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“Andrea Provana” di Giuseppe Sticca

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Libri letti

Verona, 25 novembre 2018. - recensione di Sergio Stancanelli

Andrea Provana di Leyni, oggi Leinì (Torino), ca. 1511-Nice 1590 0 '92, fu ammiraglio piemontese che comandò le navi di Emanuele Filiberto a Lepanto. Appartenente a nobile famiglia piemontese, oriunda di Carignano, che già a metà del '300 contava una ventina di rami, tutti con titoli di signorie e dipendenti dal conte Amedeo di Savoia, famiglia che giunse a possedere più di cinquanta feudi, Andrea guerreggiò con il duca Emanuele Filiberto in Germania e contro Enrico II in Francia; dopo la pace di Cateau-Cambrésis (1559) accolse in Nice Emanuele Filiberto e creò una piccola squadra di tre galee con cui combatté contro i pirati barbareschi e della quale divenne appaltatore (1564-'65).

Nel '71 fu alla battaglia di Lepanto, di cui scrisse poi una classica "Relazione"; nel 1572 promosse il nuovo ordine cavalleresco dei santi Maurizio e Lazzaro, e l'anno dopo venne nominato ammiraglio (Franco Catalano).

A lui è dedicata questa biografia ("Andrea Provana", di Giuseppe Sticca – già autore di tredici volumi storici – , G.B.Paravia & C. editori, Torino 1937-XV E.F., pagine 210, con un disegno e due grafici, e otto tavole f.t. ), articolata in tredici capitoli (dei quali riporto i titoli perché per la gran parte significativi: "Paggio Andrea", "Prime armi in Fiandra", "Rianimatore del Piemonte invaso", "Fortificatore e navarca a Nizza", "Capitano generale delle galee", "Il condottiere", "Imprese di Orano, Peñon e Malta", "La lega contro il turco", "In rotta verso Lepanto", "La grande vittoria", "La miglior testa del Piemonte", "Guerre di Saluzzo, Ginevra e Provenza", e "La fine"), facente parte della collana di testi storici "I condottieri" diretta dal mitico Vittorio Emanuele Bravetta, che reperii alla Fiera del libro di Genova nel maggio 2004. «Ad Andrea Provana, attore primario nel grande dramma e nell'immane opera ricostruttiva di Emanuele Filiberto - scrive l'autore in una introduzione - , toccò la sorte d'esser lasciato da parte, nella sua altera penombra appena diradata da sintetiche biografie in manuali scolastici e dizionari, nella storia dell'epoca e nelle di lui più diligenti rievocazioni quali quelle del Tenivelli e del Claretta, mentre il "Dizionario militare" del Bosi addirittura lo ignora».

Fu tra l'altro creatore della marineria sabauda, che è quanto dire della italiana, perché con quella si fusero le altre della penisola, e fu – come detto – colui che la capeggiò a Lepanto, «tornandone con la fronte spezzata da onorandissima ferita. Eppure in Torino non gli si eresse un pubblico monumento né gli si dedicò una lapide, ed appena gli si intitolò una viuzza cittadina, né una nave da guerra ne porta l'onorevolissimo nome», scrive sempre lo Sticca. Ma, osserva il cronista, ciò non è vero, poi che nel palazzo reale del capoluogo piemontese esiste a lui dedicata una statua a figura intera, opera pregevolissima dello scultore Silvestro Simonetta, mentre il regime fascista intitolò a lui un grande sommergibile della classe "Marcello" di nove unità, 941 tonnellate (1300 in immersione), con due cannoni da 100 oltre ad otto lanciasiluri, costruiti nei Cantieri riuniti dell'Adriatico in Monfalcone nel 1937-'38.
Meritevole di menzione, con riferimento ovvio ed intuibile, il passo «... esiste una marineria dei Sabaudi, che, ancorché bambina, non sta appiattata e neghittosa nei porti, ma scorrazza e braveggia, audace e disfidante, per il Mediterraneo».

Altrettanto meritevole, con riferimento altrettanto evidente, «Agli effetti del dominio del Mediterranei l'isola di Malta riveste – chi lo ignora? – importanza capitale, perché è cuore e chiave del grande bacino acqueo. Da essa ci si può irradiare in ogni direzione, ed offendere o proteggere le coste d'Italia e d'Africa che vi si affacciano». Non dimentichiamo che quando l'autore scriveva, la seconda guerra mondiale era di là da venire. Con interesse si legge che «Comandante di Malta è [1565] il gran maestro del sacro Ordine che la possiede, l'ultrasettantenne Giovanni De la Valette [anzi Jean Parisot de La Valette], il quale per la giovanile energia [mostrata in varie occasioni militari] meriterà di dare il suo nome alla capitale dell'isola». Più precisamente, la città venne fatta costruire da lui per difendere l'isola dagli attacchi dei turchi. L'autore sottolinea anche come Lepanto sia «gloria italica», poiché «italiani furono in grande maggioranza i componenti della Lega cristiana» sicché «da noi e non da altri venne fiaccata la tracotanza orientale». «La vittoria fu piena ed assoluta: i turchi, già debellati in terra fin dal 732 da Carlo Martello a Poitiers, venivano adesso sconfitti in mare, con 107 navi affondate, 130 catturate, circa 40.000 fra morti e prigionieri, scampando solo 25 legni».

Nel testo dello Sticca rilevo parole inusuali: «galloriare», far baldoria, «trasmodare», eccedere, «assisa», foggia di vestiario, «balzellare», saltellare, «distretta», circostanza particolare, «avvivare», animare, «uggiato», opprimente, «arrembato», stressato, «geste avite», imprese degli avi, «sgargiare», rendere sgargiante, «grandezza talassica», come il mare (dal greco θάλασσα), «reluttante» per riluttante, mentre «passeggiare» viene usato transitivamente nel senso di condurre a passeggio, e «commovere» in luogo di commuovere. «Coltura umanistica e soldatesca» è evidentemente un refuso per cultura, e «caccie nelle foreste» per cacce : il tutto nelle prime cinque pagine. Alla fine del libro poi, nelle ultime pagine, avremo «dirazzare», degenerare, e «tallire», generar germogli credo. Lo scrittore Gramegna, del quale lo Sticca cita "Il tesoriere del duca" e del quale il cronista nella sua infanzia lesse il romanzo storico "Monssù Pingon", si chiamava Luigi, non Giuseppe.

Errori di grammatica in «il calabrese Luca Galeni che aveva rinnegata la fede cristiana», «cose belliche terrestri assieme ad altri competentissimi», «preferendo combattere assieme a fratelli anziché a stranieri», «disgraziatamente il Provana si era lussata una gamba», «il Provana, assieme all' astuto Girolamo Porporato», «col suo bel tratto si era guadagnata la simpatia...», «dacché abbiamo compiuta l'esposizione di quanto attiene...». E «l'avvento di Enrico IV, capostipite dei Borboni»: i Borbone conservano il cognome Borbone anche se sono più d'uno. Errori anche negli accenti: «perchè», «poichè», «ancorchè», «anzichè», «dacchè». Per altro, l'autore ha l'avvertenza, più unica che rara, di porre l'accento grave su «dànno» (pag.99) terza persona plurale presente indicativo del verbo dare, evidentemente per distinguerlo dal sostantivo dánno. Ma non sfugge alla credenza comune che «affatto» significhi per niente (al contrario, significa del tutto), né alla comune distrazione di scrivere «sole» (ch'è nome proprio ed ha diritto all'iniziale maiuscola).

“Andrea Provana” di Giuseppe Sticca

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