nobile ed antica tradizione in seno ai suoi reggimenti, mantenendo tutt'ora i cavalli, ma con la denominazione che mutò nel 1946 da Cavalleria montata a Cavalleria blindata, poiché tutti i reggimenti di questa Arma dell'Esercito, nell'immediato dopo guerra, divennero corazzati, sostituendo i cavalli con gli autoblindi. La Storia della seconda guerra mondiale italiana si concentra a ricordare come ultima carica di Cavalleria a cavallo, quella sul fronte russo, in località Isbuscenskij, il 24 agosto 1942, con il reggimento Savoia Cavalleria (3^) il cui comando era retto dal colonnello, conte, Alessandro Bettoni di Cazzago (BS).

Tale carica a cavallo, eroicamente fu vinta, ma al costo di numerose perdite di vite umane e cavalli. Fecero pure un film di propaganda di regime chiedendo agli stessi superstiti di rievocare le manovre della carica. I tedeschi, che in quel momento erano alleati, ammirati da tanto valore, non intervennero, ma assistettero a questa battaglia che, per quel periodo, era già da considerare da altri tempi, in quanto il mezzo "veloce" erano i veicoli corazzati Fiat o Ansaldo e, naturalmente, da parte di altri eserciti, carri armati molto evoluti, oltre alle varie fanterie appiedate e l'artiglieria semovente. L'usanza, che poi era una disposizione di reparto, era che al galoppo, ricorrendo all'atto di carica seguisse il grido di "Caricat" e la parola "Savoia", esattamente come nella prima guerra mondiale lo stesso grido di assalto fuori dalle trincee, da parte di tutti i soldati era "Savoia", mentre per i reparti a cavallo erano "Caricat e sempre Savoia". I tedeschi dissero: "queste cose noi non le sappiamo più fare": frase che divenne celebre perché per quanto elogiativa potesse sembrare, altrettanto, però, risultò molto allusiva, come dire "quanto ancora arretrati siete voi italiani!"

La carica di Insbuscenkij entrò nell'agiografia della narrativa storica al punto che furono diversi gli scrittori, nel dopoguerra e non ultimi, molto recenti, alcuni giovani, di ultima generazione che si sono cimentati nel pubblicare veri e propri componimenti letterari, tutti incentrati solo su questo fatto d'arme in Russia. La carica del Reggimento Savoia Cavalleria non fu l'ultima, come distrattamente si vuole far passare. Il 17 ottobre 1942, in Croazia, località Dolnij Poloj il primato epico che entra nella storia della vera ultima carica italiana è consegnata ai Cavalleggeri di Alessandria (14^) anche se per molti la data simbolo continua a restare il 24 agosto 1942.

Questo Reggimento non ebbe gli stessi onori che sarebbero dovuti spettare come riconoscimento di guerra con la stessa medaglia d'oro allo stendardo che ricevette il Savoia Cavalleria e purtroppo tali onori furono solo riconosciuti da semplici parole retoriche e lo stendardo di quello che fu un reggimento attende ancora il giusto riconoscimento, ma al Museo Vittoriano, a Roma, nella sala degli Stendardi, poiché sciolto come Squadrone Esplorante Cavalleggeri di Alessandria, il 1 luglio 1979, inquadrato nella Brigata Granatieri di Sardegna, con sede Roma. A differenza di Insbuscenskij dove ad attaccare i russi furono due squadroni a cavallo e tre a piedi, a Dolnji Poloj caricò l'intero reggimento, cioè cinque squadroni con lo Stendardo ed il suo colonnello comandante in testa, colonnello Antonio Ajmone Cat.

Esiste un singolare racconto di un reduce, scomparso a gennaio di quest'anno all'età di 101 anni, l'ex sottotenente dei Cavalleggeri di Alessandria, Raffaele Arcella, che fa molto riflettere su una discriminazione di un solo riconoscimento militare, conferito in pieno periodo di guerra da uno Stato che anche dopo la guerra trascurò l'importanza del valore di due identici eventi. Al reggimento Savoia Cavalleria venne conferito al suo stendardo la medaglia d'oro al valore militare, mentre al reggimento Cavalleggeri di Alessandria, sempre allo Stendardo non fu conferito nulla.

"È molto probabile", disse l'Arcella "che l'episodio in Croazia contro i titini, con tutta l'occupazione italiana che c'era nei Balcani, con annesse atrocità commesse da ambo le parti, unite alle opportunità politiche del dopoguerra, hanno fatto rimuovere questo capitolo della storia, ma a rendere un'incredibile ingiustizia di un totale, mancato riconoscimento c'è dell'altro". Difatti, all'indomani di questa ultima battaglia a cavallo da parte dei soldati italiani, c'era da parte degli alti comandi chi premeva per avere fretta di cancellare questo episodio. Il colonnello Antonio Ajmone Cat, a differenza del suo collega Alessandro Bettoni di Cazzago, non ebbe la personale iniziativa di volere attaccare, ma attese che dall'alto gli intimassero a farlo, così che con pressioni ricevute fu costretto.

Nella carica, anche questo reggimento ebbe numerose perdite, per quanto l'attaccato jugoslavo dovette ripiegare. Raffaele Arcella commentó dicendo: "se quell'ordine che arrivò dall'alto fosse stato pazzo, comunque la preparazione di cavalli e cavalieri trasformò quella che doveva essere un massacro nella più grande, completa, eroica, ultima carica della Cavalleria Italiana. L'impeto, la decisione e la rapidità dell'azione di "Alessandria" sconvolse i piani dell'avversario e fece in modo che le truppe che seguivano il reggimento non avessero grandi perdite". Ancora continua: "se le brigate di Tito avessero accerchiato due reggimenti della divisione "Lombardia" e l' 81^ battaglione Camice Nere, per gli italiani sarebbe stato un massacro ben più sanguinoso".

Il generale di corpo d'armata Mario Roatta, comandante della 2^ Armata in Slovenia e in Dalmazia, il giorno successivo all'evento disse: "al mio superiore vaglio gli ordini impartiti sono risultati illuminati. Che si cancelli ogni cosa dalle vostre memorie e rimanga quella che passerà alla storia con il nome di carica di Poloij." A quelle parole il comandante del reggimento esplose: "che dirò a tante madri? Che un ordine pazzo ha stroncato la vita di tante creature? "Roatta voltò di scatto le spalle al colonnello Cat ed al reggimento schierato, non disse nulla e se ne andò via.

Forse che quelle frasi pronunciate per rabbia da parte del colonnello gli valsero non solo l'immediata destituzione dal comando, ma addirittura allo stesso reggimento quasi una sorta di punizione morale perché immediatamente dallo stesso anno 1942 fino al suo scioglimento, avvenuto l'8 settembre 1943 fu declassato il comando al grado di tenente colonnello. Poi, ben 21 anni dopo, dal 1964, quando venne ricostituito, fino al 1979, fu retto solo da comandanti di grado capitano.

(nella foto il Savoi Cavalleria nella carica di Isbuscenskij)

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