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“Le portaerei del Duce” di Daniele Lembo

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copertina del libro Perché questo titolo? perché l'unica portaerei italiana realizzata sino al 1945 fu dovuta alla decisione personale del Capo del governo, in spregio al parere del Comitato progetti navi - Come fu che Mussolini si arrese all'opinione degli ammiragli e dovette poi pentirsene

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Verona, 2 ottobre 2016. - recensione di Sergio Stancanelli

Da anni mi batto contro gli Enzo Biagi che proclamano "La portaerei, la nave che Mussolini non volle". Mi spalleggiano Alberto Santoni e Francesco Mattesini, non certo imputabili di filofascismo, i quali nel loro ponderoso "La partecipazione tedesca alla guerra aeronavale nel Mediterraneo" (ed. Dell'Ateneo & Bizzarri, Roma, 1980) scrivono (pag.12): «E' stato detto e scritto fino alla noia che ad impedire alla Marina italiana di possedere propri reparti d'aviazione imbarcati su portaerei siano stati Mussolini e la perfida gelosia della giovane regia Aeronautica. Nulla di più falso. Risulta invece chiarissimo che fu proprio lo Stato maggiore della Marina a rifiutare la portaerei ogni qualvolta si presentò l'opportunità di costruirla.

Così nella riunione degli ammiragli dell'11 agosto 1925 durante la quale Mussolini dette la sua piena disponibilità; così nell'agosto 1936 quando l'ammiraglio Cavagnari, capo di Stato maggiore e sottosegretario di Stato alla Marina, concordò pienamente con l'opinione negativa verso la costruzione di una portaerei per l'impiego nel Mediterraneo, espressa dal Comitato progetti navi nella nota del giorno 8 di quel mese; così ancora il 15 marzo 1938 quando di nuovo Cavagnari dichiarò alla Camera che tale tipo di unità non era necessario alla Marina italiana.

Si può poi ricordare che tanto l'ammiraglio Iachino, allora comandante della 1ª Divisione navale, quanto l'amm. Sansonetti, futuro sottocapo di S. M., espressero pubblicamente la loro opinione ostile alla costruzione di portaerei per la flotta italiana, in articoli apparsi nel 1938 rispettivamente su l'"Almanacco navale italiano" e sull'autorevole "Brassey's naval annual" britannico. Chiudere gli occhi su questi fatti significa voler perpetuare, per dabbenaggine quando non in mala fede, una favola, per opportunità o per carenza di capacità critica e di documentazione.» Ed ecco ora un'ulteriore opera libraria confermare quanto asserito da noi e dai due studiosi citati: "Le portaerei del Duce" di Daniele Lembo, grafica Ma.Ro editrice, Copiano (Pavia), pagine 80, euro 15. L'autore, nato in Minori (Salerno) nel 1961 e che attualmente risiede in Cisterna di Latina, già autore di numerose cronache sulla partecipazione italiana al secondo conflitto mondiale, dedica questo suo lavoro alla storia delle navi appoggio-aerei e ai progetti delle portaerei della regia Marina.

In proposito egli scrive: «Quali sono le ragioni per le quali in Italia venne deciso di non costruire portaerei , e soprattutto a chi si dovette tale scelta? Nel dopoguerra prenderà piede la tesi secondo cui la colpa della mancata costruzione di navi portaerei sarebbe principalmente del capo del governo, Benito Mussolini, il quale avrebbe sostenuto che la penisola italiana è una grande portaerei lanciata sul Mediterraneo, e che quindi non c'è bisogno di navi del genere per controllarlo. In realtà, Mussolini, utile da vivo, lo sarà ancor di più dopo che da morto lo avranno appeso per i piedi a Milano in piazzale Loreto. Sarà poi facile infatti imputare ogni mancanza e ogni deficienza ad un uomo ormai nell'impossibilità di difendersi. Furono invece proprio gli ammiragli della regia Marina, con la loro specifica competenza, a dissuaderlo dall'impegnare i cantieri italiani nella costruzione di navi portaerei.

Alla riunione tenuta nel pomeriggio dell'11 agosto 1925, alla quale è presente Mussolini in veste di ministro della Marina, partecipano il contrammiraglio Giuseppe Sirianni (non Siriani, ndc.), sottosegretario per la Marina, il viceammiraglio d'armata Alfredo Acton, capo di S. M., i viceammiragli d'armata Emilio Solari e Diego Simonetti, i viceammiragli di squadra Guido Biscaretti di Ruffia (non di Cuffia), Giuseppe Mortola e Vittorio Molà, i tenenti generali ispettori Giovanni Tomaselli (non Tomadelli) e Giuseppe Rota, il contrammiraglio di divisione Fausto Gambardella e il generale del Genio navale Fabio Mibelli. L'0ggetto della riunione è "Nuove costruzioni" con la finalità di decidere l'orientamento per l'aggiornamento della flotta. Mussolini apre il convegno dicendo agli ammiragli: - Sono qui per imparare. Conto sulla vostra collaborazione allo scopo di rendere sempre più efficiente la nostra Marina - . Il Capo del governo si dispone dunque con umiltà a farsi guidare dall'esperienza degli esperti. Il quesito principale è se sia necessario per noi avere delle navi portaerei. Nel corso della riunione, per quasi la totalità gli ammiragli presenti votano contro la realizzazione di una portaerei, in quando tali tipi di navi non sono necessari né utili. Mussolini è lì per imparare, ed apprende da chi dovrebbe saperne più di lui che la nave portaerei non serve.» Basti riprendere le parole con cui l'amm. Acton chiude il proprio intervento: – Concludo dichiarando che è da escludere nel modo più deciso la necessità della costruzione di una nave portaerei – .

Saranno le sciagure occorse durante la guerra che convinceranno Mussolini a non tener conto dell'opinione degli esperti e ad ordinare motu proprio la costruzione di due portaerei, ricavate dagli scafi delle navi passeggeri "Roma" e "Augustus". Il primo episodio, rimasto senza conseguenze, è quando, il 9 luglio 1940, in occasione dello scontro di punta Stilo, alcuni dei centoventisei bombardieri della regia Aeronautica, intervenuti a dar man forte alle navi italiane, sganciano le bombe sulle navi italiane: per fortuna senza colpirne alcuna. Il secondo fu l'attacco di venti aerosiluranti della"Illustrious" al porto di Taranto la notte fra l'11 e il 12 novembre dello stesso anno, che ci mise fuori combattimento tre navi da battaglia. Il terzo sarà la notte del 28 marzo 1941 quando, dopo il siluramento del "Pola" da parte degli aerei della "Illustrious", a capo Matapan perderemo altri due incrociatori pesanti e due cacciatorpediniere oltre al danneggiamento d'un terzo caccia, mentre anche la "Vittorio Veneto" verrà poi azzoppata da un siluro aereo. Va precisato, per l'esattezza, che la nave da battaglia non era presente allo scontro notturno e verrà silurata successivamente.

Nella prima parte del libro l'autore riferisce tutti i progetti, nessuno dei quali mai realizzato, per dotare la nostra flotta di portaerei, a partire dal primo che è dovuto ad Alessandro Guidoni e risale, da non credere, al 1912, nonché la realizzazione di navi appoggio-aerei, ultima delle quali la "Giuseppe Miraglia", visitata dal cronista in età scolare. Inoltre, il Lembo descrive uno ad uno i tipi di aerei prescelti per essere imbarcati, tanto sulle progettate portaerei e sulle realizzate navi appoggio-aerei, quanto su corazzate e incrociatori, per finire con quelli destinati alle "Aquila" e "Sparviero". E' un'esposizione del tutto inedita o quanto meno incognita, che perviene a narrare le vicende della prima, la quale alla data dell'armistizio era ormai pronta, e della seconda, i cui lavori di trasformazione erano stati appena iniziati. E' curioso notare come, né in questo studio né in alcun altro nel quale il cronista abbia avuto occasione d'imbattersi, vien mai rilevato, né pur marginalmente, come il nome originale della prima portaerei italiana che sia stata realizzata fosse "Aquila reale", e che il nome venne mutato in "Aquila" dopo la fuga del re Vittorio Emanuele III da Roma a Brindisi.

A proposito dell'attacco portato dai mezzi d'assalto del Sud all'"Aquila" ormeggiata al ponte dei Mille nel porto di Genova, ho già raccontato in una precedente occasione ("Trentino libero" 28 aprile 2016, "Azione notturna al largo di capo Matapàn") come, esplosa la carica verso le 7.30 del 19 aprile 1945, il cronista, portatosi sul posto alle ore 8, poté constatare come la grande nave non fosse discesa nelle acque né pur d'un solo centimetro. Il Lembo scrive: «Nella mattinata successiva alla notte dell'attacco la nave sarà regolarmente a galla con la stessa linea di galleggiamento della sera precedente.» Tace l'autore che l'operazione, progettata dal comandante Forza del Sud, era stata concordata col comandante Borghese del Nord, in modo che non avesse conseguenze ma potesse pesare sulla bilancia delle condizioni al momento dell'armistizio. A tale scopo, il comandante della Decima la sera del 18 aprile tolse le sentinelle e le vedette da bordo della nave, al fine che un eventuale diligente avvistamento del siluro a lenta corsa non mandasse a monte l'operazione: la quale, ripeto, non fu che tutta una mess'in scena.

Mi astengo, in un testo di questo tipo e di tanta importanza, dal rilevare qualche svista grammaticale o sintattica, nonché errori d'ortografia e di punteggiatura. Il «bigo» (pag.15), parola assente dai vocabolari generici e da quelli navali che ho consultato, reperita solo sul "Dizionario di Repubblica", è l'albero di carico di una nave. Riprovabile l'impiego (due volte) del termine «cannoniere» in luogo di corazzate: le corazzate sono, in una flotta, le navi da guerra più grandi, dotate di nove o dieci cannoni del massimo calibro; le cannoniere sono - o meglio sarebbe dire erano - piccole navi con un solo canone sulla prua. Rilevo con stupore come nella finale Bibliografia non trovi posto il grosso, ed in materia importantissimo, volume di Santoni & Mattesini menzionato all'inizio di questa nota.

“Le portaerei del Duce” di Daniele Lembo

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