“Intervista sul fascismo”

Valutazione attuale: / 3
ScarsoOttimo 

È una conversazione fra due storici: lo statunitense Michael A. Ledeen e l'italiano Renzo De Felice

Verona, 21 settembre 2016. - recensione di Sergio Stancanelli

Libri letti

Michael A. Ledeen intervista Renzo De Felice sul fascismo: secondo l'"Enciclopedia di Repubblica", voce De Felice (1929-1996), si tratta dell'opera più importante dello storico reatino, com'è vero ch'è l'unica citata, oltre alla monumentale "Vita di Mussolini" in più volumi.

L'intervista, di cui il saggio del quale ci occupiamo assume la forma, è in realtà una conversazione fra due storici: lo statunitense infatti non si limita a formulare domande, ma esprime di volta in volta il proprio punto di vita sulla questione in merito alla quale interpella l'italiano, il quale risponde dichiarandosi d'accordo oppure contestando l'interlocutore. Del colloquio non vengono resi noti né la data né la sede; il volume, un volumetto di piccolo formato (17° numero dei Saggi tascabili Laterza, 128 pagine), risale al 1975, ed è interessante riesaminarne il contenuto a distanza di oltre quarant'anni, e a venti dalla scomparsa dell'intervistato.

Argomenti del conversare sono le origini del fascismo e la sua ascesa al potere in Italia, il generale consenso ottenuto nel corso di venti anni, l'alleanza con il nazismo e la guerra condotta al fianco della Germania, l'improvviso ed inaspettato voltafaccia dei suoi sostenitori, il suo risorgere con la Repubblica sociale ed il suo tragico epilogo, gli odierni epigoni. I dialoghi sono ad alto livello discorsivo, e non sempre è cosa facile per il povero lettore comune, intimidito anche dal nome del patriarca della storia del Fascismo, penetrare il significato delle cose che vengono dette: ma quando il De Felice afferma che «questa storia andava fatta in un altro modo», ma non dice in qual modo, o «si pone il compito di trasformare la società in una direzione che non era mai stata sperimentata», ma non dice quale, sorge il dubbio che la fama acquisita gli fornisca un credito del quale s'avvale senza scrupoli né preoccupazioni.

Gli fa eco il suo intervistatore, e l'intervistato assentisce: «La missione del nazionalsocialismo era di liberare l'uomo ariano, mentre i fascisti volevano fare un'altra cosa»; «Sono perfettamente d'accordo. Qui sta la grossa differenza tra nazismo e fascismo»: dove nel lettore si fa viva con prepotenza l'impressione d'esser menato per il naso. Che il fascismo andasse riesaminato «con la maggiore serenità critica possibile» è d'una evidenza lapalissiana. Non si perita, l'intervistato, di contraddirsi, sino al punto di dare al lettore l'impressione di parlare tanto per parlare - ipse dixit, e nessuno si prenderà la cura o l'ardire di contestarglielo, per lo meno non ad alta voce - : «La testimonianza orale non mi ha mai dato nulla di preciso e di decisivo (omissis). Le testimonianze invece mi hanno dato molto» (pagina 10).

Ad affermazioni incaute come questa, che stupisce non siano state rivedute in sede di riesame sulla registrazione, si affiancano considerazioni oscure, di difficile comprensione per lettori d'intelligenza non al disopra della media: ma forse scientemente ed impudentemente vuote di significato, che però il lettore ingenuo s'impegnerà a ricercare. Non è possibile poi non notare la periodica ripetizione di frasi fatte e luoghi comuni: «Questo è un discorso fondamentale» (pag.27), «Il discorso è fondamentale» (pag.28), «Questo discorso è estremamente importante» (pag.32), «è molto importante» (pag.58), «è estremamente importante» (pag.65). Abbiamo anche il «filo» che collega qualcosa, che non sfugge mai dall'essere, secondo una consuetudine di cui non ho mai capito l'origine, «rosso». C'è infine da notare come il più delle volte l'intervistato non dica, bensì direbbe.

Di particolare rilievo è il dialogo 5, dove Renzo De Felice sostiene che l'alleanza con la Germania era inevitabile, ed anche il 6, dove prende nota della crisi della democrazia e del capitalismo. Nella parte finale, esaminando i vari tipi di fascismo, trascura, anzi ignora, quello attuale ch'è tale semplicemente perché avverso al tradimento del 1943 verso l'alleato (qual è il mio). Mi piace che non usi mai parole le quali non appartengano alla lingua italiana, e che anche quando l'utilizzo di termini particolari risulti inevitabile, provveda a tradurli (non dice mai audience, ma sempre «udienza»). Nessun rilievo è da fare sulla forma, salvo un distratto «Io non ci credo a queste rivoluzioni», il solito «sole» trattato quale nome comune, il consueto avverbio «affatto» usato – tre volte - come se significasse per niente, e «insieme a» in luogo di insieme con.

Un errore di fatto sul piano storico ricorre quando lascia credere – tre volte – che siano stati gli Stati uniti a dichiarare guerra al Giappone. E' un errore molto diffuso: la dichiarazione del Congresso seguì invece di ventiquattr'ore quella nipponica, avvenuta alle ore 8.15, notoriamente un quarto d'ora dopo che l'attacco a Pearl Harbor (non «Harbour», due volte: anche nell'appendice "Persone e avvenimenti storici citati") aveva avuto inizio. Non è tutto: l'attacco giapponese ebbe luogo l'8 dicembre 1941, non «il 21 novembre» (pag.123), data che non capisco da dove diamine salti fuori. Un altro grosso errore, se pure meno rilevante, si ha verso la fine, quando si legge che «È stata ricordata più volte [dove? da chi?] la canzone dei militi di Salò "Le donne non ci vogliono più bene" in cui c'è veramente un potente pessimismo tragico, un tragico senso della morte che incombe. Qui ormai siamo al fanatismo fine a se stesso, muoia Sansone con tutti i filistei».

Senza voler entrare in merito al pessimismo tragico e al tragico senso della morte, astenendomi dal contestare il fanatismo fine a se stesso, sta di fatto che "Le donne non ci vogliono più bene" è una canzone dei fascisti del 1922, e i militi di Salò v'hanno a che fare quanto i rituali cavoli a merenda. Un fatto curioso infine, e di tutta originalità, è che gli editori Giuseppe Laterza & figli non si siano preoccupati del fatto che i caratteri «p» del loro «stabilimento d'arti grafiche» in Bari manchino della gambetta, in tal modo rassomigliandosi a una «o».

“Intervista sul fascismo”