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“Amore, bugie & calcetto” di F. Bonifacci (ed. Mondadori)

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Libri ricevuti

Verona, 12 dicembre 2018. - recensione di Sergio Stancanelli

Avuto per recensione dall'editore, questo volume calza quale esempio di maniera inconcepibile per scrivere un libro, salvo sia presente l'intenzione di far sì che, lette le prime pagine, il lettore lo butti nella pattumiera e provveda quindi a disinfettarsi le mani. E' inspiegabile soprattutto come un editore cui si dovettero un tempo opere gloriose, lo pubblichi.

Per quanto non denunciato, "Amore, bugie & calcetto" di Fabio Bonifacci (Mondadori editore Milano ma stampato in Cles, Trento, pagine 274, brossura, euro 14.50) è un romanzo, sì, proprio come "I promessi sposi", o come – che so – "Martin Eden", da cui si differenzia però sotto molti aspetti: anzi, sotto tutti gli aspetti. Della prima differenziazione ci s'accorge subito all'inizio della lettura: il romanzo del Manzoni è – come quello del London – del tutto immune da parolacce e da volgarità, questo dei giorni nostri invece ne è ricco.

Sùbito nella prima pagina ci s'imbatte in una parolaccia irriferibile, che affinché non si pensi sia sfuggita per errore o distrazione, viene diligentemente ripetuta poco dopo. Anche nella seconda pagina c'è una parolaccia, che però viene ripetuta quattro volte. Dopo due pagine che ne sono sprovviste, siamo alla quinta, che oltre ad una parolaccia contiene una espressione decisamente ignobile. Andiamo avanti. In sesta pagina tre espressioni volgari e tre parole volgari, nell'ottava sei volgarità, nella nona due, poi nell'ordine quattro, tre, quattro: e de hoc satis, siamo alla dodicesima pagina del romanzo e qui ci fermiamo. Devo aggiungere che è la seconda volta che lo leggo, o meglio tento di leggerlo: la prima volta, appena ricevutolo, me ne scostai dopo la seconda pagina.
Alla suddetta notevole caratteristica del racconto s'aggiunge l'intromissione di parole inglesi: The Director nella prima pagina, e tre volte nella seconda; test, tester, trend, business, station wagon, optional, punk. Tralascio quelle di uso comune: shampoo, spray, hotel, manager, bluff, gol (in luogo di goal), record, bar, chewing-gum. Non mancano espressioni dozzinali, che i poveri di spirito non userebbero nemmeno nel parlare quotidiano, ma che l'autore ritiene idonee al suo stile: grondare indignazione (usata con compiacimento: vien detta e ripetuta), farsi una birretta, si era già fatta tre farmacie, se l'era fatta la prima volta.

Da non sottovalutare anche l'invenzione di parole o il troncamento di altre, cui è proprio tutt'altro significato: tossica per tossicomane o tossico-dipendente, ero e coca per eroina e cocaina, rasta per pederasta (credo). E le licenze grammaticali: periferie grigie; e ortografiche: Bar, Stradone con l'iniziale maiuscola. I manager che sanno di rughetta non so cosa significhi, non credo voglia intendersi una piccola ruga. Neanche capisco anche se sei un punk a bestia. Voglio rammentare che tutto ciò è estratto dalle prime dodici pagine.

Nel primo risvolto di copertina, dov'è il riassunto del racconto, vien detto che "Amore, bugie & calcetto" è il romanzo del film omonimo: non so se venne prima il libro o prima il film. Nel secondo risvolto invece, in una breve biografia editoriale dell'autore, trova posto un bell'errore di grammatica. Complimenti.

“Amore, bugie & calcetto” di F. Bonifacci (ed. Mondadori)

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