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Festival del Cinema di Vienna: Andrea Pallaoro e il suo cinema velato

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Andrea Pallaororento, 3 novembre 2017. – di Chiara Zenzani

La Viennale presenta "Hannah" del regista italiano Andrea Pallaoro. Prodotto questo 2017, il film narra la storia di Hannah, una donna che dopo quarant' anni di matrimonio è costretta a confrontarsi con il cambiamento. La sua vita quotidiana viene improvvisamente turbata dall'arresto del marito, un cambio radicale per la vita di Hannah, che comincerà a vivere le conseguenze sociali, il rifiuto della famiglia, il disprezzo del suo ambiente sociale. Un turbinio di emozioni di cui la donna non lascia trapelare la minima traccia, nel suo comportamento composto, di raccoglimento, che nasconde invece che svelare. È questo un tema, "il non svelare", molto caro al regista, sia nel suo metodo narrativo che nelle scelte fotografiche. Un film che apre tante domande e che lascia allo spettatore la piena liberà di interpretazione.

Intervista ad Andrea Pallaoro:

Come pensi che il riconoscimento sociale giochi nel contemporaneo?
Penso che faccia parte dell'identificazione personale dell'individuo, quello di essere riconosciuto dalla società sotto una certa luce. Diventa un qualcosa di necessario, soprattuto al giorno d'oggi con i social media: il bisogno di mostrarsi sotto una certa luce. Questo sta cambiando il nostro rapporto con il mondo esterno, e soprattutto con noi stessi. La stessa cosa succede anche ad Hannah, in un film che esplora l'identità di un individuo, e l'identità di una coppia, l'identità di una società. Cosa succede dopo quaranta anni che condividi una vita con un'altra persona, quando scopri qualcosa che cambia completamente questa identità? Cosa succede a te stesso? È questa la domanda che ha ispirato la mia esplorazione di questa storia.

Riguardo al tema del "non svelare" e le scelte fotografiche, hai un artista di riferimento?
Henri Cartier-Bresson, la sua filosofia era basata sul concetto di "erotismo velato", sull'eccitare l'immaginazione dello spettatore, nascondendo piuttosto che mostrando. È nel non mostrare, che si da la possibilità allo spettatore di essere attivo nell'esplorazione del film o dell'immagine, ma soprattutto di riconoscere sé stessi: nell'essere più attivi è necessario aggiungere le proprie esperienze, riconoscendoti così nel personaggio. È come una catarsi, che è forse la cosa più potente e più importante del mondo dell'arte in generale, a questo io punto con i mie film.

Quale pensi sia l'interpretazione del pubblico rispetto al tuo film Hannah?
Penso che ci siano degli opposti. Dipende dallo spettatore e dal tipo di esperienza che cerca. Ci sono spettatori che amano mettersi in gioco, e spettatori che invece escono indignati, ma anche il rifiuto è molto interessante per me. Può essere che le domande irrisolte possano tramutarsi nel tempo in domande personali. È questa la differenza che può fare un film.

Quali registi italiani ti sono di riferimento?
Antonioni è uno dei miei riferimenti principali. Il modo in cui ha sviscerato le condizioni dell'uomo e della donna moderna, attraverso la non risoluzione del potere delle immagini: immagini che non portano ad arrivare ad una conclusione dettata dal regista, ma piuttosto inquisizioni che lo spettatore fa sue.
Un altro regista contemporaneo che adoro, Michelangelo Frammartino, ha un potere formidabile, adoro il suo cinema.

Come sei approdato al "Cinema psicologico"?
Sono interessato a personaggi incompresi, spesso respinti dalla società. Questi sono i personaggi che per riuscire a descrivere, è necessario andare a fondo, esplorare. Non sono interessato al cinema solo come forma di intrattenimento superficiale, non è il cinema a cui aspiro e che mi ha formato.
È grazie al cinema che penso di aver sviluppato più empatia, nel capire persone che vengono da situazioni diverse dalle mie. Mi spaventa molto la politica contemporanea che porta avanti l'idea di separazione, che è antitetica dal cercare di capire l'altro, e quindi di capire sé stessi.

C'è una scena del film in cui il cane di Hannah viene preso da un italiano. Perché questa scelta linguistica?
Spesso nei miei film ci sono richiami all'Italia, perché queste sono le mie radici, ho un legame forte con l'Italia. Il cane rappresenta il rapporto che Hannah ha con il marito, è un simbolo della loro vita domestica, per questo decide di darlo via, si accorge di non poterlo più accudire. La scelta che fosse proprio un italiano a prendersi cura di lui, è stata molto istintiva, ma pensandoci bene potrebbe essere proprio perché l'Italia rappresenta per me la famiglia.

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