“La tragedia di Mayerling” di Giuseppe Antonio Borgese

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Storia di Rodolfo d'Austria e di Maria Vétzera illustrata nelle persone e nei luoghi

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Verona, 11 novembre 2018. - recensione di Sergio Stancanelli

Ho reperito un esemplare di questo volume sur una bancarella di Desenzano poco meno d'una diecina d'anni addietro. Pubblicato in prima edizione nell'ottobre 1925, questo "La tragedia di Mayerling" di Giuseppe Antonio Borgese (Mondadori, Verona, 1932-XI, XXXII + 256 pagine, IX edizione, 29° migliaio, in origine lire 12, ora euro 15 ridotti a 10 considerate le cattive condizioni di conservazione del volume) è considerato il testo più obiettivo e completo che sia stato scritto in Italia e all'Estero sulla vicenda.

L'arciduca Rodolfo, unico figlio di Francesco Giuseppe ed erede della più antica corona d'Europa – si legge sulla nota informativa unita al libro – , morì improvvisamente e misteriosamente il 30 gennaio 1889 nel piccolo castello di caccia di Mayerling, non lungi da Vienna, insieme con la baronessina Maria Vétsera non ancora 18enne.

Il Borgese, valendosi delle rivelazioni, confrontando le testimonianze, estendendo le indagini a campi nuovi o male esplorati, ha ricostruito gli elementi politici e passionali di quella catastrofe, e ha scritto il primo racconto organico e credibile della tragedia. Sui risultati di queste ricerche egli aveva già scritto il dramma "L'arciduca". Il racconto, mentre è scrupolosamente storico nella materia, ha l'evidenza artistica di un romanzo ispirato da sentimenti di uno sfortunato amore.

Di Rodolfo, l'autore riferisce che «il futuro imperatore crede fermamente nel parlamentarismo e nella pubblica opinione: queste, non la grazia di Dio – che nemmeno nomina – , sono le fonti del potere». «E il contrasto fra la luce – metaforica o reale – del progresso, e il buio dell'età barbara, rimane familiare a lui, come ad altri spiriti dei tempi che videro il neopaganesimo del Carducci e il ballo "Excelsior" del Marengo. Uno degli arciduchi era per convinzioni affine a Rodolfo: Giovanni Salvatore di Toscana, che poco dopo la tragedia di Mayerling scomparve per divenire famoso col come Giovanni Orth. Spesso egli fu complice del veemente cugino, e insieme si fecero beffe delle superstizioni e del culto dell'al di là».

La vistosa indifferenza del principe miscredente – che la domenica mattina partiva col suo sèguito per la caccia lasciando le panche vuote durante la messa – dava più noia alla Chiesa che non il suo libertinaggio. Rispettoso tollerante ma non credente, egli rifiutò di genuflettersi.

Aveva sposato nel maggio dell'81 Stefania del Belgio, nata in Laeken nel '84. Lo sposo non aveva 23 anni, la sposa era una bimba 17enne. Ma è esplicita la lettera che Maria Vétzera lasciò: «Noi andiamo felici nel misterioso al di là. Siate felici, e sposate solamente per amore. Io non ho potuto farlo». Non v'è dubbio che l'uno e l'altra pensassero all'annullamento del matrimonio con Stefania e ad un loro matrimonio: l'impossibilità di attuare questo disegno fu la causa del loro suicidio.

Le note aggiunte al racconto dimostrano ai competenti la fondatezza di ogni particolare; il racconto stesso si rivolge alla mente e al cuore di tutti. Josef Redlich, il massimo storico austriaco, giudica questo libro «indubbiamente il migliore». Al grande successo di pubblico ha fatto riscontro una fortuna di critica eccezionale sì che i fatti narrati non sono mai stati negli anni trascorsi oggetto di smentite ma anzi avvalorati dalle testimonianze. Sul piano degli accadimenti, va rilevato come l'autore abbia scritto in quella che fu un'avvertenza alla quarta edizione che «a un libro in così gran parte congetturale danno il suggello della storiografia più documentata e prudente» le lodi dei massimi storici austriaci ed italiani. Si stenta per altro a credere che la frase che segue, e pure firmata dal Borgese, sia stata scritta o quanto meno avallata da lui: «la Tragedia di Mayerling può riapparire davanti al pubblico qual'era».

Sul piano delle revisioni formali, annoto una preposizione – di – di troppo nella prefazione («la censura viennese credè giusto di vietarne la rappresentazione»), nel capitolo I della parte III («non le era nemmeno permesso di traversare la strada da sola») e nel capitolo II («essendo difficile a nature come la sua di mantenere l'equilibrio »), e gli accenti grave anziché acuto in «perché» e «poiché ». Mi piace menzionare Italo Zingarelli, autore del mio Vocabolario-bibbia, che l'autore ringrazia per l'aiuto avuto, e Dario Niccodemi, cui "La tragedia" è dedicato, che aveva messo in scena "L'arciduca", commediografo prediletto dai miei genitori. Nel testo del libro rilevo il pianeta Terra e l'astro Sole scritti con l'iniziale minuscola, e viceversa nomi comuni come hotel con la maiuscola. Vengono citati fra gli altri il nome Romolo Augustolo, ultimo imperatore di Roma, il castello di Miramare, definito un Valalla del cattivo gusto approssimativamente wagneriano, il celebre zoologo Alfred Brehm, direttore del museo zoologico di Berlin ed autore della celebre "Vita degli Animali", il diplomatico Maurice Paléologue, autore di libri dei quali il mio papà era in possesso e che ora sono miei, cui si deve una versione dei fatti palesemente inattendibile.

Irreperibile in internet e sulla gran parte delle enciclopedie che ho consultato, Mayerling è un villaggio di poche case con un centinaio di abitanti, si raggiunge su strada rotabile da Mödling o daBaden, rispettivamente 16 e 27 chilometri da Wien. Il nome della località, che nel medioevo era Murtlingen, risale al secolo XII. Ivi terminano le Alpi, affacciate verso la pianura del Danubio.

“La tragedia di Mayerling” di Giuseppe Antonio Borgese