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La censura esiste ancora?

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locandina de Trento, 27 ottobre 2014. – di Sergio Stancanelli

Cinema di notte. Soppresse l'altra mattina in una programmazione Rai l'inquadratura e la battuta finale del film "Il giorno della civetta", che denunciavano la connivenza di governanti romani con la mafia siciliana.

La notte fra giovedì 23 e venerdì 24 sono intento alla schedatura di alcuni compact disc. Li ho già ascoltati, e più volte: comunque – son musiche sinfoniche ed il volume va dal ppp al fff – non posso riascoltarli senza rischiare in certi momenti di disturbare i vicini di casa o in altri di rinunciare io all'ascolto. Così cerco compagnia nella televisione: l'accendo, metto al minimo il sonoro, e passo da un canale all'altro: varietà e pubblico che applaude, interviste e pubblico che applaude, gruppo rock e pubblico che applaude, schermo vacante, pubblicità, finalmente - su RaiMovie - un film. E' già iniziato, ma è inconfondibile: trattasi di "Il giorno della civetta".

Visiono questo programma nonostante l'abbia già visto (più volte, credo), e lo possegga anche, in cassetta: anzi, perché, proprio per questo, non richiede soverchia attenzione, e consente di tener basso il volume. E perché è un film capolavoro, o tale mi è sempre parso, nel dipingere il ritratto preciso e fotografico di una Italia uscita libera e vittoriosa dalla Resistenza, esemplificata in una comunità dove la mafia impera, la popolazione ne è succuba, un giovane capitano dei carabinieri riesce a scuotere la passività del popolo. sicché quando ottiene testimonianze e prove e mette dentro i capoccioni, da Roma vien rimosso e spedito là dove non possa rompere le uova nel paniere, mentre i giudici stabiliscono che i reati non sussistono e fan tornare i capoccia alle loro case e ai loro traffici.

Non è che un romanzo, di Leonardo Sciascia per l'esattezza (1961, Einaudi), ma rispecchia la realtà politica e sociale italiana dalla caduta del fascismo e dalla fine della guerra in poi - non di molto raddrizzata se non a parole a tutt'il giorno d'oggi: monopolii, favoritismi, delinquenza, connivenza, bustarelle e tangenti, notabili mafiosi e mandanti d'assassinii protetti dall'alto, gente onesta bandita e alla fame, bocche tappate con la pena di morte per chi sta dalla parte degli onesti, col finale tragico dei governanti corrotti che trionfano e dei poveri diavoli che soccombono: il carabiniere giovane e attivo vien trasferito e sostituito da un capitano anziano che si faccia i fatti suoi e non intralci gl'intrallazzi dei potenti.

Possente nel soggetto come nella sceneggiatura di Ugo Pirro e del regista Damiano Damiani, il film, del 1968, di produzione italo-francese, durata ufficiale 1h 52', è magistralmente interpretato da Franco Nero (il capitano Bellodi), Lee J.- Cobb (il mafioso superno), Claudia Cardinale e Gaetano Cimarosa, nonché dai minori Ennio Balbo, Ugo D'Alessio, Giovanni Pallavicino, Vincenzo Falanga, Giuseppe Lauricella, Laura De Marchi, Brizio Montinaro, Serge Reggiani, Nehemiah Persoff e Fred Coplan, col corredo d'una scenografia di Sergio Canevar¡, costumi di Marilù Carteny, fotografia nientemeno che di Tonino Delli Colli, e musica di Giovanni Fusco diretta da Bruno Nicolai per le edizioni Nazionalmusic di Milano.

Vien giudicato «rozzo, convenzionale e civilmente non troppo impegnato» dai fratelli Morandini, che io credo l'abbian visto distrattamente, o pur sian succubi dei burattinai romani, e che però scrivono: «... fu vietato ai minori di i8 anni; ma nella commissione di revisione (leggi censura) c'era qualche amico degli amici (che allignano ovunque, dall'Alpi alle Piramidi, ndc.) o fu soltanto un eccesso di prudenza?». C'eran gli amici del giaguaro, non ne dubitiamo: e ci son tuttora, come prova il fatto che su RaiMovie, l'altra notte, il film è stato proiettato censurato. La vicenda narrata dallo Sciascia, che rispecchia la realtà sicula dove la mafia era stata estirpata dal bieco regime col prefetto di ferro e dove l'avvento degli statunitensi l'han riportata, termina con un governo centrale che tarpa le ali ad un capitano efficiente, emulo del prefetto, però rispettato dal notabile del luogo, che ha sentenziato (cito a memoria): «L'ommini si dividono in veri ommini, mezzi ommini, omminicchi, e quaquaraquà»

Veramente la terza categoria, nella prima versione originale, portava un altro nome, efficace ma irriferibile. Il film termina con l'inquadratura del nuovo capitano, anziano e d'aspetto bonaccione, che ha preso il posto del giovane zelante, mentre se ne sta sul balcone della caserma, e dalla abitazione di fronte, sulla piazza del paese, il mafioso superno col binocolo lo osserva. «Benodi – dice ai suoi giannizzeri – era un omo vero. Chisto me pare nu quaquaraquà». A questa battuta fulminante segue repente la scritta FINE. Il significato di siffatto finale era evidente: da Roma han mandato uno che si faccia i fatti suoi e non rompa ai potenti. Beh, nella proiezione televisiva di mamma Rai, l'altra mattina - erano le 8.25 precise - , l'inquadratura finale, sùbito prima della didascalia FINE, era annerata ed il sonoro silenziato.

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