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Eroi non si nasce ma si diventa

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Monselice, 21 agosto 2021. - di Adalberto de' Bartolomeis

Ecco quando l'indomita tenacia diventa pure invitta. Pietro Gramigna: nacque a Lugo di Romagna il 20 marzo 1912. Si spense a Bologna il 3 marzo 1987.

Nel tempo, quando decise "cosa fare da grande" non seppe ancora di divenire un fulgido esempio di grandi virtù militari. Posto in congedo assoluto in piena guerra coloniale, a causa di uno scontro a fuoco con i "ribelli" in Africa Orientale, A.O. nel 1936, aveva già prestato, precedentemente, il normale servizio obbligatorio di leva di ben 19 mesi, arruolato il 1 marzo 1933 nel 11^ Reggimento Genio Guastatori, dal quale fu collocato in congedo, con il grado di caporale, il 30 ottobre 1934.

Quando stette per scoppiare la guerra in Etiopia fu richiamato in servizio ed assegnato al 10^ Reggimento Genio, partendo per l'Eritrea il 29 settembre 1935.
Insignito della massima onorificenza militare a vivente, M.O.V.M. a causa di numerose ferite riportate, fu posto in congedo assoluto. A casa, quindi, a casa sua, a Bologna, nel 1937! Dal congedo assoluto, quando solitamente si passa o per età o per posizione di salute di Grande Invalido, in piena guerra, eccolo riapparire di nuovo sulla "scena" del... "voglio ancora dare, offrire alla mia Patria, ancora qualcosa di me stesso" e così, a domanda ( incredibile) si fece richiamare.

Saranno anche state le particolari circostanze di benemerenza che venivano riservate a quelle persone decorate o pluridecorate, ma non si può negare che la tenacia supera anche ciò che potrebbe essere il limite umano dell' impossibile: posizione sociale di stato e burocrazia, di quell'epoca!

Lo ritroviamo nuovamente al fronte, al suo ben noto fronte, sempre in Africa Settentrionale, nel 1943, con il grado di sergente. Seguì il suo destino, come giusto che fosse, insieme a tanti altri: prima prigioniero degli inglesi, poi rimpatriato in Italia, al seguito anche del suo Comandante, generale d'Armata e nominato da Benito Mussolini Maresciallo d'Italia, il giorno prima della resa in Tunisia, il 12 maggio 1943, Giovanni Messe, pluridecorato ed anche lui prigioniero degli inglesi per breve tempo.

Il sergente Gramigna, promosso al grado di ufficiale, sottotenente di complemento, partecipò come poté agli ultimi eventi del conflitto, per poi, ritornare ad una nuova vita, da civile, sempre a casa sua, a Bologna.

Chiaro segno di Amore verso la propria Nazione, verso una causa che lui ritenne nobile, come nobile fu il suo modo di raccontare le sue imprese che oggi hanno proprio del "leggendario" ad averle raccontate e trasferite a chi ebbe il grande privilegio, nonché l'onore di conoscerlo in vita, come mi riferisce il mio amico Giampiero.

Un caro amico a cui sono legato per passioni di molte vicende riguardo la nostra Storia nazionale delle due guerre mondiali, ma anche per una comune passione: il volo con l'aeroplano ultraleggero, mi riferisce come insieme al figlio di Pietro Gramigna, con grande lucidità, ma altrettanto senso d'ironia, gli fece vedere tutte le cicatrici dei vari fori di proiettili che offesero il suo corpo. Il caro Giampiero mi dice: "ho avuto l'onore di conoscerlo in vita: gli era rimasta una gamba dritta da quell'episodio contro i ribelli nel 1937, ma ci mostrò i fori regolamentari del moschetto 91... in pratica, dappertutto. Caro Adalberto dobbiamo ricordare questi Eroi!" Desidero riportare la motivazione della medaglia d'oro al valore militare che è del tutto singolare:

«Sotto il violento fuoco di nuclei ribelli che avevano attaccato una squadra al lavoro, anziché ripiegare con i compagni di fronte al nemico preponderante, accorreva all'automezzo a lui in consegna per recuperarlo. Ripetutamente colpito, con superbo sprezzo del pericolo si appostava per rispondere al fuoco. Allontanatisi i nemici, sebbene nove volte ferito, invece di porsi in salvo, si portava al volante dell'autocarro; spentosi il motore perché le gambe ferite non consentivano la giusta manovra, con supremo sforzo di volontà, scendeva a terra, avviava a mano il motore e conduceva l'automezzo al posto militare più vicino. Giunto dissanguato ed in fin di vita, al medico accorso diceva: « Muoio contento di avere fatto il mio dovere; solo mi dispiace di non aver potuto riprendere il fucile ». Continuava all'ospedale, malgrado le ferite gravi e dolorose, a mantenere contegno fiero e coraggioso. Addis Abeba, 28 luglio 1936 - Regio Decreto 14 luglio 1937.

Alla memoria, difatti, di questo altro Eroe, di ben due guerre, una coloniale ed un'altra mondiale non si può che destinargli questo scritto.

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