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L’Orchestra veronese fra le migliori compagini del mondo

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52-Sesto concertoVI concerto della rassegna "Il settembre dell'Accademia" nel teatro Filarmonico di Verona.In programma musiche di Barber, Chopin e Dvořák, bis del pianista con Debussy e Liszt

Verona, 26 settembre 2017. - di Sergio Stancanelli

L'opinione di chi scrive secondo cui l'inserimento dell'Orchestra veronese – per altro rinnovata in molti dei suoi strumentisti – fra le prescelte a far parte della rassegna "Il settembre dell'Accademia" che comprende le migliori compagini del mondo, è – non da oggi – ben meritato, è stato bonariamente contestato durante l'intervallo del sesto concerto da vari amici fra cui un direttore d'orchestra: mi asterrò quindi da giudizi, ed evitare imputazioni d'incompetenza ed ingiurie da parte di altri detrattori non altrettanto garbati. In programma erano musiche di Samuel Barber, Fryderyk Chopin e Antonín Dvořák. Del primo il celebre "Adagio" per orchestra d'archi, da qualcuno definito «la musica più triste che sia mai stata composta», che nel 1938, diretto da Arturo Toscanini, diede al suo autore celebrità nel mondo intero.

Dell'interpretazione veronese (8') mi limiterò a dire come, a mio modesto e incompetente avviso, sia stata foriera di emozione e commozione insuperabili. Secondo movimento del suo "Quartetto op. 11" del 1936 (terza composizione per tale organico del musicista statunitense, allora 26enne), ne venne estratto ed orchestrato dallo stesso autore nel medesimo anno. In tale veste è stato poi utilizzato in innumerevoli occasioni, fra l'altro nel commento musicale di diversi film, e venne eseguito durante i funerali di Albert Einstein, John Kennedy, e Grace di Monaco.

Il "Concerto in fa min." di Chopin (30'), pubblicato nel 1833, è numerato come secondo con numero d'opus 21, ma fu in realtà il primo ad essere composto, nel 1829, dal musicista polacco. L'orchestra vi ha partecipazione importante, con una notevole introduzione che presenta i due temi poi ripresi dal pianoforte e autorevoli interventi nel corso del primo movimento (14'). Atmosfera di idillio nel larghetto (8'30"), centralmente interrotto da un improvviso episodio drammatico. Finale spensierato (7'30") in tempo di mazurca, anche qui con un inatteso intervento allarmistico prima della conclusione. Ne è stato interprete discreto il coreano 23enne Seong-Jin Cho, il quale molto ed insistentemente applaudito ha poi rilasciato due bis: "Clair de Lune" da "Images" di Debussy, e il capriccio di Paganini "La campanella" nella trascrizione di Liszt.

La seconda parte del programma era occupata dalla nota e arcinota sinfonia "Dal nuovo mondo" di Dvořák (9' + 11.30 + 7 + 11 = 39'), eseguita con decisione e foga dall'orchestra, ch'era diretta dal 40enne Julien Masmondet, di nazionalità non precisata nella biografia sul programma di sala - c'è da credere sia francese - (dove ci si imbatte in un errore di grammatica). Composta nel 1893 in New York dove l'autore era stato chiamato a dirigere quel Conservatorio, ed eseguita alla fine dello stesso anni nella Carnegie hall sotto la direzione di Anton Seidl, questa nona ed ultima Sinfonia del musicista boemo venne pubblicata e per una sessantina d'anni fu nota come Quinta, sin quando furono riscoperte e pubblicate le quattro Sinfonie giovanili sino ad allora inedite. Nonostante i lunghi ripetuti ed insistiti applausi, il direttore – probabilmente per l'impegno speso dagli strumentisti nella lunga ed affaticante interpretazione, – non ha rilasciato alcun bis. Numerosi ed ampi vuoti fra gli spettatori in platea, dove il cronista è stato benevolmente ospitato nelle prime file, evidentemente - si deve supporre - per scarso apprezzamento del pubblico verso l'orchestra della fondazione Arena.

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